La tempesta perfetta

In quegli anni di bambina, con gli occhi da caschetto liscio senza pietà, vedevo il mondo attraverso le ombre cinesi che facevo a letto, con la lucina sul comodino accesa per non sentire il peso del buio sullo sterno.
Vedevo gli alberi correre a perdifiato sul prato di fronte casa, sul laghetto sempre ghiacciato, soprattutto ghiacciato nei miei ricordi.
Vedevo la tartaruga dalla finestra brucare lentamente. La tartaruga che ci donò papà, che quasi mi fa effetto nominarlo, visto che non lo nomino. Che quasi mi fa effetto pensare che una tartaruga fosse un mezzo per pensarlo, visto che era lontano e sempre lo sarebbe stato, per davvero o no. Più per davvero.
Lei ancora c’era. C’era negli anni verdi dell’incoscienza, negli anni dei suoi jeans e delle canne con gli amici. Negli anni del suo kajal sbavato che le donava da morire.
Lei che coi suoi capelli corti mortificava la donna che viveva in lei per consacrarla alla combattente per la felicità. Quella felicità che ha sempre rincorso e non ha mai trovato del tutto, ma che se si guarda bene ha lasciato un segno nei suoi occhi. Ancora adesso.
Lei c’era. E gli alberi e i colli. Le grida dei ragazzi, i sogni dei ventenni. Sempre quegli anni ’70 smozzicati. Lasciati a fumare da soli come una cicca dimenticata.
Lei c’era e anche noi. Io con le ombre cinesi e i contorni delle nuvole incazzate dell’inverno e la mia piccola affine, riccia a più non posso. E muta.
C’eravamo ed era lì tutto il nostro mondo. Contenuto in un fazzoletto di cristallo. Ripiegato e frantumato, trasparente e fragile.
Era lì il nostro mondo, fatto di travi di legno da guadare per dormire, di sussurrati saluti della buonanotte, che avresti voluto urlarli tanto pareva che nessuno li ascoltasse.
Sogni abbandonati su comodini impolverati. Sogni di natali in famiglia mai avverati. Sogni di regali che i calzettoni non erano il massimo della vita.
Sogni normali, che quasi ad averli bambina ti sentivi colpevole dentro. Che colpevole era ed è rimasto sempre facile fartici sentire.
Sogni di biciclette e di vento, sogni di quelle spighe che sembrano grano ma che non lo sono, che si appiccicano ai bordi dei pantaloni mentre ti ci immergi dentro.
Sogni di sentire parlare la frugoletta silente, sogni di vedere il sole e un sorriso tutti e due insieme.
Sogni di vederla tornare a casa. Sogni di sentire il suo profumo ancora, anche quando non c’era.
Profumo sognato per anni, anni lontani e inafferrabili.
E quel giorno. Quel giorno di bambina adulta, nel freddo cercarla e non dirle più ciò che si era detto.
Tornare indietro e rimangiarsi tutto.
E invece quel giorno era lì e lo sarebbe sempre stato. Quel giorno avrebbe reso possibili tutti gli altri a venire, nel modo esatto in cui avvennero. E quel giorno avvenne.
Io bambina, avvolta dal freddo, fuori, la cercavo. Tornava lenta. Piano la scorgevo. Scorgevo la sua ombra nella sera precoce di dicembre.
Le dissi che c’erano le zie. Che ci avevano invitate ad andare via. Ad andare dai nonni per fare Natale! Capisci Natale, mamma?
Le dissi che saremmo andate e poi tornate. Le dicevo e sapevo. Che non lo saremmo state.
Le dissi che era bello fare l’albero di Natale, che mi avevano detto che si potevano anche mettere le luci.
Le dissi che saremmo tornate.
Lei sorrise e sapevo che stava morendo in quel momento. Ma sorrise. Bello quel sorriso, spero di ricordarlo ancora per un po’, perché è di trent’anni fa e se lo perdessi non me lo perdonerei.
Mi mancherebbe l’unico sorriso di madre. L’unico sorriso che sgorga contro la ragione, contro la tempesta, per sostituirsi alla lucina che impedisce al buio di entrare.
La lucina per tanti anni rimase accesa.
(E.)

Published in: on dicembre 7, 2007 at 9:28 am  Comments (9)  

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9 commentiLascia un commento

  1. E’ la prosecuzione de “il mio paz”.
    Parto difficile.

  2. Oh.
    1):(
    2)scrivi benissimo.

  3. ritorno..ti bacio..e rivado!!

  4. 🙂
    anche la mia

  5. (emma…..bellissimo)

  6. Dunque, innanzi tutto grazie mille a tutti.
    Zaub, malinconia, dolore e un po’ di morbidezza nel tacere tanto, ma si intravede qualcosa, penso.
    Bit, torni e te ne vai? Ma come? Bacio anche a te.
    Ps, la tua tempesta deve essere per definizione perfetta.
    Ieri sera, mentre scrivevo avevo paura di non fare vedere alcune cose che ritengo importanti.
    Oggi rileggendo noto che qualcuna si vede, ma non tutte.
    Se il risultato è gradevole la cosa mi fa piacere.
    Pagine da raccontare ce ne sono tante, piano piano vengono.

  7. emma, si sente che questo ricordo ha radici profonde… e adesso le radici sono lì, all’aria, che grondano ancora il caldo terriccio scuro in cui sono cresciute negli anni.
    un bacio

  8. quelle cose si sentono, più che vederle.
    e si sentono forte.

  9. Buongiorno e grazie.
    I ricordi parlano da soli, prendono il megafono e blaterano, per fortuna li ho frenati un pochino, ammorbidendo i contorni di qualcosa che si può tranquillamente confondere con i rumori circostanti.


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