Babushka

the photo is mine - storm feuilles - under the leaves a bit of music

Accade quando si cade. Che il tempo pare sia trascorso senza lasciare traccia dietro di sé. E il presente non è più come quando lo immaginavi futuro. Che il futuro non esiste, non è più. Non ha sogni da portare con sé, non ha favole da raccontare, non ha storie fantastiche cui avvinghiarsi. Quell’attimo che dura un soffio, quando tutte le foglie intorno sono cadute e il tappeto rossastro pare fresco e ancora vivo. Quel momento è già passato. Non hai fatto in tempo a raccoglierlo che è morto. Ha esalato il suo ultimo respiro, ha fatto la sua rivoluzione. La rivoluzione silenziosa di chi osserva cadere. Di chi guarda impassibile quella perdita del mondo tutte le volte e si copre il volto, perché non ha più nulla da desiderare. E l’attimo esatto quando si avverte che si sta per cadere risulta chiaro tutto, per un istante. Ciò che si sarebbe potuto fare, il dolore della caduta, la voglia di afferrare una maniglia e restare appesi. E in quell’istante, sotto la doccia, con la tempesta di gocce, con i piedi scivolosi, rinascere. Senza cadere fare la rivoluzione. Una piccola.

(E.)

Le rétour du mushroom

photo and title from B N C T O N Y

Ci sono viaggi immaginati, come lampi di cielo a squarciare stanze di neon. Ci sono immaginazioni fervide che danzano sulla vita delle cose e delle persone, come se quello che vedessero fosse l’unico mondo possibile, l’unico certo immarcescibile. E di questo sguardo mi piace vestirmi, per non dimenticarmi che ci sono stupori e stupori e i regali più graditi vengono quando non c’è previsione di essi, quando non ce n’è motivo alcuno. E la vita scorre sui marciapiedi, di tutte le mattine, di lunedi arrotolati, scappati da sotto le coperte, scippati alle loro sfumate certezze da risveglio coi contorni di albe non ancora accennate. Incroci di sguardo di donna che sorride,come se vi conosceste da tempo. Adoro guardare la gente. La gente che si lascia guardare, che si lascia suonare con pianoforti di ciglia e arpe di capelli scossi dal vento. Ed ecco una donna hippie con un labrador al guinzaglio e il suo piccino dalla mano, con un buffo cappellino troppo grande per la sua testa.. Costruire storie. Che la libertà di guardare ci è rimasta. E certe libertà sono inaspettate e valgono come il tesoro dei pirati.

(E.)

P.s. sotto la foto la musica, per assaggiare il concerto di stasera

L’acqua e la pazienza

Voglio crescere. Fammi crescere i denti davanti.
Voglio andare. Fammi tornare senza essere mai partito, fammi bere senza vuotare il bicchiere, fammi sfamare l’africa delle nostre menzogne.
Fammi laureare i sogni di tutti, correre senza muovere un muscolo.
Vorrei raccogliere il fiore senza lasciarlo morire. Fammi soffiare la vita e non trovarmi in cima alla salita e non sapere se potrò mai tornare giù senza restarci secco.
Voglio l’erba del vicino. Fammi avere la pazienza di aspettare un giorno che anche se non arrivasse mi basterebbe per colmare tutto, per riempire il vuoto e andare senza di te.
Che senza di te, di qualunque te tu sia fatto, anche se nulla cambierebbe, ci sarebbero le stelle, i calendari, le briciole di pane, non potresti sentire questa ballata.
Questo delirio dell’amor perduto che non c’è mai stato.
Questo canto disperato senza disperazione, questo esercizio di equilibrio fra ciò che dovrebbe essere e ciò che mai sarà.
Senza di te.
Ci vuole sete e tempo.
Per bere e avere la pazienza di non pulirsi del tutto.
Che sporchi lo restiamo, tutte le volte che ci laviamo e il tempo ci attraversa.
(E.)

per la musica, qui

Come gli automobilisti che si dimenticano di essere stati pedoni

paris - orly - the photo is mine

Il tempo racconta un sacco di bugie. Nonostante da piccoli ci venga detto che insegni tante cose. Racconta che scorre tutto, anche gli ingorghi peggiori. E trasfigura anche, il tempo. Gli occhi per guardare, se ci si sforza, restano gli stessi, corretti o meno, come caffè di vecchietti strizzati dentro ai bar, ma sono quelli. E come ciò che si guarda muta inesorabile, anche noi mutiamo. Con le nostre pieghe del viso, come dei vestiti, col nostro tempo balordo che non si ferma ad aspettarci e ci attraversa come non fossimo materia. Con il nostro mondo che pare ci sfugga dalle dita, che corre fra un aereo e l’altro e stringe facce come fossero mani viscide e vede corpi dietro a scrivanie, e entra in camere d’albergo che non si accorgeranno del passaggio e che verranno dimenticate. Col nostro mondo che non esiste anche se ci sforziamo di farlo essere, di dargli un senso. Ed eccoci, per quel che è rimasto di noi. Stanchi come dopo una battaglia e siamo solo rientrati da un breve viaggio. Stanchi perché ci hanno portato via le cose che amiamo e ci hanno restituito solo una immagine veloce da una vettura. E invece volevamo solo passeggiarlo questo giorno.

(E.)

Nag champa on the burn

the pic is Sumo by ElectriqueKingdom

Ci sono giornate perfette che immagini, come una specie di cura a tutti i mali del mondo.
Come i pensieri superficiali, come le creme per le occhiaie, come i silenzi dopo un tuono lacerante nel cuore della notte.
Cure ad ogni male presente, futuro o passato. Cure come sciarpe contro il vento del mattino.
Che “contro” pare una guerra e vorresti comunque cancellare la parola.
Nei sogni capita di morire e di poterlo raccontare, come di volare e non cadere mai, di urlare contro un prete che non capisce nulla, di svegliarsi altrove senza aver fatto il tragitto che ti ci porti.
E così in alcune giornate, quando mentre tutti corrono verso le solite cose che li aspettano e sono rimaste ferme lì senza muoversi dal giorno prima, arriva il sole, che a dispetto di tutti, sta lì, nel suo posto fisso, che è quello da cui partire per costruire una famiglia.
Ci sono giornate in cui basta la musica giusta e l’incenso giusto da bruciare che tutto il resto pare un affannarsi di pesci nell’acquario.
Un paio di scarpe comode, se proprio sono necessarie, e due passi, dove passeggiare non sia un sacrilegio.
Giorni che paiono passeggiate.
Che restano nella mente ma ti pare di toccarli.
(E.)

Life is short

photo by making coffee - porto - casa da musica
photo by making coffee – porto – casa da musica

A parte gli scongiuri, che ognuno fa o non fa, omofobi o meno, belli o brutti, intelligenti o bassi, ci sono notti che non vogliono decollare, come certe feste quando eravamo piccoli, in cui c’era tutto, c’erano tutti, musica e persone, salatini e mamme lontane e nessuno riusciva a far partire il motore. Notti di pensieri accavallati e di stati parainfluenzali e di parole ascoltate o su cui si è scivolati durante il giorno che si ripropongono come peperonate fuori stagione. Notti di coperte che paiono macigni e di viaggi inventati con parole fra il sonno e la veglia che paiono vere, che te le ricordi anche ad occhi aperti diverse ore dopo. Che ti appunti alla mente cose che invece perderai inesorabili. La verità è che i buoni libri non li scrivono più e che le compagne delle serate sono cornacchie che parlano da dietro gli schermi senza pudore alcuno. Quando il mondo gira per conto suo e non c’è verso di afferrarlo da un lembo della veste. Un mondo in cui tutto sembra possibile, vincere un premio nobel compreso. Il tempo che non esiste, poi, annulla del tutto la corsa forsennata di una vita che pur breve e unica che sia pare contare meno di una testa di un minerva. Nei giorni che si susseguono, che paiono sempre diversi ad una mente che cancella le cose vicine in modo inesorabile, può accadere tutto, di conoscere un barbagianni o di perdere completamente la testa per un paio di scarpe. E dal giorno in cui ti dicono che sei brava, al giorno in cui ti chiedono se hai fatto le scarpe a qualcuno, passa un soffio di vento. E potresti capire che hai sbagliato tutto quando hai deciso di non rischiare ancora e ti sei seduta sul letto del fachiro solo per un momento. Realizzare che se avessi preso sul serio quell’occhio fotografico o queste parole sgrangherate che avrebbero potuto fare la differenza, non del tuo conto in banca però, allora forse saresti più felice. Che felice è un aggettivo bastardo, perché si sa che è bugiardo e descrive un istante solo. E poi niente più. Mi resta la passione. Che anche se la vita dura il tempo di centrifugare due carote, forse restano piccole grandi soddisfazioni. Quelle di leggere i libri a scrocco nelle librerie, quelle di guardare il soffitto e di immaginare cose fantasmagoriche anche quando non ci sono, quelle di uscire al mattino dopo una notte insonne e pensare che anche se ti spremessero come un limone troverebbero sempre un sorriso da qualche parte. E che se parti, c’è sempre un luogo d’arrivo, anche se di passaggio.

(E.)

In tasca

bag to the future
bag to the future – detroit airport – photo by samirdiwan
Ho scoperto un mondo collegato a Detroit, e quindi ne riparlo, come quando si ripassa in un luogo che ci è piaciuto. Uno di quei caffè da giornale fresco da aprire al mattino, uno di quei luoghi dove ci piace andare per sentirsi meglio, che piacciono solo a noi e non ne conosciamo il motivo.
Il mondo di Detroit, dicevo. Si tratta di un mondo di fotografi che la amano, come fosse una sorta di musa strana, di quelle da scoprire e da interpretare, da spogliare e rivestire, che le belle donne nude piacciono di meno.
La verità è che sono invidiosa. Invidiosa di chi parte senza motivo. Con una macchina fotografica e poco altro. La pasta del capitano nel borsone e un paio di magliette pulite.
Partivo così parecchio tempo fa.
Qualunque tempo facesse. Nessuno scoraggiamento.
Avevo i capelli lunghi, vivevano una vita propria, maestosa.
Gli occhi erano sempre vivi e le gambe forti, sempre con gli scarponi, come se avessi paura di volare via senza.
E i viaggi erano il senso di tutto.
I momenti in cui tutto il resto trovava una ragione.
Avrei voluto lasciare tutto. Prendere il coraggio e lanciarlo via oltre frontiera.
E invece oggi cerco ragioni per inventarmi un viaggio nuovo, che non sia di lavoro o di famiglia.
E sto cercando una fotografia che mi dica dove, come se adesso una ragione sia necessario averla prima.
Che la responsabilità la misuriamo in ragioni e in scale di priorità.
Come se desiderare non bastasse.
Non è mai bastato. Avremmo fatto più sciocchezze di quante ne abbiamo fatte se fosse bastato.
Un po’ di incoscienza, questa era la mia musa.
Oggi è in tasca.
(E.)
Pubblicato in:  on Ottobre 9, 2009 at 10:55 am Commenti (9)
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Nel sogno andavi di fretta

photo by making coffee

photo by making coffee

Le cose stanno così. Chi mi ama mi sogna che corro.

E la cosa in tempi di vacche magre e di giocati i numeri al lotto potrebbe assumere tante connotazioni. Sulle quali farò finta di niente. Come è del tutto normale fare per sentirsi terribilmente alla moda.

Questo spazio è nato da una mia idea; sono sempre stata una col pallino della scrittura, pur non avendone il sufficiente talento, il tempo, la fortuna e altre decine di doti delle quali sono altrettanto sprovvista.

Proposi l’idea balzana alla donna migliore che conosca, che ho la fortuna di conoscere da oltre trent’anni, quindi da quando entrambe avevamo lasciato da poco il pannolino.

E l’esperimento partì.

Durò poco la cosa a quattro mani, del resto due donne, anche se si amano alla follia, restano donne, competitive e anche, soprattutto la sottoscritta, rompiscatole.

In realtà la mia compagna di viaggio, la spagnola del duo, in questi anni ha cambiato la sua vita, specialmente dal 10 agosto in avanti.

Insomma ci sentiamo meno, ma ci amiamo lo stesso. A modo nostro, come abbiamo sempre fatto.

Sin dai tempi in cui le passavo i mandarini sotto il banco. Sin da quando la ricordo con la parrucca da damina e il neo disegnato con il kajal.

Il tempo di dirsi le cose è rimasto fermo ad aspettare un bus, ci restano pochi scampoli di righe e una chiamata sporadica in cui alla fine ti rendi conto che volevi dire altre cose e che non hai avuto il tempo di dirle.

E allora abbiamo deciso di incontrarci nei sogni. Per parlare.

Era inverno e ti incontravo sotto i portici di Via Ugo Bassi, a Bologna, quelli che incrociano via Indipendenza. La gente creava confusione e io che ti intravedevo cercavo di attirare la tua attenzione per salutarti correndoti un po’ dietro. Io avevo avuto un incidente in Via Rizzoli dovuto a una nebbia tremenda, così fitta da non lascire intravedere nulla. Riuscii a sentire solo l’impatto dell’incidente. Io in bici, con una moto di due giovani ragazzi un po’ ubriachi. Poi proseguo e cerco di beccarti, ma tu viaggiavi con delle cuffiette e a piede sospinto per cui se non mi avvicinavo davvero non mi avresti né vista né sentita. Ti sentivo che non stavi bene, che avevi molto da fare e da pensare e che tiravi avanti col freddo della cittá. Indossavi un enorme cappotto nero, un po’ old fashioned. Ecco ti ho sognata e mi è rimasta la voglia di parlarti visto che nel sonno andavi di fretta e il pianto di Mat ha interrotto il sogno.

E per una volta quindi che ci incontriamo, a Bologna, lontane da tutto, quasi tornate indietro nel tempo, senza fretta, senza bisogno di prendere un aereo, io vado di fretta e ho le cuffiette.

E mi sono detta che la cosa sarebbe potuta benissimo accadere stamattina. Che di fretta ci vado sempre, che rubo il tempo e che prima o poi verrò condannata.

Anche se l’applicazione della legge non è uguale per tutti, almeno così dicono.

(E.)

Scrivilo sui muri

photo by Luis de Diego

photo by Luis de Diego

Ho messo una scarpa dietro l’altra. In sequenza, senza pensare fossero le mie.
Ho preso la vita di un altro e l’ho messa addosso come si fa per una camicia.
Era fresca, sapeva di bucato ben steso, all’aria vera, non come fanno in molti qui che stendono dentro i bagni e i panni sanno di aria ammuffita e i bagni di bucato.
Ho creduto di poter parlare in una lingua che non conosco, perché mi sentivo un altro, semplicemente.
Un uomo o una donna non conta.
Un altro. In un altro posto.
Con i vestiti messi alla rinfusa, i colori anche.
Che ogni tanto si vorrebbe fare una follia.
Uscire col sole, prendere dei fiori e del pane, passeggiare. Senza fretta.
Passeggiare senza che le scarpe nuove stringano.
Senza che faccia troppo caldo o troppo freddo.
In un tempo mite e d’autunno.
Con le foglie pronte a cadere quando sei fermo a guardarle.
Un tempo Berlino.
Con un libro e una panchina, un caffè distratto e una mappa.
La vita di un altro restando noi.
Che quando andiamo via ci pare sempre che a nessuno importi se torniamo.
(E.)

Blue countryside

the photo is mine, the mood as well

the photo is mine, the mood as well

Le parole contano, si appoggiano sulle cose, vestendole e dando loro un nome e un modo per chiamarle. Che da sole le cose tacciono e rischiano di soffrire di depressione. Quando le parole si scambiano poi tutto diventa una danza, fatta di cose evocate che non sempre vengono alla mente. E nascono gli equivoci, nodi di parole fra di loro che colorano a modo loro tutto quanto, come se il colore vero non fosse abbastanza o non si riuscisse a vedere. E mettiamo i filtri. Parliamo di religione sapendo che nascerà uno scontro e cerchiamo di evitarlo a priori, mettendo un colore diverso alle parole usate, lasciandole danzare e colorarsi da sole col colore dell’umore che vogliano. E dopo una lotta impari fra un boa di piume color blu elettrico anche il paesaggio, sfinito dalle piume sul pavimento, si colora. Senza chiedere, soltanto restituendo.

(E.)

Pubblicato in:  on Settembre 28, 2009 at 11:52 am Commenti (8)
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