Non sono generosa

Buongiorno, Happy Halloween.
Per una frase cosi potrei anche non parlarti per il resto della vita.
Avendo esaurito la generosita’ a disposizione, oggi non perdono.
Pensare che i bambini stasera vanno a feste in cui qualche demente si maschera pure, mi infastidisce, ma la cosa mi tocca da vicino e sto zitta, ma friggo.
La zucca mi piace, adoro il risotto che mi cucini tu.
Il resto no, per piacere.
Non amo particolarmente gli scherzi, preferisco le battute, l’ironia, ma lo scherzo no, perche’ trascende quasi sempre nel cattivo gusto.
Sono golosa di dolci, ho anche fatto venir voglia di dolci a chi non ne poteva quasi vedere, tuttavia ne faccio a meno, ne posso fare a meno.
Quindi, gentilmente, cortesemente, quel dolcetto-scherzetto, quella zucca che sembra la faccia di Prodi col sorriso statico, per piacere…
Ma come mai questi bambini son piu’ scemi di quelli che eravamo noi?
Perche’ forse noi siamo peggiori dei nostri avi?
Perche’ pur di assecondare, perche’ abbiamo poco tempo, diciamo di si alla prima stronzata ci dicano?
C’e sempre stato Ognissanti.
Ricordo che da dopo il film “Il Corvo”, che peraltro mi piacque anche senza troppa infamia e senza troppa lode, per il mistero mediatico ad hoc che portava con se’, questa festa e’ entrata nelle case di molti.
Stamattina in radio si affrettavano a dire che e’ festivita’ di origine irlandese e ci appartiene piu’ di quanto sembri.
Tutto questo scomodarsi per giustificare l’ennesima carnevalata che ci fa entrare tutti nel magnifico calderone dell’elettroencefalogramma piatto?

Lo so che sono intransigente, ma lo so che mi ami cosi.
E che gli altri in fondo mi vogliono bene.

(E.)

Annunci
Published in: on ottobre 31, 2007 at 1:45 pm  Comments (17)  

Faccia a faccia

Di solito i faccia a faccia sono organizzati prima.
Addirittura ultimamente sono pianificati in modo maniacale, da segreterie in subbuglio e domande preordinate, da tempi di intervento e battute cronometrate.
Questo faccia a faccia non e’ stato previsto.
E’ stato richiesto due minuti prima.
Di solito sono abituata a questi lanci improvvisi con un paracadute rimediato all’ultimo momento, che non sai mai se si apre quando serva.
Di solito la parte “improvvisata” e’ piu’ in tensione. Stavolta no, era chi ha richiesto il faccia a faccia che malcelava nervosismo.
Addirittura all’inizio c’era tremore anche nella voce.
La rivincita dei motori si potrebbe dire.
Ma non e’ cosi, non proprio.
Il motore e’ stato sottoposto alle prove di pista, diciamo. Solo che il collaudatore non era proprio all’altezza, la mano non era ferma.
E il motore all’inizio faceva i giri che conosceva, quasi con gli occhi chiusi.
Due spremute di accompagno, parodia della spremitura di meningi o di altre parti del corpo. Rumore di tazzine intorno, un bar mai visto, come se questo faccia a faccia meritasse un luogo vergine, con intorno sconosciuti che scordassero rapidamente i volti.
In altre situazioni ci sarebbe stato da temere, quasi. Ma due donne al massimo si scannano vive, nulla di piu’.
Finale in levare, fuori battuta, fatto di frasi da signore davanti al the’.
Piu’ che un collaudo mi e’ sembrato una seduta psicanalitica in volo, a testa in giu’, in derapata. Una cosa solo mentale, s’intende, ma l’oroscopo stamattina diceva “siate generosi” e non immaginavo affatto dicesse “stringete i denti e ingoiate tutto con un sorso di spremuta d’arancia”.
Missione compiuta comunque, domani posso non essere generosa. Ho gia’ dato.

(E.)

– immagine: Marta dell’Angelo,’Faccia a Faccia’, 2007 –
Published in: on ottobre 30, 2007 at 4:04 pm  Comments (11)  

UHT! Latte a lunga conversazione

C’era una volta una mucca, che veniva munta ogni giorno assieme alle sue colleghe e il mungitore raccoglieva il suo prezioso nettare per portarlo con un carretto nelle case.

Quando ero piccola ricevevo il latte fuori dalla porta, in un contenitore, tutti i giorni.

Il latte veniva bollito e formava una sgradevole pellicina spessa e giallognola, la panna, che io detestavo, specie quando mia sorella profittando del mio disgusto la ondeggiava appesa ad un dito davanti alla ma faccia. Non amavo il latte. Mi veniva consegnato ai tempi dell’asilo un contenitore che dovevo consumare durante la prima mattinata. Regolamente finiva giu’ dal lavandino dell’asilo, in un colpo solo.

C’erano una volta gli anni ’80, gli anni in cui entrarono nelle case i cartoni del latte conservato, che durava mesi. Su quei cartoni scopro che venne messa una sigla e venne autorizzata la commercializzazione dopo una “lunga conversazione” fra il produttore e l’allora primo ministro, Ciriaco, lui.

Ecco chi posso incolpare della schifezza che ne venne fuori.

Se prima non amavo il latte, adesso proprio mi sembrava insapore, una roba paragonabile all’acqua colorata. Ed ecco come vidi da bimba consumatrice questo mutamento e questa scalata. Come un peggioramento sul sapore e sulla genuinita’, ma anche come una diminuzione della “poeticità” del latte, che da contenitore in alluminio e carretto, passava a cartone (dissero anche quello inventato da un italiano, il tetrapak!) e produzione in serie esposta sugli scaffali della bottega.

Sì, ancora c’erano le botteghe. Una persona cui voglio molto bene continua nel 21esimo secolo a parlare dei bottegai, ammonendoci a diffidare di loro. E a domanda precisa su dove siano adesso i bottegai, risponde che sono sempre gli stessi, adesso hanno i supermercati.

Grazie alle centrali del latte, il mio palato potè ricredersi sul latte e premiarlo come alimento piacevole. Rimase un UHT! di disapprovazione per quello conservato, per lunghe conversazioni politiche, bancarie, in ogni caso chiacchiere.

E ieri sera ho riaperto il capitolo latte, sotto le coperte, con la Gabanelli.

Non è cosa scabrosa, io guardavo la tv coperta e lei chiacchierava dentro allo schermo.

Ho scoperto che tutti sapevano e nessuno ci diceva nulla, anzi, il meccanismo delle scatole cinesi permetteva di nascondere l’innascondibile e di ingoiare i rospi. Ovvero i “catorci”, così definiti da uno degli uomini di Calisto, venivano acquistati consapevolmente in cambio di finanziamenti. Nel senso “finanziamo il catorcione protetto da tutti facendogli ingoiare un bidone per levarselo dalla vista”. Bel giochino! Così il latte ripuliva tutto. Il latte ripuliva i villaggi turistici in perdita, le acque minerali senza licenza, il finto boom a Cuba che pareva che scorresse latte al posto dell’acqua! Roba grossa insomma.

Si scomodarono sin da New York per sbiancare questo latte. Latte e calcio, latte e banche, latte e politica, latte e partite a carte, latte e bilanci con talmente tanto cerone da sembrare soubrettine di terza categoria.

La scia del latte passava da isole sperdute a sedi istituzionali, da sportelli di banche a portamonete di pensionati bugerati convinti di comprare latte e invece compravano una discarica.

Un latte che conversava molto per essere latte, che aveva da dire la sua presso le migliori banche del mondo. E tutti si prostravano alla sua magnificenza.

Possibile che solo io lo trovavo disdicevole?

Ma poi il carretto del latte si è fermato. Qualcuno ha temuto forse di cadere sotto le sue ruote e di rimanerne schiacciato e ha deciso di fermare tutto, la baracca è stata demolita, eppure prima della fermata c’era chi indicava ancora che ci sarebbero state altre corse. Invece era il capolinea.

Almeno un capolinea, quello del carretto vecchio.

Adesso le cose sono cambiate: il latte è lo stesso, il carretto è stato restaurato.

Io continuo a diffidare del latte, come di tante altre cose.

(E.)

Published in: on ottobre 29, 2007 at 10:48 am  Comments (9)  

luoghi comuni

(chi e’ senza peccato scagli la prima pietra) 

Lasciatemi sfogare!

Non c’e’ grasso che coli, non c’e’ ragione che tenga, non c’e’ mantice che soffi, non c’e’ oro che differisca dal piombo.

Non c’e’. Laura non c’e’, e’ andata via.

Non c’e’ mitezza che mitighi, non c’e’ durezza che indurisca.

C’e’ solo un bel fuocherello vivo che mi tiene sul tizzone da due giorni.

Puntualmente il motore si e’ inceppato, certo, quel motore che doveva fare il motore e che diamine! non sa fare il motore.

Ma che cavolo fara’ mai ‘sto motore senza benzina.

Senza benzina il motore continua ad andare?

I tasti si muovono cattivi, li cerco e sono scappati.

La pioggia fuori cancella le tracce.

I passi non ci sono piu’.

E poi come mai non c’e’ nessuno che butti acqua sul fuoco?

La pioggia a catinelle, le risa a crepapelle.

I nervi a fiori di pelle.

(E.)

Published in: on ottobre 26, 2007 at 12:43 pm  Comments (9)  

A Celso

(dedicata a chi fa qualcosa, senza che nessuno glielo abbia chiesto) 

Caro Celso,

fratello come tanti su questo pianeta, ti scrivo dopo tanto tempo, per la prima volta, per raccontarti chi sono e perché forse te lo sarai chiesto ed è giusto tu sappia.

Sono lontana e lontana resterò, contenta di contribuire in qualche modo, semplice e silenzioso, alla tua vita, al tuo futuro. Perché il futuro sia il più possibile come lo desideri.

La tua terra è una bellissima terra, piena di vita e spero ti dia le opportunità che meriti, così come le persone che ti sono accanto in questo momento.

Sono una donna che si sente partecipe del mondo che la circonda e per questo e anche un po’ forse per sentirsi migliore, ho deciso un giorno tanti anni fa, assieme ad un amico caro (che partecipa anch’egli a questo progetto di regalarti un bellissimo futuro), di vedere il sorriso di un bambino, di immaginarlo almeno e di guardare una foto, di un bimbo come te che merita come tantissimi altri, come tutti, di avere un sogno da inseguire. Che sia quello di fare il meccanico, di guidare un’automobile, di giocare e di correre con gli altri bambini. Qualunque esso sia. Il tuo sogno, uguale e diverso dagli altri.

La vita è difficile, Celso, ma lo è per tutti. E se tutti pensassimo, almeno un istante, che può essere migliore e provassimo a fare un solo gesto, anche solo una mano tesa, un sorriso, una carezza a qualcuno, sarebbe senz’altro migliore.

L’amore, Celso, è l’amore che regola e che dà senso alla vita. Una vita che ci appartiene ma che ci è stata data in prestito e che non è giusto noi restituiamo in modo egoista e povero.

È la nostra ricchezza, quindi che ci rende migliori. Non di denari, non di case o di giocattoli nuovi o di automobili più veloci, ma di amore.

Quindi eccoti la mia carezza, perché ti sia di compagnia, perché ti ricordi che qualcuno ha bisogno della tua. Anche domani.

Perciò questa mia carezza tienila. Sorridi, Celso. Nessuna promessa è migliore del tuo sorriso.

Ti abbraccio.

E.

p.s. adesso Celso si chiama in un altro modo, ma vale lo stesso.
Published in: on ottobre 25, 2007 at 4:12 pm  Comments (1)  

sette di forma

Ai tempi della scuola, come adesso, i temi sociali, politici, economici, costituivano motivo di “infocamento” e mi spingevano a discuterne, scriverne, richiedere ore di dibattito, di scambio di opinioni.

Ricordo il giorno del crollo del muro di Berlino.  L’anno prossimo saranno vent’anni!

Il giorno dopo chiesi al prof di Italiano e Latino di poter leggere una cosa che avevo scritto e discuterne con la classe. Lui accordo’ la proposta, ma da craxiano liberale disse che lui sarebbe uscito poiche’ credeva di non poter condividere il mio intervento, considerandolo comunque legittimo.

Rimasi sola in tutti i sensi. Ma continuai fra guaiti di disapprovazione a leggere. Qualcuno, solo i soliti (non piu’ adesso) “sinistrini” della classe, ascoltarono e commentarono.

A parte questo episodio, ricordo che comunque lo stesso prof di prima, che pure apprezzava molto la mia scrittura e come trattavo argomenti di varia natura, era solito punire le mie scelte di affrontare il tema in classe di stampo socio-politico-economico con “un sette di forma, non di contenuto” diceva. La cosa mi scoraggiava da continuare a scegliere quelle tracce che pure lui inseriva come trappole per farmici cadere.

Smisi di abboccare e smisi anche di richiedere ore di dibattito, ascoltavo i suoi commenti storcendo lievemente il naso quando leggeva l’allora Corriere della Sera, che a me pareva un giornale dal contenuto altamente cancerogeno.

Tutto questo per dire che la storia si ripete, Giambattista Vico ha sempre avuto ragione, e lo odiavo tanto.

Quando scrivo non di tentativi letterari di maniera o di stile cado nella disapprovazione o nella pochezza forse di contenuti. Non so. Comunque nella poverta’ di commenti e di stimoli all’esterno.

Il che a questo punto per far contento il prof porterebbe ad abdicare nuovamente.

Ma siccome sono testarda e il mezzo che utilizzo oggi non e’ un tema che legga una persona soltanto e i dibattito non e’ per giovani in formazione, fra i quali tra parentesi i peggiori son diventati i “sinistrini”, tentero’ di spaziare ancora in quegli ambiti che sono parte della mia vita.

Sbattessi le corna ancora, mi accorgerei improvvisamente di essere un alce e la via di fuga potrebbe anche essere piu’ elegante.

a tal proposito segnalo: http://primadellafine.com/?p=76 per farsi una risata amara

(E.)

Published in: on ottobre 24, 2007 at 11:00 am  Comments (11)  

Afasia

il re del cinema muto

La guerra è afasia, restare muti. Chilometri di stoffa colorata, di pellicola, e la memoria attiva di un conflitto permanente. Madre Coraggio che con il suo carretto vive sulla guerra, e la violenza della storia non gli ha mai insegnato niente. Ma c’è una notte e un’ora stabilita, e lo spettacolo che deve andare avanti… senza nessuna visione.

Ci hanno insegnato che non è bene fare la guerra, che non si va avanti senza combattere.
Ci hanno insegnato che se resti muto sei perduto. E che, se taci, spesso fai la cosa migliore.
Ci hanno dato scampoli di vestiti di cellophane, ci hanno dato stoffe pregiate.
Ci hanno detto che dopo che hai detto tutto, occorre sparare, non dire altro e sparare. Ma si spara anche prima di aver parlato.
Ci hanno portato un bandierone e ci hanno detto di cantare.

La guerra è afasia, assenza di giudizio. Non volere a nessun costo pronunciarsi sulle cose. Guardarle. Chilometri di deserto squartato. Un peshmerga che corre. Lo spettacolo finisce, inaspettato, ma qualcuno lo riesuma per qualche coccodrillo alla bisogna.

La guerra è silenzio che scuote i timpani, morte con la tunica rossa, bavaglio e corda, benda su occhi che non vedranno oltre, che vedono altra guerra, altro silenzio.

Torpore. Afasia.

Ma noi restiamo muti, Lei resta muta, parla il rumore che fanno i suoi passi, siano essi nel deserto, nei villaggi, nei tribunali, nelle case.

(E.)

Published in: on ottobre 23, 2007 at 12:27 pm  Comments (3)  

Terrorismo

Rientrata da tre giorni di gironi danteschi, fra corsie di ospedale, urla, lamenti, sporcizia, disservizi, bugie, accendo il mio computer, dopo aver scambiato le mie prime parole del lunedi.

Trovo fra i cadaveri di e-mail non lette nei giorni scorsi, una mail del Direttore del Sistema Informatico Aziendale.

La lascio per ultima, prima sbrigo le urgenze. Mi rimane lei, quindi entro e leggo.

Una caterva di norme di Policy sull’uso indiscriminato di internet e sulle sanzioni che verranno applicate per i contravventori.

A parte l’uso del tutto illegale per tutte le leggi interne e non (come la pornografia) e l’uso utilitaristico (peer-to-peer e acquisti on line fatti dall’ufficio), si ammonisce anche dall’utilizzo di wall-paper non aziendali, dal surfing in siti non per uso aziendale (ma come faresti a dimostrare che in quel momento quel sito ti serviva per un motivo di lavoro o no?), dall’utilizzo di mail private, quando si fa espresso divieto di usare la e-mail aziendale per motivi personali anche di estrema urgenza.

Insomma le motivazioni comunque sono relative alla sicurezza interna dell’Azienda, sicurezza di qualsiasi genere. E ovviamente si aggiunge anche la necessita’ di produttivita’ che viene richiesta. Nel senso non si puo’ scaldare la seggiola. Certo.

Le pene minime sono di blocco di siti esterni alla Azienda (ma l’Azienda lavora anche prendendo informazioni fuori da essa e quindi come si fa a non compromettere la produttivita’ se mi serve una informazione che prendo da internet?).

Mistero.

Ho inviato a tal proposito una mail informativa in lingua italiana, per far comprendere bene questa comunicazione, tuttavia le leggi italiane in proposito non sono precise, lasciano limiti di buon senso e di uso e abuso che non sono chiaramente definibili.

In tutti i casi siamo stati informati tutti, grandi e piccoli: siamo sotto controllo, se non lo sapevamo, e rischiamo di essere gambizzati (virtualmente per il momento).

(sulle pene massime si lascia intuire ai lettori attenti)

Merci.

(E.)

Published in: on ottobre 22, 2007 at 11:17 am  Comments (13)  

gone with the wind

fiammiferino.jpg

Qualcuno si ricorda de I Fiammiferini?

Published in: on ottobre 19, 2007 at 4:35 pm  Comments (10)  

Postprandiale

Una riunione appena conclusa, sostituente il pasto. Un po’ di mestizia, mista a voglia di fuggire.
Stasera vado via per tre giorni, da ieri sono stanca come se avessi portato, come Atlante, il mondo sulla vertebra che ha il suo nome.
Insorgo contro me stessa oggi, dopo essere insorta dolcemente ma fermamente sino a poco fa. Necessito di un po’ di riposo, tutti ne necessitano.
Osservo le carte che ho intorno, tante carte, la donna post-it si e’ impadronita di me e non mi molla, fra poco la mollo io.
Torno al caffe’, porto sicuro, il distributore di fronte ai miei occhi, lui non tradisce.
Ridimensionare, scaricare, guidare, controllare, ribadire, liberarsene.
Tutte queste cose insieme sono possibili?
Di solito non si chiede di assumersi la responsabilita? Beh stavolta e’ il contrario. Il prandial-time ha deciso che il mio nome e’ “motore”.
Devo fare il motore.
Mi sapete dire che cosa fa un motore?
(in questi tre giorni mi trasformero’, lo giuro!)
(E.)
Published in: on ottobre 18, 2007 at 2:55 pm  Comments (6)