Disinganno

Ho un ronzio in testa. Un cocktail di tante acque passate in questa giornata. Il rumore del computer acceso, che mi infastidisce, la voglia di ascoltare un po’ di musica per staccare un po’, il pensiero di essere troppo lontana da chi amo, da amici dall’altra parte del globo, da una persona speciale che finalmente oggi ho potuto riafferrare dopo un po’ di silenzio e vorrei correre da lei, portarle il mio sorriso e la voglia di dividere, di condividere.
Ho un ronzio in testa. Ci sono fasce d’età in cui il suicidio è una delle soluzioni. Questo sentivo distratta alla televisione. Il suicidio.
Tabù: parlo di suicidio.
All’università ho studiato le condizioni dei carcerati, le loro problematiche e le loro scappatoie.
Il suicidio è al primo posto nei loro pensieri.
Perché sono privati della libertà, certo. Perché hanno davanti un futuro incerto, ma chi conosce il proprio futuro?
Perché le piccole gioie della vita fatte di estemporaneità sono azzerate. Ma chi di noi non ha le giornate programmate e deve ritagliare un pezzetto del suo tempo per piccole futili carezze ai sogni che conserva? E molti si dimenticano anche dei sogni e si lasciano scorrere, come spesso capita a me?
Il suicidio. La privazione massima, la somma rinuncia, la protesta, la ribellione, la distruzione della unica proprietà si possieda.
In psicologia si tende a darne una lettura da disagio psichico, ma non mi addentro non è il mio campo, e non ne sono completamente d’accordo.
Emile Durkeim invece ne ha rinvenuto la matrice sociale e lo ha diviso in tre varie classi come a farci comprendere che non esiste solo un tipo di privazione, ma varie tipologie intrinsecamente legate al nostro rapporto col sociale: il suicidio egoistico, quello altruistico, quello anomico.
Egoista chi si priva della vita non riuscendo a raggiungere i suoi obiettivi e non riuscendo a sopportarne il mancato raggiungimento. Altruista è chi si priva perché ritenga che sia necessario, ad esempio per proteggere la prole o per la conservazione della specie; spesso ci si avvicina alla tipologia altruistica con sospetto, come se fosse un comodo alibi per giustificare con l’eroismo un gesto estremo, ma se pensiamo che l’altruismo si riscontra anche in etologia il dubbio dovrebbe quasi scomparire. Infine c’è l’anomico. Una sorta di suicidio da condizionamento economico, sociale, giuridico, totale. Paradossalmente rinvenibile in stati di benessere e di vizio, di malessere e di miseria. Di recessione e abbondanza.
L’Homme nu di Levi-Strauss (jeans a parte) e altre sue opere riprendono l’ idea della natura psichica dei fatti sociali: come se fossero sistemi di idee oggettive, ovvero di categorie che nel loro insieme costituiscono lo spirito umano nella sua universalità. Tuttavia questi sistemi non sono elaborazioni consce, bensì inconsce. Trovare quindi il lato inconscio, pensante, volubile della socialità. Il fondamento ultimo è dato dallo spirito umano inconscio, che si rivela attraverso i modelli strutturali della realtà.
Ed ecco che quindi per cercare queste spiegazioni tocca contemplare l’ architettura logica dello spirito umano, al di là delle sue molteplici manifestazioni e cercare nei miti, nelle costruzioni che essi fanno nella coscienza degli uomini.
Per avere queste risposte dai miti tocca quindi cercare di mostrare non come gli uomini pensano e costruiscono i miti, ma “come i miti si pensano negli uomini, e a loro insaputa”.
Quindi anche il mito dell’eroe, del disfatto, del rinunciatario, dell’insoddisfatto, del morituro.
E quindi ecco il pensiero selvaggio, legato ai miti e libero anche da essi, affrancato quasi da essi.
Che spinge ad una partecipazione mistica, altra dal mondo, rispetto alla logica pura che lo guida.
Di qui il rovesciamento del mondo occidentale, dell’umanesimo, del centrismo dell’uomo dentro all’universo di cui è artefice o comunque motore pulsante. Dell’umanità che si stacca dalla storia.
La storia è soltanto una delle scelte possibili che gli uomini possono compiere.
E possono quindi scegliere di troncarla la storia. La loro.
Attraversando i pensieri dei filosofi, tanti di essi hanno affrontato il tema.
Una piccola sosta faccio su Emil Cioran e sulle sue parole.
“Ricordo un’occasione in cui per tre ore ho passeggiato nel Lussemburgo con un ingegnere che voleva suicidarsi. Alla fine l’ho convinto a non farlo. Gli ho detto che l’importante era aver concepito l’idea, sapersi libero. Credo che l’idea del suicidio sia l’unica cosa che rende sopportabile la vita, ma bisogna saperla sfruttare, non affrettarsi a tirare le conseguenze. È un’idea molto utile: dovrebbero farci delle lezioni nelle scuole! “

Come una strana band tedesca (gli Worship) cantava:
“nous sommes les éternels prophètes ,
d’une lumière mourante
nous nous abandonnons dans les bras d’Orphée
pour apprécier les visions décharnées
de notre suicide ..”

(E.)

Published in: on febbraio 19, 2008 at 10:40 pm  Comments (25)  
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