Partire (III e ultima parte)

Neil. L’avevo baciato, mi faceva ridere e anche stare in silenzio mentre mi diceva di lui, mi dava i brividi mentre mi guardava senza parlare e, mentre impegnato a spiegarmi qualcosa, lo spiavo di nascosto; cercavo nei suoi occhi di trovare qualunque menzogna o qualche falsità, trovavo timidezza, forse, sogni, ma non bugie. E sorridevo. E lì Neil si fermava per guardarmi, rapito. Rincorreva le luci che sgorgavano dal miei occhi sorridenti, disse, cercava di capire come si formavano quelle angolazioni dolci della pelle e come si tendevano le mie guance mentre accennavo ad una smorfia di disappunto.

Notte lunga, quella, da quanti mesi durava? Neanche Neil lo ricordava, una delle più lunghe che ricordasse comunque.

Io non ne ricordavo una così, ma speravo quel momento durasse a lungo, con la musica del bar che cullava un racconto di due anime sconosciute che si stavano cercando.

C’erano molte ore ancora allo smistamento, chissà a chi m’avrebbero assegnata e soprattutto che ruolo mai potevo avere io, che diamine avevo scritto su quel foglio?Neil era pilota e io? Che cosa mai avrei potuto fare in Costa d’Avorio o tantomeno su Exaticon?

Due dita mi sfioravano le ciglia, e tornai al presente, a quella notte e a Neil che mi baciava dolcemente con quelle labbra morbide e calde.– Andiamo Holly, ti porto in un posto bellissimo-.

Seguimmo una stretta stradina che aggirava un grande edificio e entrammo nel retro.

Neil aprì una grata e ci infilammo in un corridoio largo e buio fino a raggiungere un montacarichi, che Neil disse serviva per i materiali di scarto, era un posto che conosceva, ci veniva a pensare e a suonare lontano dal frastuono della strada.

Il montacarichi si mosse e ci portò lentamente in alto, mentre Neil raccontava ancora sfiorandomi il volto con il dorso della mano. Eravamo sul tetto. Era quasi completamente buio, c’erano capannoni coperti solo da tetti di latta e un ampio spiazzo illuminato da un neon verdognolo di una insegna di fronte. Una luce verde diffusa, a tratti più forte, a tratti fioca e morbida come quella di una candela che oscilla al vento e sta per spegnersi.

Ci sedemmo quasi sul bordo del cornicione a guardare in alto e in basso, su quella città così lontana adesso, e così piccola. Dove adesso tutto sembrava tranquillo, e quella notte sembrava normale.

Una notte verde di neon e un cornicione con due persone che si raccontavano tenendosi per mano.

Poche stelle e Neil che riempiva il cielo con le sue parole e i suoi baci e i suoi sogni vestiti di viaggio e di speranza.

Due pattinatori del cielo quasi spoglio, sul tetto di un grattacielo punzecchiato da qualche folata di vento, umido della pioggia passata, caldo di carezze.

Neil mi stava amando, con quel suo sorriso che attraversava il buio e il verde del neon, amava i miei silenzi e le mie parole, accarezzava il mio nome come fossi l’unica al mondo.

E mentre quella notte continuava ancora chissà per quanto tempo, dimenticando Jane che avrebbe fatto un’altra nottata insonne col volume alto del televisore, facemmo l’amore, nel silenzio rotto da una nenia di un muezzin che da un altoparlante distribuiva il suo altalenante verso nella sua lingua, più vicina alla nostra di tutte quelle sentite in quella notte.

Nella penombra di quel tetto sotto il cielo ci amavano dolcemente cercando di abbracciare quella pace e di tenerla con noi il più a lungo possibile.

Il muezzin salutava i suoi fedeli da lontano e noi ci scoprivamo vicini e lontani da tutto il resto. Dalle religioni di quel mondo così rumoroso e dalle urla di quella notte infinita. Lontani da quel viaggio e dal passato.Ci sfioravamo la pelle sussurrando al cielo la nostra voglia di amare, a quel tetto verde il nostro sogno di libertà.

Jane era sparita, forse dormiva, chissà, Jan magari contava le stelle nel suo cielo lontano, e Neil sonnecchiava sulla mia spalla con un sorriso lieve che gli increspava le labbra.

Mai quel buio era stato così amato e liberatorio.

E la notte proseguiva, così avrebbe fatto per chissà quanto tempo.

Chiusi gli occhi e sognai che saremmo partiti insieme, che mi sarei trovata accanto a lui, su un aggeggio volante con la mia sacca e il suo sorriso, che avrei rivisto i miei amici, che avrei ammirato posti lontani e li avrei tracciati sui miei blocchetti, che avrei immortalato i volti di persone incontrate nella mia macchina e che avrei dimenticato il resto. Avrei attraversato il cielo scoprendolo casa con Neil accanto, su silenziose pianure senza neon e megaschermi, annusando l’aria d’erba e fiori.

Riaprii gli occhi e Neil era ancora lì, stavolta sveglio, e mi chiamava: – Holly, sognavo. Eri lì. Vieni con me-.

(E.)

Published in: on ottobre 10, 2007 at 6:28 pm  Comments (5)  

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5 commentiLascia un commento

  1. ecco, finito.
    Ero certa avrei continuato. Avrei potuto farlo.

  2. …e lo farai…se vorrai…🙂

  3. Posso offrire?

    DIURNO
    Vorrei che tu sapessi

    che il tempo scorso

    è un giorno

    e la rosa impara ad appassire

    e i bicchieri velati di impronte

    e l’aria nella stanza

    niscelata di odori

    pulsanti

    e lo sportello dell’armadio

    aperto sullo specchio

    vuoto di te

    che sorridevi attraverso

    e percettibile ancora

    tra i miei sensi rimani

    come brivido dell’amore che siamo.

  4. grazie per l’offerta.
    Gradita.

  5. scrivi bene…


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