Anti-pollution

Il filtro antiparticolato sarebbe servito in questo anno, ma non per risparmiare sulle tasse appena inserite dal comune di milano.
Sarebbe servito per ripulire un po’ dalla banalità imperante e dal dolore e dal sangue questo povero pianeta che corre e che si ferma solo quando ci sono le feste.
Un pianeta che ride amaramente e piange a comando, solo quando si deve, solo quando è necessario.
E copre con un abbraccio di finanziamento le spese funerarie dell’ultimo morto sul lavoro.
Getterei via molto di questo anno, ma creerei ancora più disagi visti i problemi di smaltimento rifiuti, pertanto lo tengo così, ora che sto per chiudergli la porta.
Mi limito a conservare allora, come facevano le nostre nonne, sai mai se qualche cosa possa essere riutilizzata per farci qualcos’altro nell’anno a venire?
Mi chiedo cosa potremo mai farci con nani, ballerine, maghi e ciarlatani. Un teatrino di marionette forse.
Tengo la vita, comunque.
E il letto caldo e la cena che sto preparando.
Tengo le buone intenzioni che servono a poco, ma se le avessimo in tanti servirebbero a molto.
Senza l’ipocrisia, però. Anche se rimane quella, non evapora.
Otto biscotto. Cotto due volte. Anzi duemila volte.
Un pianeta cotto. Coi pesci che vengono a galla, già lessi, pronti per essere serviti, comodi sulle tavole imbandite a festa.
Chiudo la porta dunque, e non vedo l’ora di smentirmi.
Perché in fondo sognare è rimasto ancora possibile e non l’hanno tassato.
Buon anno.

(E.)

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Published in: on dicembre 31, 2007 at 4:08 pm  Comments (3)  

parole senza ragione

Cercare la perfezione.

Affannosamente. Spasmodicamente.

Sfiorarla nelle parole, nei suoni di esse

nel rumore del mare o del silenzio assoluto.

Ammonirsi che non può esistere

ma che si cercherà sempre,

come fosse l’aria, la vita.

Come fosse facile

beffarsi delle regole, lasciarle alle spalle

per popolare un mondo diverso,

di sensazioni pure, impalpabili,

impossibili.

Trovare.

Trovare in un silenzio,

uno solo, di un istante,

l’essenza di ciò che fugge,

che non sarà mai presente,

ma che è già andato o da fare.

Ma amarlo.

Per la sua unicità,

perché ti strappa una lacrima

di stupore, di vera emozione.

Amare.

Amare così.

Senza chiedersi.

Sapendo che anche senza ragione

una ragione esiste.

(E.)

Published in: on dicembre 28, 2007 at 10:11 am  Comments (16)  

Alba

Ho visto il sole sorgere sui campi avvolti dalla nebbia.
Guardavo distratta fuori dal finestrino pensando ai giorni trascorsi, così veloci, e mi ha sopresa il sole rosso su un cielo bianco con scheletri di alberi ghiacciati.
Scesa camminavo di fretta per raggiungere l’ufficio, intorno tutta la natura avvolta nel sonno del gelo notturno, il verde imbiancato dal gelo cristallizzato, le montagnole di prato spelacchiato di un colore simile all’insalata congelata.
Il vecchio anno inizia a salutare così. Addormentato e fantastico nel suo silenzio rosso.
La nebbia bassa a cancellare tutti i contorni.
(E.)

Published in: on dicembre 27, 2007 at 11:11 am  Comments (13)  

Dancers

Non ho mai pubblicato sinora una mia foto, per tanti motivi.
Per pudore, per via del fatto che alcune foto che scatto restano nel dimenticatoio, per motivi di valore delle stesse.
Questa foto l’ho scattata a gennaio dell’anno che sta per finire.
Nel luogo che più preferisco. Montmartre.
E’ solo un regalo.
Un regalo di quelli che certi amici apprezzano.
Regali effimeri, di quelli che accarezzano piano senza farti sentire in imbarazzo.
(E.)

Published in: on dicembre 24, 2007 at 10:15 am  Comments (9)  

Sugo di coniglio grigio di Carmagnola

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Ed eccomi qui, fra una valigia per il fine settimana da preparare e una corsa che è iniziata settimane fa e non so se e quando finisce.
Non la corsa di natale, non le solite cose di cui si lamentano tutti e che poi fanno regolarmente.
Le code, i regali di corsa, i pacchetti.
Quelle sono cose che si fanno anche, ma che se si prendono col giusto sorriso appaiono quasi come una pausa, un’allegra e ridicola pausa da tutto il resto.
Stasera, rientrando dal lavoro, dopo aver rubato due parole ad un amico al telefono, dopo aver pensato con gli occhi chiusi per un attimo a quello che avrei fatto volentieri, cioè un bel niente, ho scoperto un pacco appena giunto. Una di quelle strenne natalizie, che ricevi ogni anno dalle stesse persone. Roba non proletaria, s’intende. Roba che ti si intorcinano le budella solo a guardarla, per quanto mi riguarda.
Dopo il pane rincarato, i posteriori sbattuti in tv, il tiramisù che preparavo che non veniva e rimaneva liquido, che domani farò una figuraccia, io che i dolci li faccio con amore e profumano di amore, ecco il pacco, quello che ogni anno mi fa stramazzare dalle risate.
Si commentava liberamente in due sul contenuto; mentre litigavo con il mascarpone sentivo da lontano declamare nomi di cose strane e rare, nomi di conserve e di mostarde pregiate, nomi di vini che diosaquantocostano! Ed ecco la scoperta, quella del natale. Il sugo di coniglio grigio di Carmagnola. Un barattolo grande poco più di una mano contenente una gelatina gialla con una roba rossa in centro, che dagli ingredienti risulta essere un peperone.
Ecco, io, a parte che sono una nota carnivora (vedi pelle di pane), dopo la prima risata e la dichiarazione di farci sopra un post, ho iniziato a rimuginare.
Come si fa a regalare cose del genere. Perché coinvolgere nella propria mancanza di fantasia borghese chi pensa che il regalo più bello sia vedere il volto della vicina che sorride per il panettone o un fine settimana prenatalizio in campagna senza troppe pretese, senza semplicemente correre, che qui intorno tutti corrono talmente che se ti fermi ti senti un perfetto idiota?
Ebbene, ecco la corsa. Ecco qual è la mia corsa. Quella per uscire dal natale, quella per trovare il silenzio intorno e un sorriso di chi amo senza doverlo incastrare fra una nauseante presa di coscienza sul mondo intorno e una incombenza che come una tagliola leva anche il piacere di due pennette agli asparagi.
Ecco la corsa.
Povero coniglio. Lui sì che correva senza stressarsi.
Lo hanno levato di torno per imbarattolarlo.
E poi il Carmagnola non era il Conte di Manzoni? Ah sì una tragedia. Come quella del coniglio. Ecco che c’entra!
Ah, dicevo, a proposito: Buon Natale!

(E.)

Published in: on dicembre 21, 2007 at 10:51 pm  Comments (14)  

Frittata di Natale

Senza parole, amore, dice una canzone che mi ronza in testa dallo scorso fine settimana.
E in testa ho un bel frullato misto di tuttifrutti.
Vedo un papa che stringe mani e che ciarla di forza dello spirito. Vedo un capo di stato che stringe chiappe di modelle e con le stesse mani saluta i suoi ospiti, che con le loro mani insozzano il paese, il nostro. Vedo un altro capo di stato che dichiara che l’italia non cede al declino e mi chiedo a cosa bisogna aggrapparsi per non cedere al declino, che di per sé come parola evoca ciò che è già fatto. La discesa verticale.
Sento voci di telefonate e lacchè, sento chiacchiere da avanspettacolo e attricette da piazzare e puttane di stato denunciate da chi di puttane ne conosce e ne ha pagate tante.
Sento col respiro affannoso parlare di rai e di governo. Sento onorevoli disonorevoli vendere il loro voto sulla fiducia prima di passare alla cassa e ritirare il loro obolo di fine anno.
Ricevo una e-mail da un assessore della capitale che dichiara di usare il web per gli auguri risparmiando sulla carta per usare i soldi per il bene di altri, di bambini. Sento l’ipocrisia nel suo albero di natale con le frecce, scarno, figlio di una innata volontà di confondere, di intenerire. Quando ai bambini, ai bambini di nessuno, si pensa solo quando sta bene, quando ci sono le lucine intermittenti nelle città che ricordano che la grandezza si misura con la quantità di neuroni sprecati per idiozie natalizie.
E sento gli americani urlare allo scandalo per gli attacchi armati dei turchi, solo perché non sono loro a sferrarli.
Sento fumo negli occhi, sempre, come se si vivesse accanto ad una ciminiera in perenne attività.
Sento parlare ancora di regali e di promesse, mi giro nel letto senza riuscire a prendere sonno, penso a quanto poco tempo ci è rimasto per noi.
A quanto tempo ci ruba un mondo che non conosce verità.
Intorno fibrillazione, come se il natale fosse ad aspettare chi corre più veloce e chi prima lo raggiunge possa godere più degli altri fessi rimasti indietro, a respirare, a cercare di annaspare in mezzo al fumo e alle lacrime.
E poi vedo i coccodrilli, quelli che scrivono i libri, quelli che parlano alla gente e credono di avere le parole, quando ce ne sono rimaste poche.
Ed eccomi quindi a parlare d’amore.
Sotto, fra le righe.
Levo il fumo e cerco di prendere sonno, a pancia in giù.
E in fondo alla cortina di fumo scorgo le parole. Quelle che servono.

“salimmo sù, el primo e io secondo,

tanto ch’i’ vidi de le cose belle

che porta ‘l ciel, per un pertugio tondo.

E quindi uscimmo a riveder le stelle.”

(canto XXIV – Inferno)

(E.)

Published in: on dicembre 20, 2007 at 9:12 pm  Comments (16)  

Incostante

Incostante come il gemito di una foglia

nel vento freddo dicembrino.

Così è il mio tempo.

Alterno e bastardo.

Un tempo di sorrisi e di ansie di ritorno.

Un silenzio di attimi di onde tremanti.

Su mare che si nasconde alla mia vista.

Così il mio tempo di donna.

Un sole che abbraccia un prato

e la nube che lo avvolge e lo bagna.

Mi dimentico di essere

colei che fu quand’eri tu a sorridermi.

Mi scaglio furente contro uno specchio

che mi ricorda che sono ancora.

Ma che mi son perduta.

(E.)

Published in: on dicembre 19, 2007 at 12:35 pm  Comments (9)  

Chi sei tu? Nessuno!

Dall’antro del Ciclope, il furbo Odisseo giocava col suo nome in uno dei capitoli più famosi della sua avventura di ritorno a casa.
Un po’ di humour fa sempre bene per affrontare un momento difficile e per iniziare anche a raccontare.
Come il simpatico Odisseo tornavo a casa, non dopo la guerra di Troia, quello no, ma dopo un periodo fitto di impegni e dopo una cena aziendale conclusasi alle 2 del mattino.
L’aereo delle 7 del mattino era improbabile, le voci delle sirene al posto della sveglia hanno fatto la loro parte, pertanto sono schizzata fuori dal letto solo dopo le 6. Sapevo che non ce l’avrei fatta, ma mi sono fatta legare all’albero centrale della nave e ho chiesto ai miei marinai di continuare.
Ho infilato camicia, maglione, pantaloni, scarpe, ho usato i trucchi della gatta per pulirmi la faccia e sono scappata in strada, al buio del primo mattino milanese. Sei e mezza, niente, non ce la faccio. Il taxi arriva e mi sputa a Linate alle 6.45. Schizzo come una saetta a squarciare il cielo davanti ad un bancone di check in libero ed un simpaticissimo giovane incravattato mi dice che non sa bene se riuscirò a prendere l’aereo, dopo aver ricevuto le mie generalità, e mi invita a fare la fila come gli altri.
Trattengo il pugno in tasca e mi metto in fila.
Arrivo dopo cinque minuti di fronte ad una gentilissima giovane truccatissima al check in che mi dice: sono le settemenodieci signora! Ormai ha perso l’aereo. Si accomodi gentilmente in biglietteria. Seconda fila delle settedelmattino!
Mentre attendo il mio turno, lacrime immotivate rigano il mio viso stanco, arrivo di fronte al bancone e mi accorgo di parlare seria ma di piangere. Pago una tombola (per la quale ricevo anche cazziatone dalla tizia che mi vende il biglietto!) e finalmente ho in mano un biglietto. Uscita A03! Mi avvio all’imbarco, sono già stanca, due ore di sonno scarse e un paio di pacchi di troppo in mano.
Uscita A03, partenza Cagliari. Niente, mi hanno dato l’uscita sbagliata. Appiccico il naso sullo schermo che indica le uscite e scopro che il numero è migliore! A13!
Quella giusta. Compro fazzolettini di carta, mi siedo sommersa dai pacchi e pacchetti in attesa. Rimugino. Ma come mai stamattina alle 7 non c’era nebbia! Di solito questi voli li spostano. Poi con questo freddo. No! Il volo delle 7 è partito in perfetto orario lasciandomi a frignare qui sotto.
Si informano i signori viaggiatori che l’orario di imbarco subirà un leggero ritardo dovuto al mancato arrivo dell’aeromobile. Ecco. Adesso che sono qui fa ritardo. Bah.
Mi si chiudono gli occhi, sono le 8 ed mi sento trascinata dalle sirene. Non vedo ancora terra.
Finalmente l’imbarco, ho pagato un biglietto ad una cifra astronomica, quindi mi toccherà un posto da regina. Fila 18. Ma il diciotto non è il diciassette con numero cambiato per i superstiziosi? Beh ma io non sono superstiziosa! Uscita 13 fila 18 (ovvero 17!)
Maddài, chissenefrega, il peggio è passato, le lacrime si sono congelate sul viso nei cinque minuti in cui sono stata fuori, quando la navetta mi portava all’aereo.
Poggio le mie natiche proletarie sul mio posticino sfigato della fila 18, corridoio, ci metto vent’anni per sedermi per via di simpatici avventori. Ma son qui. Finalmente abbandonata. Crollo. Muoio sul posto. Riapro gli occhi quasi ad atterraggio avvenuto. Pronti partenza via! Adesso in teoria inizia il mio Natale.
Nel frattempo ho realizzato che ho dimenticato tutto a casa. Dallo spazzolino da denti al caricatore del cellulare. Ma ce la posso fare, ho due tacche!
Recupero bagagli. Beh con i pacchi e pacchetti in mano, almeno il trolley andava imbarcato.
Mi riappiccico allo schermo che segnala i nastri di recupero. Stavolta senza giri di parole. Nastro 17!
Uso una delle due tacche per avvertire che sto uscendo. E mi metto in attesa.
Nastro 17 immobile. Segnalato il volo ma nastro fermo senza scampo.
Dal nastro accanto numero 18 si leva un lamento e si accende una luce. Il nastro parte. Inizio a sospirare. Sul diciotto non era segnalato nulla. Eppure parte. È passata mezz’ora e parte il nastro accanto.
Immediato sul nastro sbagliato compare il mio trolley azzurro.
Eccolo! Non mi faccio domande. È il mio. Posso uscire.
Dopo quattro ore vengo quindi vomitata fuori dall’aeroporto mentre scorgo un paio di occhiali da sole che mi aspettano.
Dopo lo scontro frontale col pelago e con le sirene bastarde, necessito di un caffè e di premiarmi.
Opto per raddoppiare i regali ai miei cari.
Riesco in tutto questo a passare alla inaugurazione della mostra di cui vi avevo parlato e assisto all’ingresso della primadonna (il director) che si presenta in ritardo, per non smentire la sua tradizione. Saluto tutti e come un frullatore impazzito lascio la galleria.
Per tuffarmi nella cena del finto natale con i miei cari, con tanto di pandoro farcito al mascarpone, una cosa che ingrassi solo a guardarlo!
Tutto intorno Roma. Con la sua aria frizzante in bilico sullo zero. Con il suo sole che bacia tutto e fa dimenticare che fa freddo. Col cielo azzurro che pare una promessa.
Il ritorno è stato meno rocambolesco: la mia Penelope non aveva tessuto e scucito, il mio aereo era in orario e Milano era sottozero anche se di poco. Che se ti metti a fare la gara deve vincere sempre!
Mia madre dall’altro capo del telefono mi diceva che già le mancavo e io già indossavo il suo maglione, mentre Natale ancora non è arrivato.

(E.)

Published in: on dicembre 18, 2007 at 11:16 am  Comments (17)  

Post promozionale

cartolina chaisse à courre

Imito la Zau con i suoi esordi fantasiosi, post velocissimo come una volpe rincorsa dai cani in una battuta di caccia (sia chiaro metaforica) nella campagna inglese.

Domani vado a passare il mio finto Natale a Roma. Anticipato, ma va bene lo stesso.
Quindi sarò nella Capitale.
Ci sarò anche per l’inaugurazione di una galleria d’arte contemporanea che porta proprio la mostra che ho visto il mese scorso a Milano.
Romani in lettura Vi invito tutti. Qui.
Al mio ritorno ovviamente racconterò cose serie e facete, come è mio costume.

(E.)

Published in: on dicembre 14, 2007 at 4:36 pm  Comments (20)  

Pelle di pane

I sapori che amo di più sono normali, cosa che farebbe pensare alla mia perfetta normalità. Mi fermo un attimo, mi accorgo che iniziare un post parlando di normalità o comunque parlare di normalità rischia di farmi piovere addosso le solite frasi del genere: normale? E cos’è normale? Quali sono i canoni di normalità?
Pertanto mi rimangio tutto, che a proposito di sapori ci sta anche (chissà che sapore hanno le mie parole) e ricomincio.
Mi piace il sapore del pane appena sfornato. Ma a chi non piace?
Mi piace il pane in tutte le sue vesti, anche quelle sofisticate. Quello coi semi di papavero, con i semi di girasole, quello con le noci e con l’uvetta che diventa un dolcetto, quello con la segale.
Ma il pane migliore resta quello bianco, quello poco cotto, quello che sa ancora di lievito.
Pane salato ovviamente. Lo sciapo non l’ho mai capito anche se ho sempre avuto intorno toscani che ne elogiavano le proprietà nuziali con pietanze di ogni tipo senza peraltro capire, a parer mio, che il pane non per forza dev’essere accompagnato. È buono da solo.
Così com’è.
Le mie abitudini alimentari sono discutibili.
Feci una scelta che non mi pesa nemmeno troppo, a diciassette anni. Smisi di mangiare carne e parenti.
Ma niente di ideologico, sia chiaro.
Non sono veganamarzianasaturniana io.
Si trattava di una scelta dopo una scena raccapricciante.
Che vi racconto.
Se ne avete voglia.
Diciassette anni, quasi estate, preparazione agli esami di maturità.
Invitavo a casina compagnucci di ogni tipo, dagli scapestrati in cerca di tesina bell’e fatta ai convinti che la vita sarebbe terminata con una eclissi totale in diretta televisiva. Dai terreni terraioli ai presunti grecisti fans di aristofane, con tanto di striscioni.
Ogni tanto andavo io da loro.
Fui ospitata da un sofista, non tanto sofista per le scelte quanto per il cognome, che vi risparmio.
Abitava in un paesino, in campagna. Con tanto di aia, di pecorelle e gallinelle. Una roba bucolicissima e piena di odori nauseabondi.
La casa era tutta centrini e mamma con scialle nero, con papà con balcone spelato sul cranio e baffoni folti a proporzionare la quantità tricotica totale.
Si studiava, lui ogni tanto lanciava le solite frasi mortificanti del tipo: se fossi più magra mi piaceresti. Era un mio problemino avere un po’ di pancetta, sì, cosa che non si direbbe oggi, tuttavia me ne fregavo altamente, specie perché ridevo sotto i baffi metaforici comprendendo le origini genetiche delle folte sopracciglia che adornavano i suoi occhi da pesce lesso.
Si studiava e si commentava, letteratura latina, uscì greco allo scritto, quindi il latino andava ripassato all’orale (peccato che io portavo italiano e filosofia, ma si sa che la secchia rapita, era sì rapita, ma secchia rimaneva!).
Ad un tratto un urlo straziante di bimbo. Mi destai sollevando il mio pancino dalla seggiola merlettata e mi avvicinai alla finestra semiaperta sull’aia.
Il piagnucolio continuava insistente e il sopracciglione sofista ridacchiava come se sapesse.
Pensavo a quanto fosse sadico.
Il suo ghigno me lo ricordo ancora, lo caratterizzava eppure non era così stupido.
Non tanto almeno.
Insomma, mi avvicinavo e cercavo di scostare la tenda che svolazzava e nascondeva la visuale completa sull’aia.
Vidi del sangue. A irrorare la pavimentazione del cortile.
Un incubo. Mentre continuava il pianto.
Scostata la tenda capricciosa ecco il piccolo. Un maiale in agonia, sgozzato e peripatetico.
Il sofista commentava la scena dicendo che era tradizione ammazzarlo e che ci si faceva non so che ben di dio, persino con le sue setole. Pensavo ai pennelli e a quanti ne avevo usati. Pensavo al pennello grande e al grande pennello per cercare di distrarmi.
Ma il sangue era lì, come un fiume, e il maiale piangeva e si lamentava.
Terribile.
Decisi lì su due piedi di non mangiare più quella roba.
Prosciutti, salami, bistecchine e coratelle, trippe pe’ gatti e cose così.
Senza nessun motivo se non lo strazio. Che non posso dimenticare.
Bene, raccontato questo aneddoto, torno ai sapori.
Vado matta per i carciofi, il sapore dei carciofi alla giudia è una cosa magnifica.
Le patate in tutti i modi, sotto e sopra, di lato e di fianco.
Il pesce che non urla e non piange lo mangio. Quindi lo mangio.
Solo che il re di tutti i sapori è il pane.
Bianco, poco cotto e salato.
Dite che aumenta ancora?

(E.)

Published in: on dicembre 13, 2007 at 2:14 pm  Comments (7)