Silenzio, c’e’ il Vday.

Dissolvenza.

Esterno giorno.

Un gruppetto di gente cammina in strada.

D’improvviso uno di loro cava di tasca una bussola, la osserva e fa cenno agli altri di seguirlo.

Rumori di strada.

Il gruppetto cammina.

Attraversa piazza Barberini, la fontana scroscia, il solito matto abbaia.

Il sole taglia la piazza, i palazzi alti gli impediscono di invaderla.

Il bar all’angolo trabocca di stranieri vocianti.

Piano medio sul barista che asciuga un bicchiere all’interno del bar.

Campo lungo. Il gruppetto inizia la discesa, la strada all’ombra conduce verso il Corso, in pendenza.

Primissimo piano su un uomo del gruppo. Ha barba bianca, lieve sorriso.

Soggettiva. Vede la discesa.

Fuori campo ancora rumore di strada. Vociare confuso. 

Figura intera dell’uomo, il vento accarezza la sua camicia e i suoi pantaloni, gli segna i contorni.

Campo lungo, il gruppo procede che sembra un quadro famoso.

Soggettiva del gruppo. C’e’ un banchetto infondo alla strada, avvolto nella luce accecante del sole.

Il cielo, in alto, e’ di un blu pervinca luminoso.

Piano medio. L’uomo con la barba ricaccia fuori la bussola.

Fuori campo. Rumore di passi in strada, mescolati ai rumori del traffico.

L’inquadratura segue la soggettiva della discesa.

Campo lungo. Il banchetto con alcune persone intorno. Campo medio. Il banchetto occupa quasi l’incrocio infondo alla strada.

Primissimo piano del logo sul banchetto.  

vday_logo.png

Dissolvenza.

(A 24 ore nessuno ne parla. Nemmeno io)

(E.)

Published in: on settembre 7, 2007 at 10:36 am  Comments (15)  

The URI to TrackBack this entry is: https://milanovalencia.wordpress.com/2007/09/07/silenzio-c%e2%80%99e%e2%80%99-il-vday/trackback/

RSS feed for comments on this post.

15 commentiLascia un commento

  1. Voglio l’uomo con la bussola!

  2. Non è che non vogliano parlarne. Non possono.

  3. E perché non potrebbero?

  4. Perchè se potessero ne parlerebbero.

    p.s.: caro offender se credi che l’informazione esista sotto forma di diritto in Italia sei di certo nel novero dei beati, quelli che, sperabilmente (per la classe “dirigente”), saranno ancora e sempre gli ultimi.

  5. caro Ramone, immaginavo la risposta fosse quella, ma se non mi sbaglio il v-day è stato organizzato da un tizio che gestisce il 13esimo blog al mondo e che finisce sui telegiornali ad ogni emissione gassosa.

    Inoltre, cercando ora in google news ho trovato 340 articoli sull’argomento sui più importanti quotidiani, datati tra ieri e oggi: che è successo? La libertà di stampa è stata ripristinata?

  6. mh.
    giu’ le asce.
    Riguardo alla liberta’ di stampa sono dispiaciuta ma la penso come Ramone. Non esiste.
    Gestire un blog non vuoi dire avere spazio. Anche se e’ il tredicesimo al mondo.
    Tuttavia si parla di liberta’ di stampa nei media canonici, quelli prima dell’era internettiana.
    I commenti su giornali di carta e televisioni sono stati freddi. Sulla carta poi ho visto sproloqui e fango tipici della stampa italiana.
    Detto questo, oggi almeno, depositate le asce.
    E.

  7. “I commenti su giornali di carta e televisioni sono stati freddi.”

    Non capisco cosa c’entri con la libertà di stampa…comunque rispetto le idee tue e anche di mi accusa di far parte del popolo bue.

  8. Il citato fra virgolette non era un commento alla liberta’ di stampa, ma un contorno aggiuntivo.
    I giornali parlano di cio’ di cui devono parlare.
    Cosi’ i telegiornali.
    Viene imposto dall’editore anche di cosa non devono parlare.
    Creano i casi, montano gli show, ignorano chi devono.
    Ignorano anche cose serie, piu’ serie del Vday.
    Questo solo il mio parere.
    Condiviso anche da qualcuno.
    Quanto ai buoi, di questi tempi servono, credimi.
    Sto pensando di darmi alla vita bucolica, quindi sei prenotato.
    Merci
    E.

  9. Se quello che intendete tu e Ramone è che la libertà di stampa in Italia non esiste perché gli editori impongono una linea ai giornalisti, allora è chiaro che non esiste come non esiste da nessuna parte. Io avevo percepito altro.

  10. Credo di essermi posto nella condizione di essere frainteso, perciò preciso: ritengo doveroso riconoscere l’assenza di contenuto giuridico per ciò che è: uno strumento.

  11. posto questo articolo di oggi, suggeritomi in riflessione da un amico
    (se ne e’ parlato alla fine, in modo strumentale, poco lusinghiero e con toni da sberleffo; su certi aspetti, considerando io il popolo leggermente tendente a belare, condivido la possibilita’ di lettura populista e il bisogno sviscerato di appartenenza della gente, meno invece l’anarco-individualismo, che trovo con discreto disappunto fuori dalla top ten)

    *******

    L’invasione barbarica di Grillo

    di EUGENIO SCALFARI

    HO VOLUTO aspettare qualche giorno prima di scrivere su Beppe Grillo e sul “grillismo”. Ho letto le cronache, i commenti, le domande e le risposte. Ed ho riflettuto e ricordato. Infatti il fenomeno della piazza Maggiore di Bologna non è affatto una novità. In Italia c’è una lunga tradizione di “tribuni” e capi-popolo, un germe che ha messo radici da secoli e che rimane una latenza costante nell'”humus” anarcoide e individualista della nostra gente.

    Quel filone – per fortuna – è mescolato con molti altri elementi: la nostra è una gente laboriosa, paziente, capace di adattamenti impensabili, generosa. Ad una cosa non si è mai adattata: a pensare e a comportarsi come partecipe d’una comunità, d’una struttura sociale con leggi e regole da rispettare anche quando sembrano danneggiare il proprio particolare interesse.

    L’anarco-individualismo è un virus che corre sotto traccia ma spesso emerge ed esplode in superficie. I suoi avversari sono inevitabilmente sempre gli stessi: il potere costituito e il potere immaginato, quelli che fanno le leggi e quelli che le propongono e le attuano. L’anarco-sindacalismo è per definizione il nemico dell’autorità. Può rappresentare una necessaria valvola di sfogo quando provoca l’insorgenza contro regimi autoritari e dittatoriali (ma avviene di rado); ma diventa anacronistico in regimi di diffusa democrazia dove esistono forme di opposizione e di denuncia più efficaci e molto più civili di quella di radunarsi o marciare dietro cartelli con su scritto “Vaffanculo”.

    Non sono affatto d’accordo su quanti dicono che il “Vaffa-day” è solo un dettaglio folcloristico dovuto alla dimensione comica del primo attore. La forma – specie nella vita pubblica – è sostanza e chi inneggia al “Vaffanculo” partecipa consapevolmente a quelle invasioni barbariche che connotano gran parte della nostra mediocre e inselvaggita attualità.

    * * *

    È vero che la classe dirigente nella sua interezza ha reso plausibili anche le critiche più radicali. Soprattutto quella di non aver fornito alla società un esempio e un punto di riferimento capace di orientare il pubblico verso la ricerca del bene comune e della felicità propria e altrui.

    Ho letto il commento di Fausto Bertinotti al raduno dei “grillisti” e ai tavoli per la raccolta della firme sotto la proposta di legge sponsorizzata da Grillo. Bertinotti ha sempre privilegiato la società rispetto alle istituzioni, la piazza rispetto al governo. Ma tenendo fisso il criterio dell’insostituibilità dei partiti, che lui vede come laboratori ideologici specializzati nella cultura dell’ossimoro. Che però volesse cavalcare il “grillismo” – sia pure con tutti i distinguo – questa è un’assoluta novità. Bertinotti esalta “l’esistente” affermando che è inutile polemizzare con esso. Fossero vivi i fratelli Rosselli ed Ernesto Rossi, avrebbero di che rispondergli su questo delicatissimo argomento.

    All’entusiasmo “grillista” di Di Pietro non c’è invece da far caso. L’ex sostituto procuratore di Milano confonde – e non è la prima volta – Mani pulite con il giustizialismo di piazza e non si accorge che così facendo fa un pessimo servizio alla lotta che il Tribunale di Milano impegnò nel ’92 contro la pubblica corruttela e contro i corruttori, i concussori, i corrotti che erano diventati da singoli casi giudiziari reati di massa pervadendo e deformando l’intero sistema degli appalti e insidiando le basi stesse della democrazia.

    Ma Di Pietro, si sa, non va per il sottile. Non c’è andato neppure nella scelta dei candidati del suo partito, come purtroppo si è visto. Cerca sgabelli sui quali salire. Ma Grillo – questo è certo – non è sgabello se non di se stesso, come mezzo secolo fa capitò a Guglielmo Giannini: quando il suo “Uomo qualunque” mandò in Parlamento trenta deputati furono in molti a tentar di mettervi le mani sopra, la Dc, i liberali, i monarchici. Non ci riuscirono e ben presto tutto si ruppe in tanti pezzetti.

    * * *

    Movimenti d’opinione di natura antipolitica, come quello di cui stiamo discutendo, erompono dal seno della società e poi declinano rapidamente. La politica non è un’invenzione di qualche mente corrotta o malata, ma una categoria della vita associata. Il governo della “polis”, cioè della città, cioè dello Stato. L’antipolitica pretende di abbattere la divisione tra governo e governati instaurando il governo assembleare. L'”agorà”. La piazza. L’equivalente del blog di Internet. Infatti la vera novità del “grillismo” è l’uso della Rete per scopi di appuntamento politico (o antipolitico).

    Ma nella Rete si vede più che mai il carattere personalizzato dell'”agorà”; di ogni “agorà”. Da quella di Cola di Rienzo a quella di Masaniello, da quella di Savonarola a quella di Camillo Desmoulins. Il blog ha infatti un’intestazione ed è l’intestatario che indica la via, che formula gli slogan, che produce gli spot. E’ lui insomma il padrone di casa che guida e domina l’assemblea.

    In realtà il governo assembleare è sempre stato una tappa, l’anticamera delle dittature. La storia ne fornisce una serie infinita di conferme senza eccezione alcuna. Proprio per questo quando vedo prender corpo un movimento del tipo del “grillismo” mi viene la pelle d’oca; ci vedo dietro l’ombra del “law & order” nei suoi aspetti più ripugnanti; ci vedo dietro la dittatura.

    Non inganni lo slogan “né di destra né di sinistra”. Si tratta infatti di uno slogan della peggiore destra, quella populista, demagogica, qualunquista che cerca un capo in grado di de-responsabilizzarla.

    Il più vivo desiderio delle masse, cioè dell’individuo ridotto a folla e a massa, è di essere de-responsabilizzato. Vuole questo. Vuole pensare e prendersi cura della propria felicità delegando ad altri il compito di pensare e decidere per tutti. Delega in bianco, semmai con una scadenza. Ma le scadenze, si sa, sono scritte con inchiostri molto leggeri che si cancellano in breve tempo. Il potere, una volta conquistato, ha mille modi per perpetuarsi.

    L’antipolitica è sempre servita a questo: piazza pulita per il futuro dittatore. Che non sarà certo uno come Grillo. Il dittatore quelli come Grillo li premiano e poi li mettono in galera. E’ sempre andata così.

    * * *

    Spero che molti abbiano letto il discorso pronunciato da David Grossman all’apertura del Festival della letteratura a Berlino, che Repubblica ha pubblicato nel numero di mercoledì 5 settembre. E’ un testo di grande significato e di grande stile e mi permetto di raccomandarne la lettura ed anche la rilettura perché merita d’esser meditato e possibilmente trasformato in propria sostanza.

    Mi spiace rimescolare l’alta prosa di Grossman a questioni tanto più mediocri e volgari come il raduno dei sostenitori di “Vaffa”. Ma quel pensiero e il testo che lo contiene toccano tra le tante altre cose anche il tema della riduzione dell’individuo a massa, lo schiacciamento dell’individuo, il suo divenire succube di slogan inventati per imporli a lui che inconsapevolmente li adotta e se ne compiace.

    Quel tema è l’aspetto drammatico della civiltà di massa, della società di massa e dei “mass media” che ne diffondono l’immagine sovrapponendola all’immagine individuale. Un aspetto al quale è difficilissimo sottrarsi perché ci invade e ci pervade quasi in ogni istante della nostra esistenza. La modernità porta con sé questo virus micidiale: la riduzione dell’individuo a massa, materiale malleabile e plasmabile, materia per mani forti e dure. La massa riporta gli adulti all’infanzia e alla sua plasmabilità. Alla sua manipolazione. Questo – in mezzo a molte virtù innovative – è il delitto della modernità, il virus dal quale bisogna guardarsi e contro il quale bisogna mobilitare tutti gli anticorpi di cui disponiamo.

    Ma ascoltiamo Grossman.

    “Ci fa comodo, quando si parla di responsabilità personale, far parte d’una massa indistinta, priva di volto, d’identità e all’apparenza libera da oneri e colpe. Probabilmente è questa la grande domanda che l’uomo moderno deve porsi: in quale situazione, in quale momento io divento massa?”

    “Ci sono definizioni diverse per il processo con il quale un individuo si confonde nella massa o accetta di consegnarle parti di sé. Io ho l’impressione che ci trasformiamo in massa nel momento in cui rinunciamo a pensare, a elaborare le cose secondo un nostro lessico e accettiamo automaticamente e senza critiche espressioni terminologiche e un linguaggio dettatoci da altri”.

    “I valori e gli orizzonti del nostro mondo e il linguaggio che lo domina sono dettati in gran parte da ciò che noi chiamiamo “mass media”. Ma siamo davvero consapevoli del significato di questa espressione? Ci rendiamo conto che gran parte di essi trasformano i loro utenti in massa? E lo fanno con prepotenza e cinismo, utilizzando un linguaggio povero e volgare, trasformando problemi politici e morali complessi con semplicismo e falsa virtù, creando intorno a noi un’atmosfera di prostituzione spirituale ed emotiva che ci irretisce rendendo “kitsch” tutto ciò che tocchiamo: le guerre, la morte, l’amore, l’intimità. In molti modi, palesi o nascosti, liberano l’individuo da ciò di cui lui è ansioso di liberarsi: la responsabilità verso gli altri per le conseguenze delle sue azioni ed omissioni. E’ questo il messaggio dei “mass media”: un ricambio rapido, tanto che talvolta sembra che non siano le informazioni ad essere significative ma il ritmo con cui si susseguono, la cadenza nevrotica, avida, commerciale, seduttrice che creano. Secondo lo spirito del tempo il messaggio è lo “zapping””.

    Mi perdonerete, cari lettori, la citazione forse è troppo lunga, ma questo brano del discorso di Grossman è così attuale al nostro tema che credo ne sia l’indispensabile compimento. Egli inoltre addossa una parte rilevante di quanto accade nello schiacciamento dell’individuo sulla massa ai mezzi di comunicazione, al loro funzionamento che ormai ha preso la mano a quasi tutti quelli che operano in quel settore, al “sistema” che tutti insieme hanno costituito, dove la moneta cattiva scaccia la buona e la concorrenza paradossalmente funziona più per peggiorare il prodotto che per migliorarlo.

    Chi che come me ha dedicato una parte della vita ai giornali ed ha vissuto da giornalista tra i giornalisti conosce bene questa realtà ed anche l’estrema difficoltà di sottrarvisi. Eppure è uno sforzo che a questo punto occorre fare. Ne verrebbe un forte miglioramento alla qualità della vita pubblica, una vera e non fittizia attenzione alla moralità e anche la gratificazione d’aver innovato un modo di comunicare in direzione contraria ai “Vaffa” che ormai ci serrano da ogni parte trasformando il linguaggio in un dialetto da taverna.

    * * *

    Mi resta ancora da esaminare i tre quesiti proposti ai tavoli delle firme da Beppe Grillo. Molti che hanno firmato distinguono infatti la firma di quei quesiti dall’adesione al “grillismo”.

    La distinzione è assolutamente legittima: si può firmare anche valutando il movimento dei “Vaffa” per ciò che è. Ma esaminiamoli nella sostanza quei tre quesiti.

    Il primo stabilisce che tutti i cittadini che concorrono a cariche elettive debbano essere scelti attraverso elezioni primarie preliminari. Questo principio mi sembra meritevole di essere accolto. Il Partito democratico, tanto per dire, ha deciso di farlo proprio. Tutto sta a come saranno organizzate queste primarie. Grillo per esempio ha definito una “mascalzonata” l’esclusione di Pannella e di Di Pietro dalle candidature per la leadership del Pd, ignorando che entrambi fanno parte di altri partiti e anzi li guidano e non hanno accettato di abbandonarli all’atto della candidatura. Come se un nostro condomino, invocando questa qualifica, pretendesse di decidere assieme a noi e ai nostri figli questioni strettamente familiari. Dov’è la logica?

    Il secondo quesito vieta ai membri del Parlamento di farne parte per più di due legislature. Questo divieto è una pura sciocchezza. Ci obbligherebbe a rinunciare ad esperienze talvolta preziose. Forse anche a molti vizi acquisiti durante l’esercizio del mandato. Ma quei vizi non possono essere presupposti e affidati all’automatismo di una norma. Spetta agli elettori discernere tra vizi e virtù e decidere del loro voto. Per di più una norma automatica del genere sarebbe incostituzionale perché priverebbe l’elettore di una sua essenziale facoltà che è quella di poter votare per chi gli pare. Che cosa sarebbe successo per esempio se nei primi anni Cinquanta fosse stato impedito agli elettori democristiani di votare una terza volta per De Gasperi, a quelli comunisti per Togliatti, ai socialisti per Nenni e ai repubblicani per Pacciardi o La Malfa?

    Il terzo quesito – impedire ai condannati fin dal primo grado di giurisdizione di far parte del Parlamento – sembra a prima vista ineccepibile. Per tutti i reati? E fin dal primo grado di giurisdizione? La presunzione d’innocenza è un principio sancito dalla nostra Costituzione; per modificarlo ci vuole una legge costituzionale, non basta una legge ordinaria. I reati d’opinione andrebbero sanzionati come gli altri? Quando Gramsci, Pertini, Saragat, Pajetta, furono arrestati io credo che gli elettori di quei partiti li avrebbero votati e mandati in Parlamento se un Parlamento elettivo fosse ancora esistito e se quei partiti non fossero stati sciolti d’imperio. Personalmente ho fatto un’esperienza in qualche modo consimile: entrai alla Camera dei deputati nel 1968 sull’onda dello scandalo Sifar-De Lorenzo nonostante o proprio perché ero stato condannato in primo grado dal tribunale di Roma. Lo ricordo perché è un piccolissimo esempio di una proposta aberrante.

    Questioni complesse – ha scritto il Grossman sopracitato – quando sono semplificate sopprimono la responsabilità personale dell’individuo e ottundono le sue capacità critiche. Ma è proprio a quelle capacità che è affidato il nostro futuro.

    (12 settembre 2007)

  12. Raramente trovo interessante Scalfari, ma questo articolo è un’eccezione.

  13. (ho contato sino a cento prima di postare)

    …ecco il piccolo vecchio in servizio permanente effettivo.

  14. fino a cento? stupefacente

  15. riporto a malincuore (in maiuscolo i miei commenti):

    “…anarco-sindacalismo è per definizione il nemico dell’autorità. Può rappresentare una necessaria valvola di sfogo quando provoca l’insorgenza contro regimi autoritari e dittatoriali (ma avviene di rado); ma diventa anacronistico in regimi di diffusa democrazia…” (ANARCO SINDACALISMO? QUALE DIFFUSA DEMOCRAZIA? DIFFUSA DOVE? COME?)
    “…chi inneggia al “Vaffanculo” partecipa consapevolmente a quelle invasioni barbariche che connotano gran parte della nostra mediocre e inselvaggita attualità….” (INVASIONI BARBARICHE?IO CHE INNEGGIO?)
    “…L’antipolitica è sempre servita a questo: piazza pulita per il futuro dittatore…” (ANTIPOLITICA L’ESERCIZIO PACIFICO DI UN DIRITTO SANCITO DALLA COSTITUZIONE?)

    post scriptum per chi sa leggere: ho contato di nuovo sino a cento.


Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: