La secchia rapita

Avevo poco più di 13 anni, guanciotte rosa come se ne avessi 7/8. Convinta che la vita può essere tanto bella, e che tocca scoprirla perchè si sa nascondere bene.

A scuola “secchia” davvero, la secchia rapita direi. Così mi divertivo a definirmi, visto che brava potevo anche essere ma potevo perdermi in un bicchier d’acqua. E di eroicomico avevo veramente tanto.

La provincia intorno, rassicurante. Come un mantello di stelle appiccicate al soffitto. Finte ma di gran lunga meglio di soffitti scorciati.

La secchia rapita camminava a passo spedito, non ha smesso di farlo. Parlava piano, per paura di incespicare.Giù dalle scale veloce con la bocca chiusa e gli occhi bene aperti.

Dicono che non si inizia mai in prima persona per poi passare alla terza e poi tornare alla prima, ma è il mio spazio e faccio un po’ come mi pare.

Dicevo della secchia muta.

La casa, che c’è ancora, popolata di fantasmi, era di quelle da disegno.

Come disegnavate le case? Tetto rosso, spiovente, pochi piani, il tondino (forma oblò) verso il vertice del tetto, il fumaiolo, le finestre con i fiori e il giallo dell’intonaco.

Così. Esattamente, col giardino intorno, cani sguinzagliati e alberi da frutta. Mediterranei i colori, il profumo di agrumi e di iodio.

Giù dalle scale, a perdifiato, la bici nell’atrio spoglio, una kenzia semimorta, fuori il verde più intenso che ci sia, una bellissima palma da datteri piantata dal nonno quando era nata, poi peschi, buganvillee, cipressi.

Tre piani di casa, con sei famiglie dentro in tutto. I giovani, eredi di una stessa generazione. L’unica famiglia sui generis rispetto a quanto canonicamente accettato, la mia.

Sei donne.

Come si fa a stare sotto lo stesso tetto senza uccidersi in sei donne? E soprattutto nate fra l’inizio e la fine del secolo? Ci farò prima poi un post. O più di uno.

Una delle sei è la secchia, non ancora donna comunque, non in quel momento.

La secchia quindi, l’abbiamo lasciata sulle scale.

Intorno alla casa, c’erano e ci sono vari box aperti sul giardino, usati un po’ come negli anni ’70 si usava. Non per le macchine, non per le bici, quanto per farci le conserve, per tenerci l’olio di frantoio, per conservare vecchie seggiole, per averci una stanza in più dove giocare, dove tenerci gli uccelli, dove metterci gli armadi per i cambi di stagione.

I nostri box (erano due per famiglia, uno piccolo e uno grande) erano per alcune delle cose sopradette, in uno dei due la nonna cadde per ben due volte scivolando sull’olio e si ruppe una volta il femore. Nell’altro c’era un vero contro-salotto, con tanto di vecchi mobili impolverati ma messi in modo che sembrasse un salotto popolato, anni ’60 ma popolato. C’erano due saracinesche di metallo, che d’estate si arroventavano a tal punto che la sauna era assicurata in modo del tutto gratuito. C’erano delle poltrone di vimini, un divanetto stesso stile, un tappetone di peli di lana lunghi che sembrava il manto di un cane dei cartoni animati, un tappeto di pelle vera di cavallo (orrido), un pianoforte scordato, un tavolo di marmo grezzo di Carrara prodotto dall’artista (uomo, nano) di casa, coi piedi di acciaio inox a specchio, tavolino usato per giocarci sopra con le barbie o con le biglie. E poi c’era un misterioso mobiletto bar. Misterioso per la sempiterna natura astemia delle sei donne, che non erano certamente sempre state sole, un uomo aveva contribuito a generarne alcune e altri erano stati anche generati da una di loro, sempre quella del femore.

E uno di loro aveva contribuito a generare la secchia e la sua sorella zazzeragambalunga.

Questo mobiletto bar non si sapeva a cosa fosse mai servito, era un cubo di legno con dentro bottiglie vuote, c’era un Cynar ricordo. Ma dove fosse stato prima e a chi fosse servito davvero un mistero.

Tutto ‘sto panegirico sui box per arrivare alla secchia che scende le scale, insomma, le avrà già scese da un’ora!

Uno di quei box era popolato dagli alieni. Era arredato come fosse una cameretta di un maschio anni ’80. Beh erano gli anni ’80, certo. Ma un maschio fra Van Morrison e Edoardo Bennato. Ecco, se dovessi mettere la musica da tappetino metterei “beautiful vision” di Van Morrison oppure ” un giorno credi” di Bennato.

Ascoltavo queste canzoni venire fuori da quel box, con la porta esterna che sembrava una casa. Ci passavo davanti, c’era una finestrella anche che lasciava intravedere cosa ci fosse dentro. Vedevo colori, tende rosso-arancio, pareti bianche piene di cose attaccate, poster sconosciuti.

Passavo davanti quasi tutti i pomeriggi, con la bici o senza.

Sapevo che c’era un ragazzo dentro.

(e il ragazzo lo conosce bene anche C.)

Un pomeriggio, galeotto il sole mezzoestivo (le estati duravano tanto allora), la porta si aprì. Ne venne fuori un giovanotto diciassettenne coi capelli lunghi o quasi, la faccia sorniona, magro e alto, occhi scuri come la pece, fessure su una pelle chiara.

Il giovanotto disse non so più che frase intelligentissima, dimenticata proprio per questo penso. Ricordo dove guardavo mentre parlava, però. Guardavo dritta verso un piccolo ponte avvolto da rami rossastri di una vite canadese statica.

Ecco, guardavo lì perchè ero secchia e molto rapita.

Lui parlava e io guardando quei rami piccoli e similvenosi e rispondevo piano, senza far avvolgere le parole.

Non so come, ma si parlava di cose bellissime.

Tutti i pomeriggi. Mentre io guardavo quei rami e di rado le fessure nere che mi parlavano.

Un giorno la porta era aperta del tutto. Dentro un letto, un tavolo e un aggeggio enorme, davvero enorme.

Dalla porta mi fermai a guardarlo. Sembrava una cosa magnifica.

Lui era seduto e non l’avevo visto, celato dal contrasto spietato fra la luce del sole mediterraneo e il buio di un interno di una camera in un box.

Iniziò a parlarmi, tremai alle prime sillabe, poi lo ascoltai senza dire altro, per paura di dire sciocchezze o di dirle attorcigliate, peggio.

Era un telescopio! Un telescopio enorme e costosissimo, una roba che aveva avuto in regalo perchè avrebbe studiato fisica.

A quel punto le parole si sciolsero tutte insieme.

Raccontai che da bambina volevo fare la scienziata, poi mi ero focalizzata sull’astronomia. Che avevo un telescopio da 19mila lire, comprato su una di quelle riviste dove vendevano gli occhiali per vedere le donne nude. Con contrassegno.

Un telescopio col quale si poteva a mala pena vedere la luna.

A dispetto della scarsa qualità del telescopio, avevo una vasta produzione di pubblicazioni più o meno da adulti di astronomia. E l’avevo studiate quasi tutte, a lungo, conoscevo le costellazioni, i buchi neri.

Mentre parlavo mi ero seduta sul letto e mi ero anche abituata alla minore luce dentro quindi distinguevo bene nella parte meno illuminata il viso dell’allampanato e la posizione scomposta in cui si trovava, semi-sdraiato su una poltroncina.

Iniziarono i pomeriggi di astronomia.

I poster della stanzetta erano un misto di celeste e di dannato, fra stelle e comfortably numb.

Esperimenti quotidiani, sulle macchie solari e matite bruciate sotto alla lente, libri letti e riletti e fantasie su mondi lontani.

Le donne di famiglia, visto che si trattava di un approfondimento di una qualche natura e visto che era ancora estate, senza la scuola che imponesse alla secchia d’esser più secchia e meno rapita, accettavano, non senza borbottare e comunque con orologi puntati.

(Nel frattempo mentre scrivo si è aperto davanti ai miei occhi il campionato portoricano di caccia alle mosche! Una cosa esilarante)

Beh siamo all’epilogo della pagina aperta a caso nell’album.

“Ma lo sai che si vede Saturno con questo aggeggio qui?” – disse un pomeriggio il proto-fisico.

“Assì? Davvero? E lo vediamo allora?” – rispose la secchia s-candita, non come le ciliegie, ma come le parole dette staccate o quasi e anche un po’ sgraziate.

Trepidazione. Una sera si doveva fare.

Non più un pomeriggio, di un’oretta, ma una sera, con le stelle vere, non disegnate sulle carte celesti.

Le lotte per poter partecipare a questo esperimento le sorvoliamo. Intestine. Permesso strappato comunque, a tempo, quasi cronometrato, ma strappato!

La sera arriva. Bella, stellata, di fine luglio. Buia, nessuna luce intorno, qualche brillìo lontano sulle montagne intorno, forse fari di macchine in salita.

Il mostro scuro era già parcheggiato dove doveva stare, si vedeva anche al buio, in alto si scorgeva anche la finestra aperta, fuori dalla quale una delle altre cinque donne rimaste in casa, seminascosta da un glicine in crescita selvaggia, sbirciava ciò che la magia dell’astronomia poteva fare.

Il protagonista arrivò. Bello, lucente, prorompente a squarciare quella sera. Giallognolo nella sua gassosità e ornato dalle sue belle paccottiglie orbitanti e perfette.

Meraviglioso. E belli furono i gridolini emessi, belli gli sguardi emozionati, bello il momento unico di quella notte che non sarebbe mai più tornata.

Un dio agricolo. A forma di pianeta.

In quel momento si univano tanti amori.

I miti,  i giovani che spodestano i padri e si tifa per i padri, come con gli indiani.

Gli astri, quelli mitici e quelli che si possono vedere, grandi e piccoli carri della vita non comune.

Le scoperte del buio e della crescita. Le parole che non servono più, il buio che nasconde estasi svariate.

Si univano in quel momento per separarsi subito dopo.

Su per le scale, a ritroso.

(E.)

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Published in: on novembre 9, 2007 at 12:27 pm  Comments (16)