Non considero il ritorno. O non sarei partito mai.

VW - photo by Jangel19

Mi ricordo di una casa in campagna. Una campagna a due passi dal mare, come solo una natura rocciosa può permettere.
Un giardino part time con cani e un frutteto. Credo con aranci ma anche ulivi d’argento svettanti.
Ricordo vasco in sottofondo che non mi piaceva già allora.
Cantava liberi liberi e a me pareva fosse una bugia.
Vedevo natura mescolata, di persone cose e di solitudine chiassosa. Di capelli raccolti da bambina e di scarpe inzaccherate, di fango e frutta.
Ricordo una campagna calda e lacrime da moto da enduro.
Troppo presto a girare intorno, senza quattordici anni addosso.
Calzettoni arrotolati in basso e la voce di mio padre. Che faceva tremare gli alberi.
Part time  anche lei. Ma quanto bastava per farsela addosso.
Ricordo pomeriggi di sollievo nascosta nell’incavo di un tronco a sognare sorrisi sconfinati.
A pensare che nulla sarebbe durato per sempre.
Aspettando la fine illesa.
Ricordo i ritorni. Ho sempre considerato il ritorno.
Come una cura, come una  casa che avrei avuto e  che mi avrebbe accolta senza chiedere nulla.
Che il bello dell’amore è questo. Che non  dovrebbe chiedere nulla.
(E.)
Pubblicato in:  on Novembre 26, 2009 at 1:07 pm Commenti (12)
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Se gli angeli sono inquieti

TV, photo by Benoit.P

Il silenzio che si staglia intorno a certi malati è sintomatico.
Paura di essere infettati.
La malattia come etichetta, come separazione fra buoni e cattivi, fra normali e non.
Il bisogno di non sentirsi emarginati, ma accolti nella comunità dei savi racconta una storia ben più lunga, ben più articolata.
Nessuna sofferenza ammette follia. E il contegno richiesto di fronte al dolore deve essere accettato come plausibile.
Paletti, limiti disegnati a matita, ma profondi come solchi sul terreno a segnare confini, rotte da non percorrere, terre che non è concesso di calpestare.
Eppure la follia è la ribellione al destino di morte che ci aspetta.
Una sorta di scarica elettrica che interrompe il flusso regolare dell’elettroencefalogramma.
E i manicomi. O come li chiamano adesso. Quegli antri infernali, quei luoghi in cui insegnano a chi si ribella come si muore. Quei luoghi raccontano storie miserabili, profonde, insulse, cariche di sogni, di speranze, piene di vuoto assoluto.
Quei luoghi custodiscono le nostre paure e i nostri mostri.
Li tengono stretti col coperchio chiuso.
E certi poeti inquieti ci insegnano che non è bene cancellare, togliere dallo sguardo.
Serve guardare in faccia il cane rabbioso e scoprire che ci somiglia.
Ciao Alda.
(E.)

Pubblicato in:  on Novembre 2, 2009 at 11:02 am Commenti (16)
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No talking ’bout the rain, no more

Ci torno sempre.
Quando ho bisogno di trovare un posto che raccolga tutti i miei pensieri e che non me li restituisca, quando cerco un luogo onesto che non faccia nulla per piacere.
Torno nel bar sotto al mare.
Un posto in cui il tempo pare non sia mai passato. Le stesse mani, le stesse gambe intrecciate, i sapori nitidi della giovinezza, che torna a sedersi al tavolo accanto, come se non se ne fosse mai andata.
E riporta il profumo di zagara, si specchia coi capelli lunghi e gli scarponi sempre troppo grandi, percorre strade sconosciute e disegna dall’alto i campi come fossero figure geometriche.
Una giovinezza che dura il tempo delle immagini di una canzone o di un paio.
Che pare abbia ripreso forza, che debba restare lì e non andarsene lasciando il conto da pagare.
Il bar c’è sempre.
E la musica pare sia fatta per questo.
Che non ti accorgi, ma quando vuoi puoi tornare lì.
E svegliarti, ancora, in una mattina qualunque, a vent’anni.
(E.)

Scavi archeologici e tecniche di rianimazione

capture1
La philosophie est à l’étude du monde réel ce que l’onanisme est à l’amour sexuel (Marx)
Anarchia e bizzarria.
Oggi vi racconto una storia, che voglio raccontarvi da mesi, ma non trovo mai il tempo e la voglia.
Pare il momento giusto, questo, detesto parlare di quello che non sta accadendo in questo momento, detesto la non politica, l’arroganza del potere, il silenzio sulle cose che contano, i posti a sedere dei milanesi sulle metropolitane, il silenzio su una donna che si uccide a ponte galeria, con in tasca l’espulsione da un paese che dovrebbe auto-espellersi, gli accordi con la libia sulle esplusioni scavalcando i diritti umani, detesto tutto questo e mi dispiace detestare, pertanto racconterò un’altra storia, una storia vera, una pagina dimenticata.
Il calcio ha sempre fatto parte della mia vita.
Ho raccontato di mio padre, non ho detto delle mie squadre (perché non ne ho una sola) prima fra tutte la maggica, ho taciuto sul disgusto che provo per questo calcio intossicato e del ruolo che esso ha assunto come narcotico di stato.
In ogni caso ho sempre tenuto per i più deboli, per una sorta di predisposizione naturale.
Il toro e non la juve, il genoa e non la samp. La roma poi è altra cosa, scorre nel sangue, sotto porta metronia, attraversa via gallia e cammina a piedi mentre ti chiamano zecca sotto alla bandiera dell’emmesseì.
Gigi Meroni.
Cresciuto nel como, zompettava da bambino nei cortili col pallone fra i piedi. Senza pensare chi sarebbe stato. Tanti dei bambini che alleviamo pensano prima che saranno qualcuno e poi calciano in porta.
Lui non sapeva e faceva cose da pazzi.
Lui giocava e basta. Giocò nel genoa, e fece grandi cose, non senza errori.
I controlli antidoping li facevano anche allora, negli anni sessanta, anzi erano più seri di adesso, se potessi raccontarvi come e chi li fa adesso ridereste, ma sono segreti professionali.
Anfetamine, dissero, ma non fu mai provato.
Lui andò al toro. Dopo i tempi bui del toro, quando il toro si stava riprendendo ormai, dopo la tragedia.
Sorrido, penso al caso e a come gira.
Se digitate luigi meroni e toro su google viene fuori la tragedia di superga, in cui non c’entra nulla. E lo sapete perché? perché il pilota di quell’aereo si chiamava pierluigi di nome e meroni di cognome, ma non era nemmeno suo parente, ma lui, gigi, per sempre sarebbe rimasto legato al toro. A nereo rocco, alla città, alla morte.
Matto, dicevano, beat lo chiamavano altri. Lui pareva oscar wilde o il quinto beatle. Dipingeva anche, portava galline al guinzaglio, segnava gol magnifici.
Faceva cose folli, almeno per i tempi, disegnava abiti, bloccò la cerimonia di matrimonio della donna che amava che stava per sposare un altro.
Correva, si travestiva.
Correva, volava.
Correva.
E camminava, come quella domenica in cui fu travolto da una macchina vicino casa sua.
Al volante Romero, proprio lui, il Romero presidente, diciannovenne, suo tifoso.
A 24 anni e con un modo di vivere che pare lontano anni luce da oggi.
Anni sessanta ruggenti, di vita pulsante.
Anarchia e bizzarria.
Che ricordare questa storia fa quasi male. Perché viene subito in mente come la passione sia morta e meno male che è venerdì, così spengo tutto.
E accendo la voglia di essere diversa da come sono.
Accendo il mondo che dorme.
O meglio provo a rianimarlo.
(E.)
Pubblicato in:  on Maggio 8, 2009 at 11:59 am Commenti (12)
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Musique silencieuse


L’homme moderne stressé, devrait écouter de la musique silencieuse di Benoit.P

L’uomo stressato dovrebbe ascoltarla, dice Benoit.
Illuminante.
Per elevarsi dalle sue miserie.
Ma perché silenziosa?
Come si fa uno show di musica silenziosa?
Stamattina sentivo la musica negli occhi, una musica che non fa rumore, ma che si infrange e rincuora, precipitando sulle lenti abbrustolite per guardare il mondo.
Mai vista la luce quando finisce fra l’occhio e la lente?
E proietta sulla lente l’immagine delle proprie palpebre, con le ciglia e le pieghe?
Ho pensato a quanti anni sono passati dalla prima volta e a quante volte ho cercato di vedere la pupilla e le efelidi.
Ho pensato alle pieghe nuove e ho pensato a quante ne vedrò nei prossimi anni.
La musica della luce sulle pieghe.
Ho visto nelle linee la mia vita, senza far rumore.
L’ho vista senza poterla toccare.
Proiettata come un quadro astratto, carica di note e di curve.
Musica, per chi ha gli occhi per poterla ascoltare.
Ho immaginato il tempo che vedrò cantare sui miei occhi e sugli angoli di questo concerto di luce, tutto privato, e a quando ricorderò linee dritte e suoni puliti, incontrando onde increspate e suoni dolenti.
(E.)

P.s. per riflessioni supplementari vi invito fortemente a cercare in Proust la sua visione della musica, anche silenziosa,  il libro di Götting “La Symphonie Silencieuse”, Jef Lee Johnson e “la Chanson silencieuse” e gli esperimenti di Bell Orchestre.

Contromano

la foto è  di BNCTONY, che trova le immagini ai miei pensieri, inconsapevole

La gente abbandona qualunque cosa per strada. Lascia pezzi di sé senza paura di essere scoperta dai dettagli delle cose. Senza paura che le cose urlino chi li ha abbandonati e chiedano di essere riportati indietro.
Certe cose pare che stiano lì a chiamarti, come una terra che chiede acqua. E come un fiore reciso, chiedano il perché dell’abbandono.
Questi oggetti abbandonati sono come le persone. Raccontano, parlano di sé.
Dicono cose dolci con l’amaro in bocca, di chi ha conosciuto il sole e adesso è solo fango. Non hanno memoria, ma sono memoria.
Smemorata storia di vite degli altri.
E se si potessero fermare quelle storie, in una immagine.
Stamattina avrei voluto avere una macchina fotografica pronta.
Una donna anziana vestita di rosso in bicicletta con una sciarpa sui capelli e gli occhiali da sole, andava contromano.
Scesa da un pianeta diverso.
Ci ricordava che se non fossimo intruppati nelle regole anche noi saremmo liberi.
Di andare contromano senza farci male.
(E.)

Pubblicato in:  on Marzo 16, 2009 at 10:02 am Commenti (8)
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The hill

 Dove sono i generali
che si fregiarono nelle battaglie
con cimiteri di croci sul petto
dove i figli della guerra
partiti per un ideale
per una truffa, per un amore finito male
hanno rimandato a casa
le loro spoglie nelle bandiere
legate strette perché sembrassero intere.

Dove siamo noi, finiti male, sotto il peso dei nostri anni.
Dove sono finiti coloro che ci ispirarono i primi passi.
Dove sono finite le nostre mani operose, i pensieri matti e sconcertanti, le dolorose certezze che portavamo al guinzaglio quando pensavamo di avere il mondo dalla nostra parte.
Non al denaro non all’amore né al cielo.
Non sono dove non potremo trovarli.
Dormono lì, in cima alla collina.
Ché di colline qui intorno ci vuole fantasia a trovarne.

(E.)

Pubblicato in:  on Gennaio 12, 2009 at 9:16 am Commenti (11)
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Los tres reyes magos

Ci sono cose che nessuno potrà riportare indietro.
Gli anni passati insieme, i sapori di quando il palato era vergine e non li conosceva, il primo bacio, il primo capodanno senza i parenti, il primo rientro nella propria casa dopo le vacanze, quel libro da iniziare.
Cose irripetibili come i racconti della nonna o le storie inventate in macchina per far passare il viaggio con la mia voce squillante, anche col sonno più nero.
I viaggi in camper, i parcheggi improvvisati, la pasta scolata sulla neve a Bardonecchia, i denti lavati su un tombino in un autogrill con una bottiglia di plastica.
Ci sono sapori che non torneranno, come quello dell’aria quando sono arrivata a Milano, come quello del mio appartamento appena ridipinto dalle mie mani, come quello della neve silenziosa fuori ad imbiancare la passiflora sul balcone.
E le feste, che noia, sempre stata più attirata dalle leggende ad esse legate, dalle usanze, dai lumi di stoccolma, da hannukkah o dai dolci tipici turchi, dolci sino a risultare stucchevoli.
Pareva voler dire la stessa cosa in altro modo questa mattina, il portoricano che respira la stessa aria tutti i giorni nel mio stesso open space.
Raccontava dell’unica festa della tradizione portoricana, prima che il Christmas degli americani invadesse anche le loro case.
I bambini lasciavano la scuola per circa un mese dal 20 Dicembre e rimanevano nelle loro case per aspettare, dopo il capodanno, l’arrivo (Επιφανή) dei portatori di doni. Los tres reyes magos. Che come avevano omaggiato il bambino nella mangiatoia avrebbero portato doni anche ai bimbi portoricani.
E loro, la sera prima del loro arrivo, andavano nei campi con una scatola di scarpe e la riempivano di erba, di paglia.
Ponevano rigorosi questa scatola sotto al loro letto prima di andare a dormire.
Questo perché los tres reyes magos arrivavano sui cammelli e dovevano dar loro qualcosa da mangiare.
E cosi la mattina venivano ricompensati e al posto della scatola e dell’erba trovavano i doni.
Qualcuno, se nel retro di casa trovava l’erba e la paglia gettate via, rimaneva deluso, ma questo era segno che quel tempo non sarebbe più stato e che la magia era sparita.
Qualche lacrima per il mistero svelato e si sarebbe aperto il mondo delle tristi verità.
Certe cose non tornano, ma i sapori di una volta, se chiudiamo gli occhi, pare quasi ancora di sentirli sulla punta della lingua.
Vividi e sinceri.
Della loro sincerità, almeno.
(E.)

Pubblicato in:  on Gennaio 5, 2009 at 4:29 pm Commenti (12)
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The postman

Il postino si prestò per questo scatto e il neonato nella sua sacca lo fece inconsapevole.
Come quando si ascoltano i vecchi dischi e le voci incise sono gli unici ricordi tangibili di anime ormai svanite, così questi occhi e questo profumo di sottofondo, che sa di campagna e fumosi treni che attraversano il panorama.
La foto è del 1900 e il servizio postale di pacchi fu introdotto nel 1913.
Ecco quindi la posta che si sostituisce alla cicogna e dimostra che può consegnare due bimbi con francobolli attaccati alle vesti, attraverso la ferrovia e i postini cittadini, sino alla destinazione finale.
Chiaramente c’è chi prese alla lettera in tutti i sensi questa cosa e il Servizio Postale Americano si affrettò, appena se ne avvide, di proibire questa pratica, con apposito divieto.
La foto appartiene al Museo Smithsoniano di Washington DC e racconta, come tante foto fanno, il mondo in cui è stata scattata.
Ci sono storie che si inventano, che debbono essere costruite, studiate.
Altre che superano ogni fantasia, si costruiscono da sole come castelli in aria a sfidare le leggi del tempo e del mondo corcostante.
Certe storie si leggono senza parole, si trovano in immagini di sconosciuti che narrano senza fiatare.
In ogni piega del vestito del postino, in ogni ombra del viso del bimbo, si scorge un giorno che è stato e che urla agli altri la sua dignità e il suo coraggio di resistere.
Dentro una sacca, con un francobollo.
(E.)

Pubblicato in:  on Ottobre 23, 2008 at 9:30 am Commenti (8)
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Passato in affitto

la foto è di davide olivi

Non so se nella vita di tutti c’è un Enrico.
Nella mia sì, barbuto, con un sorriso stampato che quando ci penso mi viene subito un sorriso di rimando.
C’era la campagna intorno, una di quelle da film, con un casale, con gli animali, con il vento sferzante e il gelo tagliente. Se ci penso sento ancora il freddo, mi battono i denti, mi viene da toccarmi il naso con la lingua per scaldarlo, che mi viene ancora bene.
Sospiro pensando ai cestini di biciclette che hanno conosciuto le mie natiche piccine, contornate da vestitini leggeri, alle serate di caminetti accesi e di bambini vocianti che hai voglia a dire loro di stare zitti, che c’era il varietà alla tv.
Quella casa conteneva generosa tutte le voci, urla di gioia strozzate da giorni interminabili, che spesso pareva fosse sempre notte e sempre inverno.
Le ruote sull’erba e il cielo muto, i cuori affannati di bambini troppo distratti per fermare quei momenti.
Nomi dimenticati, come fossero sfollati in un casermone in attesa di identificazione.
Eppure eravamo noi quei bambini e i grandi non facevano testo anche quando dicevano che era ora, che toccava andare a letto, che si era fatto tardi. E anche se le dita gelide desideravano una coperta sotto la quale scaldarsi, c’era la vita lì, fuori dalle coperte e c’era Enrico, che col suo sguardo faceva anche scordare l’ennesima marachella, che in silenzio radiografava i pensieri e restituiva solo una delle sue battute in bolognese, smozzicate, ché non si sentisse troppo.
Per anni quel fragore è rimasto confuso come i panni dopo la centrifuga. Squassato dal tempo e dalle altre facce, ma in quell’angolo, come se quello fosse suo e nulla potesse portarlo via.
E ci sono tornata, con una timidezza quasi da scolaretta, timorosa che nessuno potesse ricordare.
E ci ho trovato le foto della mia infanzia, immagini che non sapevo di avere popolato.
Quadretti di famiglie inventate e posticce che per anni sono stati la mia, quella che mi ero creata, nella fantasia.
E lui mi ha riportata in quel posto, che ricordavo immenso, pieno di verde e di legno, come se il resto dei materiali si fossero dimenticati esistessero al mondo.
E ho trovato un cancello in ferro battuto, un muretto, che forse c’era sempre stato, e tanto silenzio. Come se nessun rumore si fosse mai udito.
Due livornesi dentro, una coppia matura di signori, che mi hanno permesso di rivedere quelle stanze, che ricordavo in altro modo, calde e con profumo di cucina dovunque.
Ho trovato un’altra vita dentro e il silenzio mi raccontava di quell’uomo che mi accompagnava in quelle stanze, con le lacrime agli occhi.
Enrico, che è anche un pezzo di me, che possiede gli anni in cui le fantasie erano le uniche regine dei miei giorni. Regine che sono state spodestate.
Da giorni prima e dopo. Senza corona. Vendute per poche lire.
(E.)

Pubblicato in:  on Settembre 18, 2008 at 8:53 am Commenti (19)