Terapia

Terapia. Scrivere come terapia, leggevo tempo fa. Terapia da 79 cents (costo di un taccuino) viene chiamata. Mi sono chiesta che cosa cerco nella scrittura. Mi chiedo chi sia uno scrittore e chi sia invece un “malato”. Io l’ho utilizzata come terapia. Una terapia che mi curasse dai miei mali, che mi crogiolasse nelle verità supposte che vomitavo sulle pagine bianche.

Una terapia da me stessa e per me stessa. Per curarmi dai mali del mondo, per proteggermi da essi, per trovare delle risposte o semplicemente per pormi delle domande inevase. E lasciarle inevase. Forse perché senza risposta, forse perché la risposta non mi piaceva.

Scrivere per curarsi. Curarsi per scrivere? Rende anche l’opposto?  Dovrei forse epurarmi per poter produrre qualcosa di sensato, di grande, di forte, di bello?

Mi dico che non ho la stoffa. Ne sono convinta, ma forse spero di sbagliarmi. Di scoprirmi sensazionale.

Mi crogiolo nello scrivere come quando si cerca ad occhi chiusi il letto per rifugiarsi nei sogni. Che poi arrivano e non erano quelli che si sperava fossero.

Ma se scriviamo, interiormente speriamo che qualcuno legga, quindi che razza di terapia è? È forse narcisismo o un mezzo per comunicare ad un interlocutore, ad un lettore muto ideale? Che ascolta, assorbe e non commenta?

Restano quindi tracce su un foglio, che inconsciamente in fondo speriamo siano lette, scovate, trovate uniche, amate, irripetibili.

E infondo sono solo terapia e autoincensamento. O solo un modo di viversi.

Raccontandosi, trasformandosi, calandosi in qualcosa che ci appartiene o non ci appartiene. In noi stessi che ci conosciamo poco, che ci sfuggiamo.

***

Beh a questo punto tocca smascherarmi. Mi tocca dire che questa “terapizzazione” ossessiva, questa psicanalizzazione continua del volgo stolto e credulone, mi ricorda i santoni dei villaggi e i papponi fatti di erbe bollite nei pentoloni.

In ogni caso, consapevole che dia dipendenza, mi faccio un caffe’.

(E.)

Published in: on ottobre 9, 2007 at 9:19 am  Comments (16)  

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16 commentiLascia un commento

  1. Mi ricorda “La Coscienza di Zeno”, quando il medico consiglia (o meglio, prescrive) a Zeno la scrittura come terapia…

  2. Io dico: JUST DO IT
    e ribadisco: LET’S DO IT

  3. Il piacere di scrivere, come tutti i piaceri, credo nasca da un egoismo di fondo, mettiamoci anche un po’ di narcisismo, di quella sana goduria che sgorga dal sentirsi parlare, dall’altro di fronte, dal bisogno di sviscerare anni e annate mitiche che hanno intinto la tua pennellata…ovviamente c’è chi, oltre all’ego, mette anche una buona dose di vena artistica o DNA sensibile particolarmente all’astrazione (e con ciò non mi azzardo a definire in questa sede cosa sia la sensibilità artistica).

    Ma comunque, l’ego su carta stampata, in bianco e nero, a strisce e quadretti, tondo o quadrato, o anche in salsa ragù, ha bisogno di viaggiare per il mondo, di mettersi in circolo, come il sangue nelle vene.

    E credo che sia molto difficile trovarla, questa benedetta vena, perchè il cervello e il cuore viaggiano ma siamo spesso fermi ai lumacosi cinque sensi, e a qualche altra percezione extra-sensoriale,… per intenderci, si passa dalla lumaca alla tartaruga, non si va mica tanto avanti!!…(che poi è da pochi, non da tutti, avere la marcia in più)… La vena è prorio difficile da trovare, nonostante tu sia “paziente”…o la stia cercando con frentica brama tra la carne delle esperienze tue e di chi ti ruota intorno…

    La vena ride.

    Ciò non toglie che moltissimi artisti (e, per specificare, qui includo tutti i creatori, artistici e non)in tutto il mondo e in tutte le epoche, abbiamo tratto da questo narcisismo un prezioso scopo di vita e un importante canale di energie e fonte di vita.

    Ma ogni ARTISTA, creatore (o anche persona bisognosa di sviscerare le sue inquietudini e idee), è degna di plauso, perchè libera.

    LA LIBERTA’ E’ PARTECIPAZIONE

  4. Su tutto sono d’accordo, mia bella C., tranne che sull’artista.
    La parola ha nei tempi presenti preso un significato talmente banale e ampio da mettere dentro chiunque: sento attrici dire di loro che sono artiste, scribacchini idem.

    Nel senso più ampio l’artista è una persona che esprime la sua personalità attraverso uno strumento come può essere un’arte figurativa o performativa (giuro esiste la parola). La parola viene usata anche come sinonimo di creativo.(e qui ci mettiamo tutti quelli che creano, capisci?)

    In un senso più stretto si definisce artista un creatore di opere dotate di valore estetico nei campi della cosiddetta cultura alta, come il disegno, la pittura, l’architettura, la scultura, la recitazione, la danza, la scrittura, la regia, la fotografia, la musica.
    Alto, capisci.
    Artista non puo’ essere un cantante che ha inciso il disco dell’estate.

    Tutto qui.
    Un beso.

  5. Non mi considero un solido aristotelico, però mi sembra che di alcuni termini si sia talmente abusato da renderli logori. Tra questi appunto: terapia, artista, libertà. Forse, forse, perché si discute e si scrive di ciò che manca, di ciò che si desidera e si spera senza speranza… la scrittura è un piacere, è bello scrivere, specialmente se altri apprezzano ciò che scriviamo, perchè noi siamo questo: immersi negli altri, anche senza volere, ed a proposito di terapie… al momento alla scrittura preferisco di gran lunga il lansaprazolo…

  6. Un’artista riconosciuto, dunque, che vince le leggi del mercato?

    Artista è colui che riesce a far uscir fuori la sua anima attraverso quelle che sono le vie possibili dell’essere umano: suoni, parole, assemblamenti di idee, astratti e concreti…

  7. nessun mercato, si tratta del valore estetico dell’opera.
    Non tutto e’ arte.
    Non tutto. Per fortuna.
    (Il lanzaprazolo serve, confermo)

  8. Non ho detto che tutto è arte anche se, e qui in un certo senso mi ripeto, la soggettivià di cosa sia arte è totalmente culturale.

  9. Per me scrivere è come scopare, ma del resto anche il sesso è terapeutico.

  10. Grande Offender!

  11. 😉

  12. @emma il lanzaprazolo sì che è un pappone di erba bollita :-)))

  13. Sulla scrittura come terapia c’è un incandescente libretto che precipita chi lo legge nella mente di chi l’ha scritto.
    In italiano si chiama DIARIO DI UN DOLORE (Adelphi, una novantina di pagine), l’autore è Clive Staples Lewis, che fu romanziere, filologo, saggista, teologo cristiano, umorista. Il testo è appunto il diario dei primi giorni dopo la morte della sua amatissima moglie: Lewis interroga Dio, esamina la propria sofferenza, chiede spiegazioni a Dio, cerca di tastare i lembi della propria tremenda ferita di amante lacerato, chiede aiuto alla scrittura (il suo mestiere) e a Cristo (la sua fede), per certi versi invano perchè la sofferenza è troppo grande e inconsolabile. Poche decine di pagine intensissime. Secondo me, una delle più belle e sincere introduzioni al cristianesimo. Proprio perchè Lewis prende di petto uno degli aspetti centrali delle nostre vite: l’amore e la perdita dell’amore.

  14. ringrazio per lo spunto di lettura e per la finezza di porgerlo.
    Non manchero’, da agnostica rispettosa.

  15. E che dire dell’incredibile sfogo di Wilde nel DE PROFUNDIS…altro che terapia!

    Un vulcano in eruzione

  16. Consiglio anche la lettura di un libro che rileggo sempre con piacere, Paula di Isabel Allende, su cui sto scrivendo la tesi, includendo l’argomento della scrittura come terapia… trovo che centri in pieno la catarsi dello scrittore che cerca di liberarsi dal dolore, mediante la scrittura.


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