Il sesto giorno extra

Balthus – la rue – 1933

Verso il cammino per le calende di marzo.
Questa giornata è speciale. Il fatto poi sia venerdì e domani si possa dormire la rende ancora più speciale.
Sanremo finisce e non ho seguito nemmeno una canzone tutta intera, il dollaro crolla miseramente e l’euro gli fa un paio di pernacchie (ignorando che se una farfalla sbatte le ali nella foresta amazzonica, una banca crollerà in Inghilterra), si prevedono nevicate dalla settimana prossima, che la primavera ha deciso come spesso accade di saltare il turno, il PD si è definito il partito del lavoro, quindi fra libertà e lavoro pare che non ci manchi niente, la Francia dichiara che non farà più il gendarme dell’Africa, speriamo non la getti nel cestino dopo averla abbondantemente usata.
Il mio omaggio oggi va a Balthus, artista francese di inizio secolo, che nacque proprio in questo giorno un secolo fa. Il quadro che Vi propongo, si differenzia rispetto alla sua opera principale fatta di fanciulle nel fiore degli anni. Con ninfette deformi, nane e bambinoni che evoca quasi Toulouse Lautrec, l’esterno della città sembra un salotto trafficato da estranei, un frammento di cucina in cui le serrande e le tapparelle fungono da mobili della notte. Di lui Walter Benjamin scrisse nel 1938: «La strada diventa qui un appartamento per un flâneur, il nottambulo che tra le facciate degli immobili è a casa propria come un buon borghese tra le sue quattro mura»
Buon fine settimana.
(E.)

Published in: on febbraio 29, 2008 at 9:42 am  Comments (19)  
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Sweetheart bus

-la foto è sua-

Credo che nella vita di chiunque ci siano circostanze, persone, incontri, momenti che cambiano tutto ciò che viene dopo, e se ci pensi quasi non riesci ad afferrarli tanto sono parte della vita nel suo tutt’uno.
La vita scorre senza fermarsi a dare un volto alle circostanze, ma dentro restano tutte le immagini, mescolate senza un ordine preciso, ma come quando cerchi in mezzo alle tue cose messe alla rinfusa, se vai a frugare le trovi subito, eccole, riaffiorare così d’improvviso e con una vampata ti portano indietro.
Una delle persone che più contano nella mia vita l’ho incontrata per caso. E poi è diventato il mio migliore amico. Ho trovato in lui le parole che non avevo mai pensato, le storie che avevo immaginato, gli stessi sentimenti e la stessa sensibilità. Le lacrime davanti alle stesse immagini, silenzi pieni di tutto, muti e ricchi.
Con lui ho condiviso tanti viaggi, tante avventure. Con lui ho visto scorrere dal finestrino del viaggiatore tutto il paesaggio e la musica migliore di sottofondo.
Con lui ho respirato gli odori pungenti dei mercati, il salmastro di spiagge abbandonate, il mugghiare del mare d’inverno e la nebbia ad avvolgerti che non vedi nemmeno i tuoi piedi; e sei su un ponte alto, in mezzo al niente.
Con lui ho scattato le foto più belle della mia vita, ho visto i film che hanno più contato, ho camminato più a lungo che con chiunque altro.
Ho scoperto locande e mangiato le cose più buone, bevuto vino al pomeriggio dopo un’insolazione in una cantina in maremma, mangiato mezzo chilo di burrata come se non avessi mai mangiato nulla nella vita sino a quel momento.
Quando lo vedo, quando ritorna dai suoi viaggi, basta uno sguardo da lontano e so già che il tempo che è andato via senza di noi è già dimenticato, già alle spalle, e anche se i fine settimana tutti nostri di follia non so se e quando torneranno, so che tutto quello che abbiamo vissuto insieme nessuno potrà mai portarcelo via.

(E.)

Ringrazio il coon, per il gioco dei ricordi che ha lanciato e, se volete, potete continuarlo anche voi.

Published in: on febbraio 27, 2008 at 11:11 pm  Comments (11)  

Nati sotto il segno dei pesci

Mercoledì da leoni, sotto il segno dei pesci però.
Sfogliando le pagine insfogliabili dei giornali virtuali, ché si è persa l’abitudine di sfogliare quelli veri e li si relega al fine settimana, scopriamo come si guadagnano da vivere giornalisti e ricercatori.
Mi sento sollevata nel sapere che “i pesci sanno contare”. All’università di Padova, non me ne voglia un amico che fa ricerca proprio lì, hanno scoperto questa magnificenza. Il dipartimento di psicologia generale ha scoperto che i pesci solitari messi in un angolo di una vasca tendono a riconoscere i gruppi più numerosi posti agli altri lati e ad aggregarsi appunto ai più numerosi.
Pratica conosciuta come saltare sul carro del vincitore.
Ma, sanno contare fino a quattro pare, perché riescono a riconoscere la differenza solo fra gruppi di due e di quattro, quando si arriva a mettere gruppi di sei o cinque e farli aggregare dimostrano inequivocabili di non riuscire a scegliere.
Qui mi fermo ancora per riflettere. Inizio anche a pensare ai gruppi parlamentari a questo punto.
Più sono i galli a cantare meno si sa scegliere dove posizionarsi per ottenere una poltrona.
Ma, cosa più esilarante quando sale il numero dei pesci aggregati diventano davvero esperti nel contare ad occhio: riescono nientemeno a distinguere un gruppo di otto da un gruppo di sedici!
Questo, dice il dottorando che non cito per rispetto, “ci porta a considerare che i pesci utilizzano una sorta di ‘accumulatore’ interno per individuare il gruppo più numeroso, ovvero stimano la quantità di area che il gruppo occupa”.
Mi chiedo se li abbiano intervistati, se Piepoli abbia fatto le sue rilevazioni.
Detto questo e invitando tutti a riflettere sul motivo per il quale la ricerca sia così un settore di nicchia in italia e porti inevitabilmente molte menti a fuggire dai nostri confini, non solo per motivi di stanziamenti, credo ci sia qualcosa da imparare.
Sono giorni che sentiamo che il PDL accusa il PD e viceversa sul non saper contare.
I punti di distacco sono dieci, no sono sei!
Ecco, direi che ad occhio i punti ci sono.
Per rendersi conto che la similitudine, infelice per i pesci, ci permetta di suggerire all’università di Padova di provare a mettere nella vasca i nostri politici branchiati.
Se si comporteranno come i pesci solitari in cerca di autore allora la teoria che l’uomo discenda dai pesci finalmente scalzerà quella delle scimmie.
E con le pinne, fucile ed occhiali, guarderemo la nostra bella tavola blu contando fino a quattro.

(E.)

Published in: on febbraio 27, 2008 at 7:44 am  Comments (10)  
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La voce della parola

Alighiero Boetti – Afghanistan, 1988-89 – Mart

La parola al centro della storia.
Logocentrismo contro potenza della storiografia.
Da sempre alla base delle culture, delle tradizioni sta la parola. La parola cantata, narrata, conservata e ritrovata.
Strumento di innovazione e di preservazione dall’usura del tempo, strumento di trasmissione degli intimi dolori della lingua che si trasforma con la sua gente, con le sue leggende, le sue favole, i suoi miti.
Il padre che ricordiamo è Omero, che con le sue narrazioni epiche fa rivivere la bellezza dell’oralità e la fa rinascere tutte le volte che essa riaffiora sulle labbra del suo narratore, che può prenderla, modernizzarla, asservirla al contingente senza farle perdere la sua purezza, il suo incanto.
Ed ecco che la leggenda del narratore cieco che affronta i temi più moderni del suo tempo abbraccia tempi lunghissimi, trascinando con sé, nelle sue parole e nei suoi versi anche un po’ della storia che attraversa. Portandone quindi le tradizioni, mutandone gli aspetti.
La storia si presta alla parola per vestirla di verità e gli usi dell’ottavo secolo avanti cristo si mescolano a quelli del settimo e poi del sesto e così via, fino a diventare opera magna di raccolta di storia di popoli e di epoche.
Questa è la magnificenza della tradizione omerica.
Non solo l’aver donato all’umanità sconosciuti albori di narrazione, di poema epico, ma anche di aver permesso ai cantori di farsi strumento della storia stessa e dei popoli che andavano ad ammaliare. Mutando quindi espressioni e figure a seconda che l’uditorio fosse orientale, mediterraneo, isolano o continentale.
La questione omerica appunto verte su questa ipotesi oralistica e sulle stratificazioni che nelle opere si possono trovare, come negli scavi archeologici, quando i ricercatori scavando sotto al primo livello trovano altri resti di civiltà più antiche e piano piano ricostruiscono a ritroso il nocciolo dell’umanità, la sua primigenia natura, le sue più antiche tradizioni.
Di qui il folklore, quel patrimonio popolare, quella scienza che affonda le sue radici nelle tradizioni arcaiche, nelle leggende di tutti i tempi che fondano le nostre radici persino linguistiche, oltre che le nostre danze, i nostri canti, le nostre musiche.
Quelli che sono i “rottami di antichità” come diceva Vico, ovvero le tradizioni popolari, che profumano di stregoneria, di malocchio, di superstizioni, di cucina e di medicinali improvvisati.
E altrove diventa base fondamentale della cultura, in assenza di altri mezzi di espressione, come nella tradizione africana, da cui nasce il profondo legame con la sua musica e la sua memoria, che hanno da sempre mantenuto fortissimo il legame con l’oralità, con l’improvvisazione.
E poi le lingue tutte, quelle che non hanno un dizionario, che vengono parlate da gruppi ristretti di persone, anche oggi, oggi che c’è l’inglese come lingua universale.
Intere popolazioni o gruppi sparuti parlano lingue che nessuno ha mai scritto, ma si comprendono e su di esse costruiscono le loro vite, la loro memoria, le loro tradizioni, la loro storia, di gruppo e personale.
E se pensiamo alle religioni anch’esse hanno fondamenta nell’oralità. Così come i riti pagani.
Dal Ramayana induista alla lingua yoruba del Togo. Dai pupi siciliani al teatro giapponese.
Se arriviamo veloci alle nostre giornate fatte di lettere scritte, di carta stampata, di carta canta e le parole volano al vento senza costrutto, senza senso, senza avere importanza, rinneghiamo quindi ciò che siamo stati, ciò da cui veniamo e ciò che più ci entusiasma.
Preferiamo uno spartito o una musica suonata? Preferiamo un libello teatrale o attori sul palco che ci interpretano ciò che hanno letto?
Non c’è più spazio per la parola senza lo scritto.
Sembra un epitaffio, ma la parola ha il suo valore solo quando essa viene scritta, viene messa nero su bianco e nero su bianco acquista il suo valore.
Per poi paradossalmente tornare a perderlo nella sua interpretazione, nei tribunali, nelle aule dei parlamenti dei nostri stati, per tornare ancora a necessitare di una sua scrittura per riacquistare valore nei verbali.
Ecco la parola. Sopra e sotto la storia.
A cullarla e comprenderla e a farsene calpestare.
E con questo non me ne vogliano i libri, che amo.
Ma i libri non sarebbero se le storie che narrano non fossero state create per essere raccontate.
Da una memoria mortale e fallace.
Ma umana.

(E.)

qui per il Ballo di San Vito di Vinicio Capossela
Published in: on febbraio 25, 2008 at 10:40 pm  Comments (23)  
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Chiodi

Costruisci ma fermi, crei appendici ma obblighi.
I chiodi permettono di dare un posto alle cose, di trovar loro una collocazione, un fine, uno scopo, una sosta.
Ma su una parete perfetta, liscia e intatta, sembra un sacrilegio piantarli.
Sembra un delitto trafiggerla.
Inchiodare.
Lasciare solo parte del gambo e della testa fuori, la punta sparisce, si dilegua e non puoi più vederla.
Inchiodare.
Frenare bruscamente, non proseguire oltre.
La lingua è bizzarra ma nei giri che fa con questa radice porta alla staticità.
Che sia di acciaio temperato o no, che sia da legno o da maniscalco, il chiodo serve a fermare, a costringere un povero cavallo per non consumarsi le unghie a portare il suo ferro, che è la sua salvezza ma anche il suo scopo di lavoro.
Configgere.
Ecco il verbo.
Un chiodo si configge.
Una sconfitta si infligge.
Una malattia si sconfigge.
Io sconfiggo il chiodo.
Lo sconfiggo con una parete liscia, con un quadro appoggiato al muro.
Col martello inerte.

(E.)

Published in: on febbraio 24, 2008 at 10:15 pm  Comments (15)  

Previsioni del tempo

La stagione nel nostro emisfero non prelude di certo a giornate di sole particolarmente splendente: nonostante tutto su Monte Citorio, che risulta sempre una piazza affollata, si prevedono nubi in adensamento, lampi di flash e dichiarazioni spontanee e nonostante il tempo inClemente si continuerà ad attraversarla.
Dopo Colaninno candidato si può dire che abbiamo visto tutto. Anche l’eclissi alle due di notte mentre dormivamo.
Ci sembra di essere tornati ai tempi di Gnutti e di Telecom e delle plusvalenze, che davvero il mondo sembra andare al contrario.
Comunque visto che le nostre città sono attraversate da un bus verde su cui c’è scritto” si può fare” io inizio anche a crederci che si può fare, forse perchè ce la si deve fare, altrimenti proprio si finisce male.
E la Bianca Berlinguer forse si candida e si inizia anche a pensare che qualche parente di Moro lo faccia anche, così davvero si finisce dentro a “viaggio nel tempo”.
Ma vedete, le previsioni migliori sono quelle sugli inquisiti!
Se dal PD si sottolinea che non possono essere candidati i rinviati a giudizio (e io chiedo, ma quelli che lo sono già stati e hanno pagato già possono essere candidati?), dal Partito delle Libertà che non smentisce il suo nome e si fa paladino del valori e dei principi, si sottolinea che non si candideranno gli inquisiti.
Restano esclusi però gli inquisiti per motivi politici.
L’interpretazione della suddetta frase ovviamente la lascio ai sagaci lettori.
E io aggiungo solo il corollario finale: facciamo un po’ quel che ci pare!
E mentre gli US bocciano le cucine di Pechino 2008, che le boccio anch’io che ultimamente i cinesi sono i ristoranti peggio gestiti e peggio odoranti del globo, e a Belgrado si protesta contro gli US per par condicio, che altrimenti non si bilancia l’equilibrio cosmico, la promozione di un docu-film rischia di essere inficiata per motivi elettorali nel nostro sempre bel paesello.
“Forse Dio è malato” di Franco Brogi, tratto da un libro di Veltroni, sul male del secolo, girato in Africa, teme di essere penalizzato dal periodo elettorale.
Il dubbio sulla malattia di dio ce l’ho anch’io.
Se non fosse malato non si spiegherebbero queste assurdità.
Bel tempo sul versante ligure, sul tirreno venti moderati e mari mossi e molto mossi nei versanti orientali.

(E.)

Published in: on febbraio 22, 2008 at 9:50 am  Comments (18)  

Nero che più nero non c’è

charles carson – reflet d’automne – galerie richelieu 

Sollevata dalle decisioni di De Mita e da quelle di Ferrara, affronto il giovedì con un sorriso in più.
Le nazioni nel mondo sono aumentate, anche se c’è qualcuno che non le riconosce, su Marte la crosta risulta essere stata modellata dall’acqua: potenza dell’acqua, erode, modella, disegna, distrugge.
A parte la fotografia del punto G delle donne, che giuro non so davvero che faccia abbia fatto quando è stato colto sul fatto, e che i radicali fanno parte della cordata del PD che così si bilanciano i cattolici ai laici o si prova a farli stare in equilibrio mettendo un pesetto in più su uno dei due piatti, c’è poco di cui andar fieri.
Ieri sera a tavola davanti al tesoro della mafia e alla ndrangheta e ai suoi nuovi orizzonti extraterritoriali si cercava di arrotolare gli spaghetti, sperando non andassero di traverso.
Ma davvero oggi c’è qualcosa per la quale sentirci tutti vicini vicini, accomunati come in un grande paese unico, come se le frontiere non contassero più, come se le ruggini non ci fossero più, come se gli italiani non fossero i soli, gli unici, i fregoni del mondo!
Arrestato un ennesimo esponente politico campano. Nulla di nuovo, certo.
Ma che un parlamentare e sindaco francese di Aulnay-sous-Bois, Gérard Gaudron (UMP), abbia continuato nonostante il suo ruolo a percepire l’assegno di disoccupazione di 1500 euro mensili e che si sia giustificato dicendo di aver cercato di farlo revocare ma che il suo dossier non sia stato immediatamente trattato, ci fa davvero sorridere. Ci fa sentire tutti uguali. Italiani e francesi. Ecco, chi sarebbe così sciocco da rifiutare oltre alla sua indennità di parlamentare di 6.952 euro e a quella di sindaco di 4.094 anche il sussidio di disoccupazione?
Penserete che in Francia questi sussidi sono da folli. In effetti, ci sono molti giovani che stanno anche disoccupati per qualche mese per riposarsi fra un cambio e un altro di lavoro. Perchè? Ma perchè i sussidi sono calcolati (e a carico dei contribuenti) sulla base dell’ultima paga percepita e costituiscono circa l’80% di quanto percepito; questo per circa sei mesi, poi il sussidio cala al 50% e poi ancora. Ma i primi mesi è una pacchia.
Ecco, e poi dicono che gli italiani sono furbi.
Se avessimo questi fondi di disoccupazione però vivremmo in un altro pianeta.
Ma non pensate che tutto sia nero, cari.
Il nero più nero che c’è, per contrasto col bianco che più bianco non si può, è stato creato in un laboratorio degli US. Ha di gran lunga superato il nero più nero scoperto nel 2003, che rifletteva ancora un poco di luce. Questo praticamente riflette spiccioli di luce.
Saremo assorbiti dal suo buio.
Nella notte perenne.

(E.)

Published in: on febbraio 21, 2008 at 10:08 am  Comments (16)  

Disinganno

Ho un ronzio in testa. Un cocktail di tante acque passate in questa giornata. Il rumore del computer acceso, che mi infastidisce, la voglia di ascoltare un po’ di musica per staccare un po’, il pensiero di essere troppo lontana da chi amo, da amici dall’altra parte del globo, da una persona speciale che finalmente oggi ho potuto riafferrare dopo un po’ di silenzio e vorrei correre da lei, portarle il mio sorriso e la voglia di dividere, di condividere.
Ho un ronzio in testa. Ci sono fasce d’età in cui il suicidio è una delle soluzioni. Questo sentivo distratta alla televisione. Il suicidio.
Tabù: parlo di suicidio.
All’università ho studiato le condizioni dei carcerati, le loro problematiche e le loro scappatoie.
Il suicidio è al primo posto nei loro pensieri.
Perché sono privati della libertà, certo. Perché hanno davanti un futuro incerto, ma chi conosce il proprio futuro?
Perché le piccole gioie della vita fatte di estemporaneità sono azzerate. Ma chi di noi non ha le giornate programmate e deve ritagliare un pezzetto del suo tempo per piccole futili carezze ai sogni che conserva? E molti si dimenticano anche dei sogni e si lasciano scorrere, come spesso capita a me?
Il suicidio. La privazione massima, la somma rinuncia, la protesta, la ribellione, la distruzione della unica proprietà si possieda.
In psicologia si tende a darne una lettura da disagio psichico, ma non mi addentro non è il mio campo, e non ne sono completamente d’accordo.
Emile Durkeim invece ne ha rinvenuto la matrice sociale e lo ha diviso in tre varie classi come a farci comprendere che non esiste solo un tipo di privazione, ma varie tipologie intrinsecamente legate al nostro rapporto col sociale: il suicidio egoistico, quello altruistico, quello anomico.
Egoista chi si priva della vita non riuscendo a raggiungere i suoi obiettivi e non riuscendo a sopportarne il mancato raggiungimento. Altruista è chi si priva perché ritenga che sia necessario, ad esempio per proteggere la prole o per la conservazione della specie; spesso ci si avvicina alla tipologia altruistica con sospetto, come se fosse un comodo alibi per giustificare con l’eroismo un gesto estremo, ma se pensiamo che l’altruismo si riscontra anche in etologia il dubbio dovrebbe quasi scomparire. Infine c’è l’anomico. Una sorta di suicidio da condizionamento economico, sociale, giuridico, totale. Paradossalmente rinvenibile in stati di benessere e di vizio, di malessere e di miseria. Di recessione e abbondanza.
L’Homme nu di Levi-Strauss (jeans a parte) e altre sue opere riprendono l’ idea della natura psichica dei fatti sociali: come se fossero sistemi di idee oggettive, ovvero di categorie che nel loro insieme costituiscono lo spirito umano nella sua universalità. Tuttavia questi sistemi non sono elaborazioni consce, bensì inconsce. Trovare quindi il lato inconscio, pensante, volubile della socialità. Il fondamento ultimo è dato dallo spirito umano inconscio, che si rivela attraverso i modelli strutturali della realtà.
Ed ecco che quindi per cercare queste spiegazioni tocca contemplare l’ architettura logica dello spirito umano, al di là delle sue molteplici manifestazioni e cercare nei miti, nelle costruzioni che essi fanno nella coscienza degli uomini.
Per avere queste risposte dai miti tocca quindi cercare di mostrare non come gli uomini pensano e costruiscono i miti, ma “come i miti si pensano negli uomini, e a loro insaputa”.
Quindi anche il mito dell’eroe, del disfatto, del rinunciatario, dell’insoddisfatto, del morituro.
E quindi ecco il pensiero selvaggio, legato ai miti e libero anche da essi, affrancato quasi da essi.
Che spinge ad una partecipazione mistica, altra dal mondo, rispetto alla logica pura che lo guida.
Di qui il rovesciamento del mondo occidentale, dell’umanesimo, del centrismo dell’uomo dentro all’universo di cui è artefice o comunque motore pulsante. Dell’umanità che si stacca dalla storia.
La storia è soltanto una delle scelte possibili che gli uomini possono compiere.
E possono quindi scegliere di troncarla la storia. La loro.
Attraversando i pensieri dei filosofi, tanti di essi hanno affrontato il tema.
Una piccola sosta faccio su Emil Cioran e sulle sue parole.
“Ricordo un’occasione in cui per tre ore ho passeggiato nel Lussemburgo con un ingegnere che voleva suicidarsi. Alla fine l’ho convinto a non farlo. Gli ho detto che l’importante era aver concepito l’idea, sapersi libero. Credo che l’idea del suicidio sia l’unica cosa che rende sopportabile la vita, ma bisogna saperla sfruttare, non affrettarsi a tirare le conseguenze. È un’idea molto utile: dovrebbero farci delle lezioni nelle scuole! “

Come una strana band tedesca (gli Worship) cantava:
“nous sommes les éternels prophètes ,
d’une lumière mourante
nous nous abandonnons dans les bras d’Orphée
pour apprécier les visions décharnées
de notre suicide ..”

(E.)

Published in: on febbraio 19, 2008 at 10:40 pm  Comments (25)  
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Scorro

Adesso mi lavo, con questo laverò via tutto e tornerò come quando non c’era nulla, cancellerò in un attimo tutte le ferite, tutti i dolori e tornerò come quando non ce n’erano.
Cancellerò di colpo, sotto l’acqua scrosciante questi anni, questi dubbi, questi affanni e tornerò giovane e senza queste paure, di non farcela, di non sopportare, di non riuscire ad andare.
Lavo via il caldo e il freddo, il buono e il cattivo, il dolce e l’amaro, tornerò vergine.
Creta da rimodellare e potrò essere ciò che non sono stata mai.
Felice di ridiventare e immemore di ciò che adesso ricordo, nitido e chiaro.
Non avrò paura di dimenticare, come spesso mi accade, avrò solo i miei occhi che parleranno e diranno senza voce, senza orecchio, senza naso.
Diranno e non li ascolterò.
E la felicità sarà più forte, il sole picchierà di più, i piedi toccheranno per la prima volta l’asfalto e li ritroverò nuovi, liberi. Immemori delle strade percorse.
Che saranno di nuovo da attraversare.
A volte penso che la felicità risieda nell’oblio.
Si è felici quando si perde il contatto col presente e con la nostra storia.
Quando l’acqua scorre e porta via tutto.
Appena smette di scorrere, la vita torna ad attaccarsi alle membra, con tutto il resto.
La felicità cade giù, in fondo al tubo.

(E.)

Published in: on febbraio 18, 2008 at 10:31 pm  Comments (26)  

Sia

[Audio https://milanovalencia.files.wordpress.com/2008/02/05-laeroplano.mp3%5D

Da qualche parte,
in qualche luogo a me sconosciuto,
in qualche pagina da me dimenticata,
si mostrava questo arcobaleno.
Si esprimeva questo incanto.
Ed io, distratta, non l’ho letto,
non l’ho afferrato.
Doveva forse stupirmi d’improvviso.
Doveva prendermi al petto
diretto, lasciandomi senza parole.
Doveva essere così,
come un gancio,
questo momento.
In cui sussurro,
nel silenzio di questo posto,
che desidero duri,
perduri fra le mie ciglia,
sulla mia pelle.
Desidero sia.
Com’è.

(E.)

Published in: on febbraio 16, 2008 at 7:03 pm  Comments (21)  
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