Partire

Marciapiede gremito. Occhi bassi a guardare i piedi, i miei, che attraversavano le strisce pedonali sbiadite.

Piedi e altri piedi. Tanti.

Nel buio di una notte lunga, troppo lunga, insolita.

Dove stavo andando e dove andavano gli altri piedi?

Avevo chiuso la porta a chiave, avevo detto a Jane mentre preparavo la sacca che andavo alla Torre, lei mi aveva chiesto da cosa scappassi, le avevo risposto che non scappavo, che c’era un reclutamento e che era un’ottima occasione per andare via. Andare via da quella notte troppo lunga, che durava da mesi, anni, non ricordavo più.

Ecco, c’era il reclutamento.

Calpestavo cartacce e fanghiglia, cose dimenticate da qualcuno, e il frastuono intorno non lo sentivo.

Spallate o scossoni. Camminavo con lo sguardo a terra con fugaci sguardi a mezz’aria per cercare spazio in mezzo a tutta quella folla.

Ombre scure, gente sconosciuta, tute mimetiche e colori sgargianti nascosti da quel buio interrotto da qualche luce improvvisa di sirene o di vetrine rosse o blu. Angoli di edifici irriconoscibili, manifesti elettorali, mentre dai vetri di qualche shop qualcuno blaterava qualcosa dentro schermi enormi e azzurrognoli.

Piedi, ancora piedi e volti scorti fuggevolmente, cicatrici, ghigni, zigomi forti e cappucci di tela.

Forse tutti andavano alla Torre nella piazza centrale, e io perché ci stavo andando? Per i reclutamenti servivano piloti, esploratori, semmai reporter o diplomatici, ma non una come me che offriva solo se stessa e il viaggio, che non aveva nulla da perdere, stava tutto nella sacca sulle spalle, i pochi strumenti che portavo dietro, due blocchetti bianchi, un paio di matite e cere e una macchina fotografica.

Ma c’era il reclutamento e avevo chiuso la porta a chiave, ero uscita mentre Jane non c’era. Per non doverle ammettere che comunque sarei andata.

Ad un tratto percepivo di nuovo i rumori, ovattati dal mio ritorno al suono, mentre accendevo una sigaretta in un vicolo.

Nella notte le luci repentine diventavano accecanti e socchiudevo gli occhi per abituarmi lentamente alla loro violenza.

Luci di megaschermi e di spot fuori dalle banche, fari di auto e di stelle finte nei negozi.

Ero quasi arrivata alla Torre e sembrava davvero andassero tutti lì, ma che poteva mai significare questo reclutamento per tutti quegli esseri che si accalcavano nella strettoia che portava alla piazza?

C’era una camionetta al centro, un palchetto improvvisato e transenne e luci alimentate dal motore di un furgone. Un migliaio di persone di ogni specie, di ogni pianeta esistente, di ogni stazza.

Un assemblaggio di volti, di lingue, di sessi.

Partire, forse era una soluzione.

Jane tornando avrebbe visto che non c’ero, avrebbe acceso la tv e avrebbe guardato un telequiz.

Partire.

(E.)

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Published in: on settembre 12, 2007 at 1:47 pm  Comments (11)  

Gia’ Aspra

Casperia

La campagna e’ ancora verde, di una gamma di verdi tale da far perdere il conto.

C’e’ soltanto qualche angolo incenerito dal sole.

La strada e’ sinuosa e tesa come i fianchi di un cavallo in corsa.

Qua e la’ cipressi e pini marittimi, verdi corrucciati. Il resto e’ distinto, squillante, verde vigoroso.

Il percorso e’ dolce, come una ricompensa.

Il borgo attende. Ci attende il borgo.

Su tre strati, di pietre e di rupi, senza crema.

Selci ferrigne, salite a spire, corte e avvolte.

E poi il miracolo.

Un affaccio sulla vallata, con seni generosi e ciuffi benevoli.

La conca del peccato e’ chiamata, come se dopo le selci tutto sia talmente arrendevole da esser perverso.

Antica Aspra. Aspresi i suoi abitanti.

Casperia che sa di Sabina e di fantasmi, di silenzio e di gatti addormentati.

E.
Published in: on settembre 10, 2007 at 9:58 am  Comments (6)  

Memento: vafff… day

beppe-v-day.jpgvaff...day

¿Serà cuestion de neuronas o de agendas demasiado apretadas? I movimenti osmotici dei nostri parlamentari e deputati sembra abbiano solo una direzione.

Vaff….day,  fuori i ladri dal nostro parlamento e sbatteteli dentro! C.

Published in: on settembre 7, 2007 at 12:17 pm  Comments (2)  

Silenzio, c’e’ il Vday.

Dissolvenza.

Esterno giorno.

Un gruppetto di gente cammina in strada.

D’improvviso uno di loro cava di tasca una bussola, la osserva e fa cenno agli altri di seguirlo.

Rumori di strada.

Il gruppetto cammina.

Attraversa piazza Barberini, la fontana scroscia, il solito matto abbaia.

Il sole taglia la piazza, i palazzi alti gli impediscono di invaderla.

Il bar all’angolo trabocca di stranieri vocianti.

Piano medio sul barista che asciuga un bicchiere all’interno del bar.

Campo lungo. Il gruppetto inizia la discesa, la strada all’ombra conduce verso il Corso, in pendenza.

Primissimo piano su un uomo del gruppo. Ha barba bianca, lieve sorriso.

Soggettiva. Vede la discesa.

Fuori campo ancora rumore di strada. Vociare confuso. 

Figura intera dell’uomo, il vento accarezza la sua camicia e i suoi pantaloni, gli segna i contorni.

Campo lungo, il gruppo procede che sembra un quadro famoso.

Soggettiva del gruppo. C’e’ un banchetto infondo alla strada, avvolto nella luce accecante del sole.

Il cielo, in alto, e’ di un blu pervinca luminoso.

Piano medio. L’uomo con la barba ricaccia fuori la bussola.

Fuori campo. Rumore di passi in strada, mescolati ai rumori del traffico.

L’inquadratura segue la soggettiva della discesa.

Campo lungo. Il banchetto con alcune persone intorno. Campo medio. Il banchetto occupa quasi l’incrocio infondo alla strada.

Primissimo piano del logo sul banchetto.  

vday_logo.png

Dissolvenza.

(A 24 ore nessuno ne parla. Nemmeno io)

(E.)

Published in: on settembre 7, 2007 at 10:36 am  Comments (15)  

“Studio per la risata” 1911 – Umberto Boccioni

scoperta

Ho provato anche io, supina

A celare gli occhi

“la mirada”

le ciglia inzuppate di sangue.

Le ho nascoste sotto lo strappo

di destra

dove le tue dita zozze

di grafite…

Sono caduti come foglie

uno dopo l’altro

tra gli spari della mitraglia

che non ho qui, ma

davanti, dietro

Abbiamo provato a ridere

tra le guerre, studiando

bene gli angoli della bocca

tra gli occhi, le rughe

il dissenso della

non natura, della non presenza

della non vera

Published in: on settembre 6, 2007 at 3:57 pm  Comments (41)  

Fine di un viaggio

 Non c’è un granché da dire quando il viaggio è finito. Resta l’amaro dei semafori rossi, delle attese fra un incrocio e l’altro. Resta la voglia di scordarsi il particolare, tipo la cacca del piccione sul parabrezza, e invece quella incontenibile di assaggiare la polpa dell’asfalto. 

Ma è finito. Il viaggio è solo un biglietto scaduto, con una data che potrebbe essere benissimo quella di ieri o di un anno fa. Solo una data e gli occhi semichiusi sul sole velato di un giorno qualunque. 

Come una casa vuota, una roulotte abbandonata, un cimitero di automobili. Un canestro senza nessun dannato bambino nero che tira.

Un pallone di cuoio immobile, un ring vuoto pieno di cartacce e cicche di sigarette. 

Senza vento. Un orologio cieco che tuona. 

E il viaggio è finito, è finito con l’ultima pagina e un ragazzino che porta via con sé i suoi due amici immaginari. 

Culo stretto e pistole cariche, ragazzo. E non credere che la vita non sia un duello. Un duello non è solo una sparatoria. Il tempo è quello che conta. E anche se il viaggio è finito il duello continua, idiota.

(19/05/99 – robe del secolo scorso)
Published in: on settembre 5, 2007 at 11:16 am  Comments (2)  

Milano

si parteSi parte.

Avventura nuova.

Da quanto ci conosciamo, compagna di viaggio? Da un’eternita’? E non avevamo mai fatto un viaggio cosi.

Questo e’ solo il primo post. Solo per salutarti, C.

Benvenuti, questo e’ un viaggio.

E.

Published in: on settembre 4, 2007 at 10:12 am  Comments (2)