Come gli automobilisti che si dimenticano di essere stati pedoni

paris - orly - the photo is mine

Il tempo racconta un sacco di bugie. Nonostante da piccoli ci venga detto che insegni tante cose. Racconta che scorre tutto, anche gli ingorghi peggiori. E trasfigura anche, il tempo. Gli occhi per guardare, se ci si sforza, restano gli stessi, corretti o meno, come caffè di vecchietti strizzati dentro ai bar, ma sono quelli. E come ciò che si guarda muta inesorabile, anche noi mutiamo. Con le nostre pieghe del viso, come dei vestiti, col nostro tempo balordo che non si ferma ad aspettarci e ci attraversa come non fossimo materia. Con il nostro mondo che pare ci sfugga dalle dita, che corre fra un aereo e l’altro e stringe facce come fossero mani viscide e vede corpi dietro a scrivanie, e entra in camere d’albergo che non si accorgeranno del passaggio e che verranno dimenticate. Col nostro mondo che non esiste anche se ci sforziamo di farlo essere, di dargli un senso. Ed eccoci, per quel che è rimasto di noi. Stanchi come dopo una battaglia e siamo solo rientrati da un breve viaggio. Stanchi perché ci hanno portato via le cose che amiamo e ci hanno restituito solo una immagine veloce da una vettura. E invece volevamo solo passeggiarlo questo giorno.

(E.)

Se gli angeli sono inquieti

TV, photo by Benoit.P

Il silenzio che si staglia intorno a certi malati è sintomatico.
Paura di essere infettati.
La malattia come etichetta, come separazione fra buoni e cattivi, fra normali e non.
Il bisogno di non sentirsi emarginati, ma accolti nella comunità dei savi racconta una storia ben più lunga, ben più articolata.
Nessuna sofferenza ammette follia. E il contegno richiesto di fronte al dolore deve essere accettato come plausibile.
Paletti, limiti disegnati a matita, ma profondi come solchi sul terreno a segnare confini, rotte da non percorrere, terre che non è concesso di calpestare.
Eppure la follia è la ribellione al destino di morte che ci aspetta.
Una sorta di scarica elettrica che interrompe il flusso regolare dell’elettroencefalogramma.
E i manicomi. O come li chiamano adesso. Quegli antri infernali, quei luoghi in cui insegnano a chi si ribella come si muore. Quei luoghi raccontano storie miserabili, profonde, insulse, cariche di sogni, di speranze, piene di vuoto assoluto.
Quei luoghi custodiscono le nostre paure e i nostri mostri.
Li tengono stretti col coperchio chiuso.
E certi poeti inquieti ci insegnano che non è bene cancellare, togliere dallo sguardo.
Serve guardare in faccia il cane rabbioso e scoprire che ci somiglia.
Ciao Alda.
(E.)

Pubblicato in: on Novembre 2, 2009 at 11:02 am Commenti (16)
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Con tutto il potere del mondo

Berlin09, photo by Une petite touche française

Mi chiedo cosa ci sia lì sotto, sotto tutte quelle brutture, sotto quel catrame, sotto quelle parole messe alla rinfusa pur di fare del male.

Cosa ci sia sotto le foglie che cadono, le braccia degli alberi spogliate, sotto il muro incrostato di fronte alla fabbrica dismessa. Sotto al lampione scheggiato che spera di non finire a sassate, sotto ad un rumore lacerante che è quello di un aereo che vola via lontano, sotto ad un colpo di fucile, secco con l’eco di strascico.

Cosa ci sia sotto ad un sorriso, quando è immotivato, se dono o truffa, o sotto ad un balcone di piante che gocciola al mattino, sotto alla brina che copre le cose, sotto alle ruote di una bici che cigola, sotto ai cocci di una bottiglia di birra ai bordi del marciapiede che sa ancora di birra di una bravata.

Mi chiedo cosa possa esserci sotto a queste macerie, a questi giornali spiegazzati, a questi sbadigli caldi in contrasto col mattino freddo e la scia che lasciano.

Cosa ci sia lì sotto, a scavare bene.

Si direbbe il sole. Proprio lui, una stella.

A curare tutto il male.

E pensa, con tutto il potere del mondo, nessuno può toccarlo.

(E.)

Pubblicato in: on Ottobre 29, 2009 at 10:43 am Commenti (6)
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Breakfast in America

photo by redeyesatdown (ian grieveson)

photo by redeyesatdown (ian grieveson)

Indignazione silenziosa, di quelle impotenti, da hula hoop sul tiggì e da chi frega è più fico. Pagare per poter vivere. Come una scommessa. Chi offre di più. Dignità uno, dignità due, dignità tre. Aggiudicato. Un russo ci verrà a comprare. Un cinese ci farà le scarpe su misura, di cartone. Un giornalista chiedera` milioni per dire idiozie. Mentre centinaia di migliaia vorrebbero mille euro di salvezza. Per non scivolare. Andarsene potrebbe sembrare una sconfitta. Ma è la vera sfida forse. Via dalle logiche europee, dice Magalie. Lei che se ne è andata in Thailandia, senza certezze, solo sapendo che non sopportava più la vecchia Europa bofonchiona. E sabato ha i cartoni pronti per spostarsi ancora. A sud ovest, a Hua Hin, bord de mer, dice lei, che viene da Argences e lì ci torna solo quando ha nostalgia della matelote o del calvados. Che basterebbe solo avere il coraggio di perdere le abitudini e tornare a rischiare. Basterebbe per alzarsi una mattina e decidere che breakfast in america non è solo una canzone, ma anche un possibile piano per la giornata.

(E.)

Pubblicato in: on Ottobre 23, 2009 at 9:42 am Commenti (5)
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Life is short

photo by making coffee - porto - casa da musica
photo by making coffee – porto – casa da musica

A parte gli scongiuri, che ognuno fa o non fa, omofobi o meno, belli o brutti, intelligenti o bassi, ci sono notti che non vogliono decollare, come certe feste quando eravamo piccoli, in cui c’era tutto, c’erano tutti, musica e persone, salatini e mamme lontane e nessuno riusciva a far partire il motore. Notti di pensieri accavallati e di stati parainfluenzali e di parole ascoltate o su cui si è scivolati durante il giorno che si ripropongono come peperonate fuori stagione. Notti di coperte che paiono macigni e di viaggi inventati con parole fra il sonno e la veglia che paiono vere, che te le ricordi anche ad occhi aperti diverse ore dopo. Che ti appunti alla mente cose che invece perderai inesorabili. La verità è che i buoni libri non li scrivono più e che le compagne delle serate sono cornacchie che parlano da dietro gli schermi senza pudore alcuno. Quando il mondo gira per conto suo e non c’è verso di afferrarlo da un lembo della veste. Un mondo in cui tutto sembra possibile, vincere un premio nobel compreso. Il tempo che non esiste, poi, annulla del tutto la corsa forsennata di una vita che pur breve e unica che sia pare contare meno di una testa di un minerva. Nei giorni che si susseguono, che paiono sempre diversi ad una mente che cancella le cose vicine in modo inesorabile, può accadere tutto, di conoscere un barbagianni o di perdere completamente la testa per un paio di scarpe. E dal giorno in cui ti dicono che sei brava, al giorno in cui ti chiedono se hai fatto le scarpe a qualcuno, passa un soffio di vento. E potresti capire che hai sbagliato tutto quando hai deciso di non rischiare ancora e ti sei seduta sul letto del fachiro solo per un momento. Realizzare che se avessi preso sul serio quell’occhio fotografico o queste parole sgrangherate che avrebbero potuto fare la differenza, non del tuo conto in banca però, allora forse saresti più felice. Che felice è un aggettivo bastardo, perché si sa che è bugiardo e descrive un istante solo. E poi niente più. Mi resta la passione. Che anche se la vita dura il tempo di centrifugare due carote, forse restano piccole grandi soddisfazioni. Quelle di leggere i libri a scrocco nelle librerie, quelle di guardare il soffitto e di immaginare cose fantasmagoriche anche quando non ci sono, quelle di uscire al mattino dopo una notte insonne e pensare che anche se ti spremessero come un limone troverebbero sempre un sorriso da qualche parte. E che se parti, c’è sempre un luogo d’arrivo, anche se di passaggio.

(E.)

Nel sogno andavi di fretta

photo by making coffee

photo by making coffee

Le cose stanno così. Chi mi ama mi sogna che corro.

E la cosa in tempi di vacche magre e di giocati i numeri al lotto potrebbe assumere tante connotazioni. Sulle quali farò finta di niente. Come è del tutto normale fare per sentirsi terribilmente alla moda.

Questo spazio è nato da una mia idea; sono sempre stata una col pallino della scrittura, pur non avendone il sufficiente talento, il tempo, la fortuna e altre decine di doti delle quali sono altrettanto sprovvista.

Proposi l’idea balzana alla donna migliore che conosca, che ho la fortuna di conoscere da oltre trent’anni, quindi da quando entrambe avevamo lasciato da poco il pannolino.

E l’esperimento partì.

Durò poco la cosa a quattro mani, del resto due donne, anche se si amano alla follia, restano donne, competitive e anche, soprattutto la sottoscritta, rompiscatole.

In realtà la mia compagna di viaggio, la spagnola del duo, in questi anni ha cambiato la sua vita, specialmente dal 10 agosto in avanti.

Insomma ci sentiamo meno, ma ci amiamo lo stesso. A modo nostro, come abbiamo sempre fatto.

Sin dai tempi in cui le passavo i mandarini sotto il banco. Sin da quando la ricordo con la parrucca da damina e il neo disegnato con il kajal.

Il tempo di dirsi le cose è rimasto fermo ad aspettare un bus, ci restano pochi scampoli di righe e una chiamata sporadica in cui alla fine ti rendi conto che volevi dire altre cose e che non hai avuto il tempo di dirle.

E allora abbiamo deciso di incontrarci nei sogni. Per parlare.

Era inverno e ti incontravo sotto i portici di Via Ugo Bassi, a Bologna, quelli che incrociano via Indipendenza. La gente creava confusione e io che ti intravedevo cercavo di attirare la tua attenzione per salutarti correndoti un po’ dietro. Io avevo avuto un incidente in Via Rizzoli dovuto a una nebbia tremenda, così fitta da non lascire intravedere nulla. Riuscii a sentire solo l’impatto dell’incidente. Io in bici, con una moto di due giovani ragazzi un po’ ubriachi. Poi proseguo e cerco di beccarti, ma tu viaggiavi con delle cuffiette e a piede sospinto per cui se non mi avvicinavo davvero non mi avresti né vista né sentita. Ti sentivo che non stavi bene, che avevi molto da fare e da pensare e che tiravi avanti col freddo della cittá. Indossavi un enorme cappotto nero, un po’ old fashioned. Ecco ti ho sognata e mi è rimasta la voglia di parlarti visto che nel sonno andavi di fretta e il pianto di Mat ha interrotto il sogno.

E per una volta quindi che ci incontriamo, a Bologna, lontane da tutto, quasi tornate indietro nel tempo, senza fretta, senza bisogno di prendere un aereo, io vado di fretta e ho le cuffiette.

E mi sono detta che la cosa sarebbe potuta benissimo accadere stamattina. Che di fretta ci vado sempre, che rubo il tempo e che prima o poi verrò condannata.

Anche se l’applicazione della legge non è uguale per tutti, almeno così dicono.

(E.)

Scrivilo sui muri

photo by Luis de Diego

photo by Luis de Diego

Ho messo una scarpa dietro l’altra. In sequenza, senza pensare fossero le mie.
Ho preso la vita di un altro e l’ho messa addosso come si fa per una camicia.
Era fresca, sapeva di bucato ben steso, all’aria vera, non come fanno in molti qui che stendono dentro i bagni e i panni sanno di aria ammuffita e i bagni di bucato.
Ho creduto di poter parlare in una lingua che non conosco, perché mi sentivo un altro, semplicemente.
Un uomo o una donna non conta.
Un altro. In un altro posto.
Con i vestiti messi alla rinfusa, i colori anche.
Che ogni tanto si vorrebbe fare una follia.
Uscire col sole, prendere dei fiori e del pane, passeggiare. Senza fretta.
Passeggiare senza che le scarpe nuove stringano.
Senza che faccia troppo caldo o troppo freddo.
In un tempo mite e d’autunno.
Con le foglie pronte a cadere quando sei fermo a guardarle.
Un tempo Berlino.
Con un libro e una panchina, un caffè distratto e una mappa.
La vita di un altro restando noi.
Che quando andiamo via ci pare sempre che a nessuno importi se torniamo.
(E.)

Essere

la musica e` sotto la vasca

la musica e` sotto la vasca

Voce del verbo. Voce. Verbo.
Se stessi. Come se ci si rincorresse, bussare per aprirsi.
La cosa più difficile è rimanere, restare vicini a quello che si vorrebbe.
Essere.
Sentire le proprie mani, le proprie gambe, il proprio respiro.
I movimenti impercettibili del proprio corpo.
Come se ad essere si facesse molta più fatica che a stare o a parlare o ad occupare uno spazio inconsapevole. O ad avere.
Siate pure voi.
In un esortativo da pulpito.
Come se fosse facile essere e non perdere.
Che a perdere non siamo buoni, non ci stiamo a perdere, magari rinunciamo ad essere ma dobbiamo restare con il nostro gruzzolo di partenza.
Che rischiare ci pare significhi solo mettere dei soldi, non provare ad essere.
Semplicemente essere senza condizioni e senza strutture.
Senza omologare pur di farci stare dentro il nostro posto. Caldo e scomodo.
Essere.
Che non essere non è una scelta o un dilemma.
E` solo smettere di guardarsi o rinunciare a respirare.
(E.)

Pubblicato in: on Ottobre 2, 2009 at 9:31 am Commenti (7)
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Eye Eye

photo by superhoop

photo by superhoop

Assenza di politica, manovre politiche dovunque.
I giovani crescono con le idee sempre più chiare di cosa sia il mondo privo di politica, ma impregnato di politica laddove essa apparentemente non debba avere spazio.
Esperimenti sociologici le aziende.
Quando dissi questa frase davanti ad un consesso di capi davanti a me in un ristorante lussuoso di Parigi, ci fu un bel silenzio.
Cercavo di arrampicarmi anch’io ai muri del giardino pensile del Costes. Mi sono sentita edera o qualcosa magari di più esotico.
Sentivo le mascelle di qualcuno che si muovevano, cercavo le parole di altri per avvolgermi dentro di esse e non sentire più nulla. Osservata per lunghissimi due o tre secondi di silenzio rotto da cascate d’acqua di vasche inverdite e di scrosci di vino nei bicchieri. Corde di legno come corde di violino intorno alla mia giugulare.
La reazione, dopo quel tempo interminabile, fu un sorriso di chi mi aveva chiesto un parere. E quel silenzio parve cancellato, ma rimase come se l’esperimento sociologico fossi io, da dentro un barattolo di vetro, sotto al coperchio ben avvitato.
E i condor e gli avvoltoi, le iene e gli sciacalli, le oche e i leoni. Più che sociologia credo sia zoologia. Pollice opponibile aggiunto, ma con poca importanza e utilizzato a caso.
E nei giorni che viviamo, quelli più vicini, si consuma il teatro delle marionette dinnanzi ai nostri occhi.
Managers alla ricerca di un secondo di gloria che possa rimanere su qualche e-mail da non stampare per non contribuire al disboscamento globale.
E le lotte, fratricide, di giovani che si affrettano a dare degli incompetenti agli altri. Lotte di sedie levate prima di rendersene conto.
Coccigi immolati al dio sociologo, al dio aziendale senza faccia e senza nome, al dio della gloria effimera.
E come tutti i sacrifici, si consumano i riti sugli altari. Con vittime sacrificali notturne, per salvare il dio diurno che tutto vede e ha il palmare attaccato al naso.
Ed ecco la vittima, silenziosamente lasciata a morire, per salvare qualcun altro.
Quando si manda  a casa una persona per salvarne altre che hanno fallito, è un fallimento multiplo.
E i fallimenti vanno anche valutati in scale, come guardando un termometro.
Le temperature sopportate hanno range precisi. Se si sta fuori di un grado non è drammatico. Invece il cut off è spietato. E chi sta su e poteva evitare, poteva assorbire, poteva giustificare, tace o viene messo a tacere con sottili e non celate manovre di ridimensionamento verbale.
E il carnefice comunica senza comunicare. Avverte senza dichiarare il suo fallimento o quello di qualcun altro.
Che la politica c’entra. Se dichiari fallito pubblicamente un tuo sottoposto ammetti un tuo errore, quantomeno di valutazione, se non peggio. E i principi di responsabilità poi.
E la territorialità e la dignità e il pregiudizio.
E la mano mozzata di qualcuno.
Che punirne uno vorrà dire pure qualcosa, vero?
Che sia di lezione, anche se non lo diciamo. Anche se il suo nome non viene pronunciato.
E tristezza infinita. Comunicato scarno sopra il comunicato. Manager diverso. A dimostrare la superiorità, che altrimenti non si vedrebbe. O che si conosce ma va reiterata in modo chiaro. Anche se chiaro non lo è.
E ti dico cosa fare, tu, piccolo uomo, che sei salvo per miracolo.
E ti dico che sei un incapace senza dirtelo, ma tu lo sai.
E le lotte fra managers diventano guerre sanguinarie. Fatte di ombrelli aperti di protezione e vassoi pronti per servire qualcosa di talmente freddo da dover indossare i guanti per reggerlo.
Solo che non sempre lo spettacolo vale la pena di essere osservato.
Si lasciano cadaveri sul percorso.
E le lenzuola usate per coprirli non sono abbastanza.
 
Ho firmato la petizione per la libertà di stampa.
Come firmerei per esempio molte altre petizioni, se solo servissero a qualcosa.
Ogni tanto firmo qualcosa per dire a me stessa che il mio numero conta.
Ma risponde sempre la legge del taglione.
Lunga vita a Serena Dandini, Presidente.
 
(E.)

Blue countryside

the photo is mine, the mood as well

the photo is mine, the mood as well

Le parole contano, si appoggiano sulle cose, vestendole e dando loro un nome e un modo per chiamarle. Che da sole le cose tacciono e rischiano di soffrire di depressione. Quando le parole si scambiano poi tutto diventa una danza, fatta di cose evocate che non sempre vengono alla mente. E nascono gli equivoci, nodi di parole fra di loro che colorano a modo loro tutto quanto, come se il colore vero non fosse abbastanza o non si riuscisse a vedere. E mettiamo i filtri. Parliamo di religione sapendo che nascerà uno scontro e cerchiamo di evitarlo a priori, mettendo un colore diverso alle parole usate, lasciandole danzare e colorarsi da sole col colore dell’umore che vogliano. E dopo una lotta impari fra un boa di piume color blu elettrico anche il paesaggio, sfinito dalle piume sul pavimento, si colora. Senza chiedere, soltanto restituendo.

(E.)

Pubblicato in: on Settembre 28, 2009 at 11:52 am Commenti (8)
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