Sei donne sotto un tetto – 1

Dopo dieci piccoli indiani, sei donne sotto un tetto.
A gentile richiesta rispolvero l’album dei ricordi per dare colore a immagini sbiadite anni ’70 e a spalline e a capelli ricci anni ’80.
Dunque sei donne senza un perchè. Tutte insieme appassionatamente.
Tacerò, per intimità, le pagine grevi e proporrò ai gentilissimi lettori et amici un estratto delle pagine migliori della nostra storia, viste con gli occhi di un paio di generazioni.
Prima foto (vado a memoria):
Esterno giorno: due bimbe in basso con tanto di cappelli modello russo peloso marrone lucido, una con guance piene e ciuffo riccio ribelle fuori dal cappello, l’altra stesso cappello (ci mancherebbe), stesso colore (che fantasia), e capellucci (così venivano definiti da una delle seniores) lisci e scuri sbucanti dalla base del cappello, dritti come un fuso.
Le due bimbe ridono sguaiate, una delle due con la bocca addirittura aperta. C’è il sole, è inverno, ma non rigido, non quello al quale erano abituate. Una delle due guarda in camera, l’altra altrove. Sopra di loro, si ergono (parola grossa, ma data l’età delle bimbe risultavano alte), due donne, età fra i trenta e i quarant’anni abbondanti, acconciate e vestite più o meno così: la castana scura, capelli cotonati, ma non troppo, occhi cerulei e poco trucco, completo pantaloni rigorosamente a zampa grigio con sciarpone lento al collo, l’altra, castana chiara, con pettinatura anni ’60, caschetto gonfio corto, in partenza mongolfiera, occhi azzurri e ombretto marcato verde sulle palpebre, pantaloni verdi squillanti a zampa, non ci si fa mancare niente, e giaccone scuro, colore non definito.
Entrambe ridono, di gusto, anche loro contente del sole, chi fotografa è l’altra, quasi cinquantenne, che manca all’appello, dalla finestra l’ultima, la settantenne matrona, osserva la scena.
La fotografa non è avvezza alle foto, in generale a nulla che non sia una penna, un registro e una matita rossa e blu. Il resto è arabo. Scatta miracolosamente senza tagliare nessuna testa (vista l’altezza complessiva di un metro e cinquantacinque, la cosa risulterebbe difficile, ma credetemi non impossibile, anzi), ma in compenso premia la pavimentazione fatta di pietre levigate e assemblate in circolo.
Come se il quadretto fosse completo solo inserendolo nel contesto storico-geografico: la storia è data dalle zampe e la geografia da qualche agrume che fa capolino dietro ai soggetti centrali.
Dunque questa foto si inserisce in una vita borderline più o meno normale, se normale borderline è vivere in sei donne, imparentate in via discendente e ascendente fra di loro, in una città di provincia in cui l’uomo è, ed era ancora di più, il centro nevralgico delle pantofole al rientro e dei rimasugli di barba tagliata di fresco sul lavandino.
Niente di tutto questo!
La casa allora sembrava immensa.
Pavimenti a specchio di uno speciale cotto tedesco rosa fabbricato nel 1972 e trasportato direttamente per essere trattato sul luogo con strati e strati di olio di gomito e cera fino a farlo diventare color ambra lucente.
Ingresso con consolle con fiori freschi, nessun centrino, fa volgare!
Corridoio irrorato di luce dalle camere, poichè sapientemente fornite di porte con vetri blu in una specie di plexiglass per il quale era possibile vedere all’interno delle camere da fuori ma da dentro nulla solo blu cobalto intenso! Ma non doveva essere il contrario?
Montate al contrario per favorire la luce dal solito artista (nano) di famiglia? Mistero.
Camere ampie e spaziose, senza nemmeno un calzino fuori posto. Tutto fresco, profumato, quasi senza anima.
Cucina stretta e angusta, dove in sei ci si stava in altezza, come i funamboli russi in una continua catena umana.
Tavolo tondo, contro il muro, televisore in favore di matrona, le altre intuivano di sghincio o vedevano le immagini riflesse sul vetro della porta della cucina. Il televisore rimase in bianco e nero sino ad oltre la metà degli anni ’80, come se il resto del mondo avesse deciso, per iniziativa del tutto discutibile a tratti schizofrenica, di dare colore a ciò che era e doveva rimanere una cosa distinguibile dalla realtà.
Silenzio e poltrona per il rosario serale.
Balconi adorni di piante e di fiori, nessuna tenda, solo il mondo come cornice.
Salone intonso, con divani candidi di tela, che avevano conosciuto solo natiche estranee, e ancora piante e quadri scelti dal solito artista, senza sbavature e cadute di stile.
In questo piccolo mondo antico-moderno si muovevano cinque donne nel bel mezzo di un tempo indistinguibile e una settantenne fuori da ogni tempo con la crocchia bianca e i capelli lunghissimi, con gli occhi cielo inglese e la pelle bianca e morbida, avvolta dal nero dei suoi lutti e dalla luce del suo sguardo fermo.
Una delle pagine rubate alle loro giornate ormai perdute.
(E.)

Published in: on novembre 14, 2007 at 3:13 pm  Comments (11)  

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11 commentiLascia un commento

  1. un post dedicato al colore!!!

  2. l’immagine è molto nitida, si riesce a vedere quello che scrivi…forse le bimbe avevano il cappello dello stesso colore perché non si voleva fare torto a nessuno…;)

  3. arancio fico d’india.

  4. NARANJA-HIGO CHUMBO! traduco…
    😉

    C.

  5. Ma che bella, piena, viva, lucida questa foto, stupenda descrizione visivo-emoziozionale.

    …E POI IL DIVANO CHE NON AVEVA CONOSCIUTO CHE NATICHE DI ESTRANEI…é una frase azzeccatissima.

    Grande
    C.

    E l’artista nano chi è? Sembra un personaggio di Lynch!

  6. querida,
    credo ti sfugga che nella progenie esiste anche un artista, di statura ingenerosa, ma di levatura, per alcune delle sei donne (ahimè oggi cinque), inestimabile.
    Ovviamente io non sono del tutto d’accordo, specialmente dal punto di vista personale, professionalmente è un altro paio di maniche.

  7. Bé immagino i cambiamenti negli ultimi vent’anni.

  8. No che non me lo ricordo…nano? Pittore? Mi sfugge
    C.

  9. Ogni tanto passo e leggo pensieri, racconti e sogni di E. Confesso che il tempo e l’età rendono i contorni più vaghi, meno precisi. Ricordo di un incontro fra sconosciuti, di un tè consumato vicino a via Veneto, di una frugale colazione e di un abbraccio d’addio…. Meno il viso, la voce, le parole. Tutto cambia, anche i ricordi che credevi di aver catturato, quelli che, di tanto in tanto, ritornano e non sono mai uguali alla volta precedente.
    C’è un soffio di malinconia nei ricordi, anche in quelli più dolci, anche in quelli più allegri. Guardo fuori dalla finestra, passa veloce un’auto, poi un’altra, e un’altra ancora. Ma noi non siamo lì…

  10. Che bello ritrovarti, sergio.
    Un tè ci vorrebbe davvero adesso.
    Ti abbraccio e accarezzo i colli che ti accolgono nel loro grembo, colli a me cari, dei quali immagino ad occhi chiusi i contorni che ricordo da bambina.

  11. Mi piacerebbe tanto vedere le foto.

    (ricci e spalline li avevo rimossi brrrrrr)


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