Storia di una sciarpa

L’altro giorno, lavatrice di bianchi, ho pensato di accodare al carico anche una sciarpa, color panna.
Tessuto grezzo di cotone, larga tanto da indossarla una volta in Grecia a mò di pareo.
Ce l’ho da anni, la indosso distratta.
Raccogliendola dal fondo dell’armadio ho ricordato la sua storia.
E ho mescolato così i ricordi e le riviste e le canzoni e tutto quanto.
Quella stessa mattina (sabato) dal parrucchiere avevo sfogliato riviste che, non per fare la snob, non leggo mai, le solite riviste da parrucchiere che hanno sempre nomi di donna a ricordarci che siamo nate per ciacolare.
E quella sciarpa mi ha ricordato quell’articolo di giornale letto, quello della sorella meno nota delle Bertè.
La sciarpa mi ha riportato indietro di anni, sera fredda, mia madre, amici suoi intorno, chiacchiere, vino.
Si era a casa proprio di quella persona, ascoltavo le chiacchiere di tutti che si sovrapponevano, a strati, le une sulle altre.
Guardavo i volti della gente presente, cercando di fissare i loro tratti nella mente. Non ascoltavo le loro parole, vedevo le loro labbra muoversi senza ascoltare i suoni, ero trasportata dalla musica, che non era però quella che adesso che scrivo mi è venuta in mente. Chissà che musica era.
Mi contorcevo mentre osservavo le loro facce, stringevo le mani sotto le braccia conserte, a riscaldarle. Movimento inusuale per me, che in quasi tutte le foto da bambina vengo ritratta con le mani fra le gambe, per scaldarle, gesto che faccio istintivamente anche adesso, solo quando sono lontana da occhi di adulti o di estranei.
Lei dev’essersene accorta e ha interrotto il silenzio nel quale fluttuavano inascoltate le centinaia di parole dei presenti.
L’ho udita chiedermi se avessi freddo.
Annuii, mentre mia madre mi poneva la stessa domanda. Come se avessi avuto troppi pochi anni per rispondere ad una persona che non fosse lei. Invece quella sera ce l’avevo portata io lì, aiutandola a scegliere il maglione che le donasse di più e la collana più bella.
Mi poggiò sulle spalle dunque questa sciarpa, aperta a mò di scialle.
Continuai a non ascoltare e a vagare con lo sguardo sopra le teste dei presenti, cercando di ricordare di chi fossero le stampe appese ai muri o di che cosa avrei messo io al posto di quelle.
La sciarpa rimase lì, distratta come distratta l’ho portata per tutti questi anni.
Mi disse di tenerla che mi faceva gli occhi belli.
E quando l’ho infilata in lavatrice l’ho ricordato.
Quando l’ho ripresa per stenderla ad asciugare l’avevo già scordato.
Perchè le sciarpe, anche se hanno la loro storia, se nascono distratte lo restano.

(E.) 

Published in: on dicembre 11, 2007 at 3:47 pm  Comments (8)  

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8 commentiLascia un commento

  1. Non conoscevo questa cover, proprio fino a sabato.

  2. succede anche a me…prendo un golf e ripenso a quel giorno, al primo appuntamento con lui, faceva freddo e lui mi diceva: -questo golf ti sta d’incanto-. Oppure passo davanti alla vecchia casa di famiglia e risento le nostre voci là dentro la sera di Natale, quando tutti ci riunivamo, quando eravamo tutti.
    quanta nostalgia

  3. Come ti capisco!

    p.s.(bravi i Nouvelle vague)

  4. E la sciarpa è intatta, dopo mille lavaggi🙂

  5. del tutto distratta non mi pare, forse fluttua avanti e indietro nel ricordo…forse, ma poi riprende…
    TereZa

  6. Emmilde, che bel post:))

  7. magari è una sciarpa distratta..tanto basta però per ricordare l’indispensabile e renderlo sempre un po’ speciale..

  8. ma che carucce le donne commentanti!
    ogni tanto gli oggetti ci servono per riafferrarci, per riprendere i bandoli dimenticati, per riacciuffare le frange delle nostre sciarpe di vita.


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