
Saskatchewan – Felix Constantinople
Giornate convulse, fatte di fiato rincorso, di esilio.
Esilio da se stessi.
Giornate di parole arrotolate e di altre sparpagliate a caso. Fatte entrare dalle orecchie o respinte, fatte circolare dentro e fuori senza lasciare traccia o pesate come fossero once di metallo prezioso.
Lingue fuse insieme, pensate da sole. Lasciate su una tastiera inglese, senza accenti, ritrovati sui simboli quando c’è tempo o dimenticati lì senza grossi rimorsi.
Parole di madre, in una casa vuota e enorme, senza mobili, che sgombera i resti di una famiglia che non ha mai avuto. Parole raccontate di fratelli coltelli, limati a dovere e pronti all’attacco, anche con sessant’anni a cranio. Mai domi, infelici e tristi, come gli intellettuali di cui sto finendo il libro.
E penso ai posti dove non sono mai stata. A posti lontani che non ci è concesso di raggiungere, alla Siria e al Medio Oriente tutto, che sento come il mio nocciolo.
All’America che rimane sempre troppo grande. Alle nostre case carbonizzate e a quelle cadute. A quelle in piedi che ci aspettano tutti i giorni, vuote. Con la penombra a combattere il caldo e le pale dimenticate accese al soffitto.
Al tempo che ci spezza. Che ci frantuma e non ci restituisce tutti i pezzi.
Alle persone smarrite, a quelle che vorremmo raggiungere per sfiorare loro il pancione e dire che siamo lì e che non ce ne andremo.
Alle persone che non si vedranno mai più e che all’improvviso ritrovi su un aereo che ti sorridono. A quelle che non saranno mai tutte insieme nello stesso posto.
A tutti i baci sperperati e a quelli dosati. Ai sentimenti spesi e mai restituiti. A quelli rimborsati sul 730 e alle case che non avresti mai voluto vendere, perché lì c’era il tuo essere, il tuo sudore. E alle pareti da ritinteggiare.
Che mettersi a ritinteggiare fa bene.
Pulisce i muri e i pensieri tutti insieme.
E a tutta la polvere intorno.
Quella che divora tutto.
(E.)
Sulla tastiera inglese senza accenti ci avevo preso (vedi post precedente:).Splendido il passaggio delle persone che non si vedranno mai più,a me capita di pensarci in aeroporto e in autogrill.
cosi’ cosi’ quel libro
… chiedi a dante
chiedi a fante
chiedi al cane di nome stupido…
La polvere… quasi un minaccia di Inferno.
O una promessa?
Ma come posso considerare l’Inferno una promessa?
Leggo il tuo post e penso ad un errare solitario, certo, ma anche in mezzo ad una folla indifferente. Una metafora del nulla, of course.
E se il nulla ci avesse rotto?
Ho voglia d’aver voglia se non di tutto, almeno di qualcosa.
Buon grosso-settimana (non mi viene una battuta almeno decente, ma allora perchè non zittisco il mouse?)
Passa anche da me, se ti va.
non mi curo della polvere e vado tre giorni al mare