Dei delitti, delle pene, dell’ansia tropicale e dell’ansia da prestazione

Another Slippery Slope, photo by ElectriqueKingdom
Potrei venire accusata di disfattismo, di rinuncia, di volontà molla come un budino.
I giorni sono duri come una bistecca appena levata dal congelatore eppure il sole lì fuori potrebbe anche accelerare lo scongelamento.
Questo è un paesaccio. Un paese di disinformati presuntuosi, di poltroni divoratori di pastasciutta, di pedissequi ricalcatori ai vetri.
Ricordo che alle scuole medie i pomeriggi in cui avevo geografia, mi aiutavo con i fogli sovrapposti sul vetro per recuperare le forme strampalate di nazioni frastagliate, lontane e fredde.
È un paese di belle promesse, di belle prospettive, di bei monumenti, di bello.
Di begli stronzi a pascolare con i nostri soldi dentro ad auto blu, di belle donne comprate e di belle speranze tritate in uno sminuzzacarte.
Di leggi che annullano le successive, di elasticità pari alle fettucce dei mutandoni di lana.
Rigidi per natura e morbidi per necessità, ma non virtuosa.
Posti di lavoro venduti come spezie in un mercato nemmeno tanto bello, venduti a brutti ceffi da battitori all’asta ubriachi.
Malcostume. Prostitute e favori. La cosa pubblica svenduta per un paio di servizietti.
E la crisi, gli ammortizzatori, gli investimenti che non si fanno con una cecità pari a quella di un tasso che esca alla luce del sole.
E poi arriva la ruota della fortuna o la roulette russa. Il posto ti resta o lo perdi?
E con quello che hai riuscirai a non sentirti una fetecchia tale da non riconoscere il tuo volto la mattina allo specchio, con tutti gli anni in fila davanti ai tuoi occhi che cosi tutti insieme non li avevi mai visti?
Non mi sento una rinunciataria se desidero andare via da questo posto.
Non mi sentirei sconfitta se avessi la possibilità reale di raccattare quelle due cose che ho e andare altrove, dove per esempio una persona conta più del peduncolo di uno spillo e dove costruiscono le strade per far muovere la gente e non promettono ponti e tagli dell’irap.
Che poi l’irap promettono di fargli il funerale da quando è nata e le corone sono state acquistate ormai da tempo, come da tempo sono pronti i coccodrilli per andreotti e invece scopriamo che vive e lotta in mezzo a noi, assieme a totò riina e bernardo provenzano.
E quasi viene da pensare in certi giorni che ce la si potrebbe fare, anche se non siamo del piddì.
Perchè al mattino scopriamo che tremilioni di cristiani hanno versato due euro per dire che vogliono un segretario dell’opposizione. Che lo vogliono. Che vogliono opposizione. Che non si nascondono.
Sei milioni di euro per non morire.
Mentre molti resistono con duecento euro al mese. E muoiono soli. Senza suina e senza pallottole.
Molti resistono anche senza nessuno che dia loro dignità, che li riconosca.
Molti di noi sono invisibili. Vivono in questo paese senza avere il tempo di lasciare la loro ombra, nemmeno una cicca di sigaretta che dimostri che son passati di lì.
Viaggiano leggeri.
Molti di noi vorrebbero andarsene, non perché si arrendono, ma perché vorrebbero andare in un luogo dove poter tornare a vivere.
Dove poter sentire ancora che essere italiani sia annusare il film di tornatore e ricordare quello che non sono più.
(E.)
Pubblicato in:  on Ottobre 26, 2009 at 10:49 am Commenti (15)
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Eye Eye

photo by superhoop

photo by superhoop

Assenza di politica, manovre politiche dovunque.
I giovani crescono con le idee sempre più chiare di cosa sia il mondo privo di politica, ma impregnato di politica laddove essa apparentemente non debba avere spazio.
Esperimenti sociologici le aziende.
Quando dissi questa frase davanti ad un consesso di capi davanti a me in un ristorante lussuoso di Parigi, ci fu un bel silenzio.
Cercavo di arrampicarmi anch’io ai muri del giardino pensile del Costes. Mi sono sentita edera o qualcosa magari di più esotico.
Sentivo le mascelle di qualcuno che si muovevano, cercavo le parole di altri per avvolgermi dentro di esse e non sentire più nulla. Osservata per lunghissimi due o tre secondi di silenzio rotto da cascate d’acqua di vasche inverdite e di scrosci di vino nei bicchieri. Corde di legno come corde di violino intorno alla mia giugulare.
La reazione, dopo quel tempo interminabile, fu un sorriso di chi mi aveva chiesto un parere. E quel silenzio parve cancellato, ma rimase come se l’esperimento sociologico fossi io, da dentro un barattolo di vetro, sotto al coperchio ben avvitato.
E i condor e gli avvoltoi, le iene e gli sciacalli, le oche e i leoni. Più che sociologia credo sia zoologia. Pollice opponibile aggiunto, ma con poca importanza e utilizzato a caso.
E nei giorni che viviamo, quelli più vicini, si consuma il teatro delle marionette dinnanzi ai nostri occhi.
Managers alla ricerca di un secondo di gloria che possa rimanere su qualche e-mail da non stampare per non contribuire al disboscamento globale.
E le lotte, fratricide, di giovani che si affrettano a dare degli incompetenti agli altri. Lotte di sedie levate prima di rendersene conto.
Coccigi immolati al dio sociologo, al dio aziendale senza faccia e senza nome, al dio della gloria effimera.
E come tutti i sacrifici, si consumano i riti sugli altari. Con vittime sacrificali notturne, per salvare il dio diurno che tutto vede e ha il palmare attaccato al naso.
Ed ecco la vittima, silenziosamente lasciata a morire, per salvare qualcun altro.
Quando si manda  a casa una persona per salvarne altre che hanno fallito, è un fallimento multiplo.
E i fallimenti vanno anche valutati in scale, come guardando un termometro.
Le temperature sopportate hanno range precisi. Se si sta fuori di un grado non è drammatico. Invece il cut off è spietato. E chi sta su e poteva evitare, poteva assorbire, poteva giustificare, tace o viene messo a tacere con sottili e non celate manovre di ridimensionamento verbale.
E il carnefice comunica senza comunicare. Avverte senza dichiarare il suo fallimento o quello di qualcun altro.
Che la politica c’entra. Se dichiari fallito pubblicamente un tuo sottoposto ammetti un tuo errore, quantomeno di valutazione, se non peggio. E i principi di responsabilità poi.
E la territorialità e la dignità e il pregiudizio.
E la mano mozzata di qualcuno.
Che punirne uno vorrà dire pure qualcosa, vero?
Che sia di lezione, anche se non lo diciamo. Anche se il suo nome non viene pronunciato.
E tristezza infinita. Comunicato scarno sopra il comunicato. Manager diverso. A dimostrare la superiorità, che altrimenti non si vedrebbe. O che si conosce ma va reiterata in modo chiaro. Anche se chiaro non lo è.
E ti dico cosa fare, tu, piccolo uomo, che sei salvo per miracolo.
E ti dico che sei un incapace senza dirtelo, ma tu lo sai.
E le lotte fra managers diventano guerre sanguinarie. Fatte di ombrelli aperti di protezione e vassoi pronti per servire qualcosa di talmente freddo da dover indossare i guanti per reggerlo.
Solo che non sempre lo spettacolo vale la pena di essere osservato.
Si lasciano cadaveri sul percorso.
E le lenzuola usate per coprirli non sono abbastanza.
 
Ho firmato la petizione per la libertà di stampa.
Come firmerei per esempio molte altre petizioni, se solo servissero a qualcosa.
Ogni tanto firmo qualcosa per dire a me stessa che il mio numero conta.
Ma risponde sempre la legge del taglione.
Lunga vita a Serena Dandini, Presidente.
 
(E.)

Mad world

mad world anja
foto di anja, sotto la canzone
Finzione. Programmi cancellati, come fotografie ritoccate.
Case di dolore come case da podio.
Miss Italia e tanti saluti.
Che siamo lunghi lo sappiamo, logorroici. Ma non importa.
Denunciamo. Difendiamo.
Istituzioni, distruzioni.
Scuola e influenza. In che rapporto stanno? Lo stesso del maestro e del medico più o meno.
Maestro prevalente e precari.
Non scherzate che non ci caschiamo più, non vi daremo più tutti quei soldi.
Intanto ve li abbiamo dati, però.
E condanniamo il terrorismo tutti insieme e tutti insieme condanniamo la fame nel mondo e tutto il resto.
Condanniamo i soprusi, le ingiustizie, le bombe e i giustizieri della notte, le risse nei bar e le navi affondate con i nostri incubi dentro. Tossici.
Condanniamo.
Tanto ad assolvere c’è sempre tempo.
 
(E.)

14 luglio

stay-tuned

I treni vanno a ballare nei musei a pagamento

prepare for landing - di Ault

prepare for landing - di Ault

Le vacanze sembrano ancora lontane. Appena arriveranno saranno già alle spalle, come tutti i presenti, tutti i presenti della nostra vita che diventano passati prima di sbattere le palpebre. Gli eventi sbattono sui nostri scogli, si schiantano come fulmini senza patria sugli oggetti che delimitano il nostro orizzonte.

Le vacanze paiono lontane. Le sento arrivare ma non so come andare a prenderle. Un tempo incomprensibile. Pioggia di notte da non farci dormire. E giorni di promesse, di cantieri roventi, di asfalti posati e di residence nuovi di zecca per i capi di stato. Compagnie di assicurazione che risarciranno i francesi dei giorni di sole mancati. I treni, gli aerei, i mezzi di trasporto, di locomozione, i mezzi che permettono di partire, di arrivare.

Scommettere. Come il superbowl. Come il lotto, numero star e tanti saluti e grazie. Non so quante caselle annerire, quanti numeri. Ti guardano come fossi sceso da marte.

Non si vince se non si gioca. Non si gioca se non si vince. Non si vince. Soddisfatti o rimborsati. Scommettere sull’arrivo, sul buon esito, sul numero di singhiozzi consecutivi. Scommettere sugli anni di vita del proprio cane. Scommettere sul numero di centimetri di pioggia caduti, sulle stelle che si contano in una notte intera, sui passi che ci separano dalla meta, sull’uscita dalla crisi, sui chilometri con un litro, sui giorni dall’apocalisse. E poi si va alla cassa, con lo scontrino. Un premio qualunque, purchè questa appaia come la nostra giornata.

Prego, gratti pure lei.

(E.)

p.s. per la musica cliccate qui

Buyology

la Defense - Paris - Dmitri A. Mottl

la Defense - Paris - Dmitri A. Mottl

Ci sono letture che non consiglierei, libri creati ad arte per fare cassa.
Libri che i giornali pubblicizzano per riempire le pagine di giornale.
I giornali. Questo grande rebus. Non tento nemmeno di risolverlo. La settimana enigmistica la lascio a mia madre che sul suo divano, sia che piova, sia che ci sia il sole, ammazza il tempo. Che l’assilla per la sua assenza.
Mi ritrovo tutte le volte a sedermi al suo fianco a riempire le caselle vuote di lettere, con la sua matita smozzicata e la sua gomma, sempre quella e sempre più piccola.
I nostri incontri si riducono a questo, quasi del tutto.
A parte il discutere su cosa mangiare e sulle grane coi parenti.
Le parole crociate senza schema, poi, sono l’argomento migliore. Lei spara a caso risposte e io spesso trattengo le parole, quelle che non dovrei mai dire e che spesso riesco a non dire, colpevolmente.
I giornali freschi e i miei commenti, mentre lei non segue mai e rimane persa nel suo mondo fatto di caselle nere e di un lapis.
Pensavo a lei quando leggevo su uno di quei giornali da tempo perso. Pensavo a cosa avrebbe detto, al suo commento sconclusionato se le avessi detto che per cinque minuti mi ero convinta a leggere un libro illegibile sui motivi per cui compriamo.
I motivi che stanno alla base delle nostre rivendicazioni di status sociale.
I motivi per cui rivendichiamo il nostro diritto ad esistere su questo pianeta.
Perché compriamo.
E le conclusioni, anticipate e sintetizzate, sulle verità e sulle bugie che ci vengono instillate senza distinzione, che mescolandosi restano bugie pure. Casi del caso, incroci maledetti fra il vero e il falso sociale.
E questa recensione parlava del diritto di essere dimenticati.
Un diritto che pare antitetico con tutto quello per cui siamo stati allevati.
La memoria, il suo altare.
Il diritto di non disperdere senza ritegno aspetti riservati della nostra esistenza.
Una sorta di liberazione da tutte le catene di cui ci siamo abilmente forniti per rimanere ancorati a questo mondo.
Un taglio di gps.
Uscire e mollare tutto, lontani da mète che ci abbiano imposto per esistere.
Un po’ come mia madre, ecco.
Riuscire come lei a uscire senza rete e vagare senza meta pur rimanendo sul divano.
(E.)
P.s. per il libro, fate un giro qui
Pubblicato in:  on Giugno 9, 2009 at 5:57 pm Commenti (4)
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Pirati

C’è un mondo che salpa senza di noi.
Ci sono scenari da far west, ci sono sparatorie fra fratelli laburisti, ci sono estati piovose e izquierdas unidas almeno in spagna, olandesi vecchi colonialisti e sfruttatori che si svegliano xenofobi, ma ci si erano anche addormentati; ci sono verdi che tingono i vialetti di fronte casa per vendere meglio i loro immobili.
Vento in poppa.
Prendo un caffè e ascolto una donna che chiede la separazione consensuale dall’italia.
Guardo i pannelli scoperchiati del sottotetto del mio ufficio, il vento ha provato a soffiare forte, ci ha restituito un cielo incerto e un seggio ai pirati svedesi del piratpartiet.
Verrebbe voglia di tornarsene a letto.
O di salpare con la benda e i capelli al vento.
(E.)

A nuoto

schwimmhausboot

Schwimmhausboot, Flo Florian and Sascha Akkermann
Ecologico. Come se fosse un nuovo credo, una chiesa nuova, con adepti e con eletti. Scuole di pensiero. Letame e smaltimento.
La bontà si misura in gradi di ecologia. E se targhi tutto con l’ecologia puoi sporcare il mondo.
Il non detto, le cose taciute, manipolate, nascoste. A domanda risposta, circoscritta ed equivoca. Mai dire troppo, inutile spiegare tutto. Tanto i ladri sono tali solo se vengono scoperti. E spesso non vogliamo vedere.
Necessitiamo di credere, ci inventiamo filosofie nuove, ci convertiamo. Perché crediamo qualcuno prima o poi ci risponda. E invece in un parcheggio ci poniamo una domanda e la risposta viene subito, senza bisogno di rivolgerci alla divinità. Ci risponde il mondo, solo se sappiamo osservarlo. Solo se non gli passiamo di fianco distratti, ma proviamo ad ascoltarlo e ad ascoltare tutti i pesci che ci nuotano dentro.
Vorrei vivere altrove. Vorrei andare a nuoto a casa, superare il luogo comune che si attacca all’asfalto, prendere una bici e volare via. Mettere le pinne e il boccaglio e attutire sott’acqua i rumori di questi martelli pneumatici. Inutili. Che non costruiscono niente, che confondono.
Troverei la mia casa galleggiante, non una palafitta, ma una tana acquatica. Il design per una volta non messo a caso, ma utile, necessario.
Uscirei da questo cubo di latta dentro al quale lavoro e andrei lungo il fiume Hunte, a Oldenburg, una cittadina della Bassa Sassonia. Lì troverei un giardino sul tetto di una casa barca, un luogo più umano di tanti altri. Dai vetri il fiume e i raggi del sole a disegnare le creste delle onde.
Il fiume. La speranza porti via tutto e lo nasconda per sempre alla vista.
E ci restituisca un mondo nuovo, tutti i giorni, con acqua nuova e energie rinnovate.
Che non bastano le rinnovabili se non ci sono le energie.
Servono le energie.
Che non costino. Perché non paghiamo i nostri muscoli per muoversi.
E quindi scarpe buone e camminare.
O pinne. A nuoto.
Che servono solo polmoni. E un panorama che ti aspetti, per ripagarti.
Per curarti.
(E.)

Otto per Mills

Tempo di dichiarazione di redditi, tempo infame per molti. Non l’ho mai vissuta così, forse perchè non ho mai avuto tanti soldi da poter dire che pago troppo. Botte da orbi e Torino pare in questi giorni l’unica parte d’Italia che non sia ipnotizzata da Letizia e Moratti. E dai soldi facili, da quelli che non si dichiarano e da quelli che paiono piovuti dal cielo. A miracol mostrare. Ma basta parlare del nostro Premier. Lasciamolo fare ai suoi avvocati. E alle sue televisioni. Ai suoi giornali. Ai suoi dipendenti. Ai suoi elettori.

100 euro di multa per aver detto “Ti vedo, Sarkozy”. Un professore di filosofia è stato multato di 100 euro dalla polizia giudiziaria, per aver gridato in cinque minuti una sessantina di volte (contate anche) quella frase durante una perquisizione della stazione di Marsiglia, costringendo la polizia che effettuava le perquisizioni ad interrompere (per molestie uditive?) la missione che stava svolgendo.

Ecco. Ogni tanto scopriamo che stanno peggio di noi. E sorrido ancora per l’imposizione che la sentenza diventi esecutiva dato l’ammontare dell’ammenda. Non si puo` fare appello se il valore non superi i 150 euro. Ogni tanto la magistratura non è contro il regime.

Mi sa che qualcuno va a farsi processare Oltralpe. Nel frattempo pensate ai vostri soldini e devolvete.

(E.)

Pubblicato in:  on Maggio 20, 2009 at 9:37 am Commenti (8)
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L’eau chaude

Lo sapevate che le ditte edili in Italia evadono il fisco e hanno lavoratori irregolari, senza contributi e senza documenti? Ma no! Lo hanno scoperto solo in questi giorni i furbi finanzieri.

Se accettassero altri getti di acqua calda, direi che sono gli stessi che non predispongono misure di sicurezza e che contribuiscono ad innalzare il numero di morti, occulti e non, sul lavoro.

Il lavoro. Questo strumento di emancipazione e di lotta, questa elemosina che elargiscono per ricattare il tuo senso morale e farlo precipitare sotto i piedi.

I padroni. Che chiedono di tener duro. E tu vuoi vedere in quelle parole immagini di supporto, di aiuto, vedrete che prima o poi arriva un sostegno. E invece il futuro è lo stesso di adesso. Solo che non promettono più nulla, dicono solo tieni duro. E la differenza col passato è che prima ti raccontavano favole meravigliose. E tu ci credevi.

Adesso le favole le raccontano fuori di qui, e a loro viene da ridere, quindi fanno gli annoiati e dicono di capire.

Ti capisco. Eccome se ti capisco.

(E.)