
I sapori che amo di più sono normali, cosa che farebbe pensare alla mia perfetta normalità. Mi fermo un attimo, mi accorgo che iniziare un post parlando di normalità o comunque parlare di normalità rischia di farmi piovere addosso le solite frasi del genere: normale? E cos’è normale? Quali sono i canoni di normalità?
Pertanto mi rimangio tutto, che a proposito di sapori ci sta anche (chissà che sapore hanno le mie parole) e ricomincio.
Mi piace il sapore del pane appena sfornato. Ma a chi non piace?
Mi piace il pane in tutte le sue vesti, anche quelle sofisticate. Quello coi semi di papavero, con i semi di girasole, quello con le noci e con l’uvetta che diventa un dolcetto, quello con la segale.
Ma il pane migliore resta quello bianco, quello poco cotto, quello che sa ancora di lievito.
Pane salato ovviamente. Lo sciapo non l’ho mai capito anche se ho sempre avuto intorno toscani che ne elogiavano le proprietà nuziali con pietanze di ogni tipo senza peraltro capire, a parer mio, che il pane non per forza dev’essere accompagnato. È buono da solo.
Così com’è.
Le mie abitudini alimentari sono discutibili.
Feci una scelta che non mi pesa nemmeno troppo, a diciassette anni. Smisi di mangiare carne e parenti.
Ma niente di ideologico, sia chiaro.
Non sono veganamarzianasaturniana io.
Si trattava di una scelta dopo una scena raccapricciante.
Che vi racconto.
Se ne avete voglia.
Diciassette anni, quasi estate, preparazione agli esami di maturità.
Invitavo a casina compagnucci di ogni tipo, dagli scapestrati in cerca di tesina bell’e fatta ai convinti che la vita sarebbe terminata con una eclissi totale in diretta televisiva. Dai terreni terraioli ai presunti grecisti fans di aristofane, con tanto di striscioni.
Ogni tanto andavo io da loro.
Fui ospitata da un sofista, non tanto sofista per le scelte quanto per il cognome, che vi risparmio.
Abitava in un paesino, in campagna. Con tanto di aia, di pecorelle e gallinelle. Una roba bucolicissima e piena di odori nauseabondi.
La casa era tutta centrini e mamma con scialle nero, con papà con balcone spelato sul cranio e baffoni folti a proporzionare la quantità tricotica totale.
Si studiava, lui ogni tanto lanciava le solite frasi mortificanti del tipo: se fossi più magra mi piaceresti. Era un mio problemino avere un po’ di pancetta, sì, cosa che non si direbbe oggi, tuttavia me ne fregavo altamente, specie perché ridevo sotto i baffi metaforici comprendendo le origini genetiche delle folte sopracciglia che adornavano i suoi occhi da pesce lesso.
Si studiava e si commentava, letteratura latina, uscì greco allo scritto, quindi il latino andava ripassato all’orale (peccato che io portavo italiano e filosofia, ma si sa che la secchia rapita, era sì rapita, ma secchia rimaneva!).
Ad un tratto un urlo straziante di bimbo. Mi destai sollevando il mio pancino dalla seggiola merlettata e mi avvicinai alla finestra semiaperta sull’aia.
Il piagnucolio continuava insistente e il sopracciglione sofista ridacchiava come se sapesse.
Pensavo a quanto fosse sadico.
Il suo ghigno me lo ricordo ancora, lo caratterizzava eppure non era così stupido.
Non tanto almeno.
Insomma, mi avvicinavo e cercavo di scostare la tenda che svolazzava e nascondeva la visuale completa sull’aia.
Vidi del sangue. A irrorare la pavimentazione del cortile.
Un incubo. Mentre continuava il pianto.
Scostata la tenda capricciosa ecco il piccolo. Un maiale in agonia, sgozzato e peripatetico.
Il sofista commentava la scena dicendo che era tradizione ammazzarlo e che ci si faceva non so che ben di dio, persino con le sue setole. Pensavo ai pennelli e a quanti ne avevo usati. Pensavo al pennello grande e al grande pennello per cercare di distrarmi.
Ma il sangue era lì, come un fiume, e il maiale piangeva e si lamentava.
Terribile.
Decisi lì su due piedi di non mangiare più quella roba.
Prosciutti, salami, bistecchine e coratelle, trippe pe’ gatti e cose così.
Senza nessun motivo se non lo strazio. Che non posso dimenticare.
Bene, raccontato questo aneddoto, torno ai sapori.
Vado matta per i carciofi, il sapore dei carciofi alla giudia è una cosa magnifica.
Le patate in tutti i modi, sotto e sopra, di lato e di fianco.
Il pesce che non urla e non piange lo mangio. Quindi lo mangio.
Solo che il re di tutti i sapori è il pane.
Bianco, poco cotto e salato.
Dite che aumenta ancora?
(E.)