La voce della parola

Alighiero Boetti – Afghanistan, 1988-89 – Mart

La parola al centro della storia.
Logocentrismo contro potenza della storiografia.
Da sempre alla base delle culture, delle tradizioni sta la parola. La parola cantata, narrata, conservata e ritrovata.
Strumento di innovazione e di preservazione dall’usura del tempo, strumento di trasmissione degli intimi dolori della lingua che si trasforma con la sua gente, con le sue leggende, le sue favole, i suoi miti.
Il padre che ricordiamo è Omero, che con le sue narrazioni epiche fa rivivere la bellezza dell’oralità e la fa rinascere tutte le volte che essa riaffiora sulle labbra del suo narratore, che può prenderla, modernizzarla, asservirla al contingente senza farle perdere la sua purezza, il suo incanto.
Ed ecco che la leggenda del narratore cieco che affronta i temi più moderni del suo tempo abbraccia tempi lunghissimi, trascinando con sé, nelle sue parole e nei suoi versi anche un po’ della storia che attraversa. Portandone quindi le tradizioni, mutandone gli aspetti.
La storia si presta alla parola per vestirla di verità e gli usi dell’ottavo secolo avanti cristo si mescolano a quelli del settimo e poi del sesto e così via, fino a diventare opera magna di raccolta di storia di popoli e di epoche.
Questa è la magnificenza della tradizione omerica.
Non solo l’aver donato all’umanità sconosciuti albori di narrazione, di poema epico, ma anche di aver permesso ai cantori di farsi strumento della storia stessa e dei popoli che andavano ad ammaliare. Mutando quindi espressioni e figure a seconda che l’uditorio fosse orientale, mediterraneo, isolano o continentale.
La questione omerica appunto verte su questa ipotesi oralistica e sulle stratificazioni che nelle opere si possono trovare, come negli scavi archeologici, quando i ricercatori scavando sotto al primo livello trovano altri resti di civiltà più antiche e piano piano ricostruiscono a ritroso il nocciolo dell’umanità, la sua primigenia natura, le sue più antiche tradizioni.
Di qui il folklore, quel patrimonio popolare, quella scienza che affonda le sue radici nelle tradizioni arcaiche, nelle leggende di tutti i tempi che fondano le nostre radici persino linguistiche, oltre che le nostre danze, i nostri canti, le nostre musiche.
Quelli che sono i “rottami di antichità” come diceva Vico, ovvero le tradizioni popolari, che profumano di stregoneria, di malocchio, di superstizioni, di cucina e di medicinali improvvisati.
E altrove diventa base fondamentale della cultura, in assenza di altri mezzi di espressione, come nella tradizione africana, da cui nasce il profondo legame con la sua musica e la sua memoria, che hanno da sempre mantenuto fortissimo il legame con l’oralità, con l’improvvisazione.
E poi le lingue tutte, quelle che non hanno un dizionario, che vengono parlate da gruppi ristretti di persone, anche oggi, oggi che c’è l’inglese come lingua universale.
Intere popolazioni o gruppi sparuti parlano lingue che nessuno ha mai scritto, ma si comprendono e su di esse costruiscono le loro vite, la loro memoria, le loro tradizioni, la loro storia, di gruppo e personale.
E se pensiamo alle religioni anch’esse hanno fondamenta nell’oralità. Così come i riti pagani.
Dal Ramayana induista alla lingua yoruba del Togo. Dai pupi siciliani al teatro giapponese.
Se arriviamo veloci alle nostre giornate fatte di lettere scritte, di carta stampata, di carta canta e le parole volano al vento senza costrutto, senza senso, senza avere importanza, rinneghiamo quindi ciò che siamo stati, ciò da cui veniamo e ciò che più ci entusiasma.
Preferiamo uno spartito o una musica suonata? Preferiamo un libello teatrale o attori sul palco che ci interpretano ciò che hanno letto?
Non c’è più spazio per la parola senza lo scritto.
Sembra un epitaffio, ma la parola ha il suo valore solo quando essa viene scritta, viene messa nero su bianco e nero su bianco acquista il suo valore.
Per poi paradossalmente tornare a perderlo nella sua interpretazione, nei tribunali, nelle aule dei parlamenti dei nostri stati, per tornare ancora a necessitare di una sua scrittura per riacquistare valore nei verbali.
Ecco la parola. Sopra e sotto la storia.
A cullarla e comprenderla e a farsene calpestare.
E con questo non me ne vogliano i libri, che amo.
Ma i libri non sarebbero se le storie che narrano non fossero state create per essere raccontate.
Da una memoria mortale e fallace.
Ma umana.

(E.)

qui per il Ballo di San Vito di Vinicio Capossela
Published in: on febbraio 25, 2008 at 10:40 pm  Comments (23)  
Tags: ,

The URI to TrackBack this entry is: https://milanovalencia.wordpress.com/2008/02/25/la-voce-della-parola/trackback/

RSS feed for comments on this post.

23 commentiLascia un commento

  1. Lo stesso “verba volant, scripta manent” – che non credo fosse di Omero😀 – in realtà sta a significare che la parola che resta sulla pagina sta a prendere polvere, mentre la parola detta raggiunge tutti.

  2. è singolare il tuo accostamento della parola con alighiero boetti, fine anni 70 io ed il boetti
    andavamo entrambi a vernazza, dove abbiamo fatto
    amicizia e da lui ricevetti in dono un porta corano
    in legno in un unico pezzo, e proprio in quell’occasione
    mi ricordo che mi parlò delle parole dello scritto
    e dell’afganistan dove lui era di casa, me lo ricordo
    magro bianchissimo e naturalmente molto speciale.
    ps.da me ho messo le pecore notte

  3. che bello emma..e che bello!

  4. ecco perchè si scrivono i blog😉
    buongiorno mia cara emma

  5. bravissimissima!
    applausi a scena aperta!

  6. Trovo bello che le storie, gli eventi, esistano e accadano all’insaputa dell’uomo e dei codici scritti o verbali che si adottano per narrarli.
    Trovo bello che vi siano piani artificiali su cui proiettare tali eventi, a renderli visibili.
    E trovo bello che la parola sia l’ombra indelebile dell’evento. Scritta o sussurata che sia. Poco conta il codice o la lingua, tutto va profondamente oltre la parola, e il piano artificiale assume vita propria, in chi ascolta.

  7. propongo un altro punto di vista: detta o scritta, non importa poi molto: la parola dell’aedo non è scritta solo per mancanza di supporto, ma la sua finalità è comunque quella di restare fissa e costituire “storia”.
    Quello che conta invece è se la parola viaggia sulle ali dello spirito, dello “pneuma”, se è dinamica, se vuole cambiare, impollinare (non fraintetemi, soprattutto uno), tessere relazioni. Le nostre parole, quelle scritte qui, sono scritte o dette? sono verba che manent o volant?

  8. emmina cara, aspettavo da un pò questo post (sai quanto io ami questo argomento).

    mi piace che emerga ancora una volta lo scambio verbale come scambio di esperienze, come scambio di memoria vissuta.
    a proposito del reciproco legame tra parola scritta e parola orale mi hai fatto tornare in mente qull’immagine meravigliosa degli uomini libro descritta in Fahrenheit 451, forse l’unico caso in cui il rapporto si inverte e la narrazione ha origine da uno scritto. ma anche lì c’era uno scambio molto intenso tra chi per primo leggeva e memorizzava e chi ascoltava e memorizzava a sua volta, immaginando che prima o poi anche quei pochi libri salvati dai roghi dei pompieri sarebbero andati inesorabilmente perduti e la memoria umana e la sua parola erano gli unici stumenti per salvare dei capolavori…

  9. bellissimo post

  10. Bè oggi tra Ascanio Celestini, il Mistero Buffo, Omero e Capossela mi hai proprio fatto un regalo (ci voleva).
    Ho adorato Omero leggendolo al liceo con un bravissimo professore, purtroppo da poco scomparso. Personalmente mi fa piacere pensare che la parola esista ancora, quella che esprime un senso non solo elettromagnetico. Lì ci abbracciano la cultura, le tradizioni, le storie, e le emozioni dei popoli. Grazie.

  11. Ripensandoci e per chiarire meglio ciò che intendo nel commento poco sopra, faccio un altro esempio: le parole scritte sui muri, gli slogan sui manifesti, sono scritte e manent o sono aeree e volant?

  12. dunque la risposta vera la farò più tardi, perchè ci sono alcuni interventi che meritano un po’ di riflessione e di tempo in più.
    mp, spero sia chiaro che la differenza la faccio fra lo scritto e l’orale, anche se i graffiti non sono previsti nella mia analisi evidentemente sono scritti.
    grazie a chi si complimenta e grazie a pigretta cui avevo promesso questo post.
    mp, torno su di te per capirsi: che differenza c’è fra un graffito e una serata con ascanio celestini?
    ecco, quella.
    egine, fa piacere leggere i tuoi ricordi. La mia ricerca dell’opera di Boetti non è casuale, fra l’altro si inseriva in una mostra più complessa, proprio sulla parola. Grazie.
    a più tardi il resto, spero.

  13. la lingua batte dove la mente vuole

  14. La parola ha una forza propria, quasi indipendente da colui che la utilizza. Penso al senso del ritmo che porta con sè, al significato che diventa più forte man mano che si tolgono gli strati superficiali, alla relazione che essa intrattiene con colui che la pronuncia. Nel momento in cui la lettura si fa silente, il dialogo interiore fa risuonare in modo diverso la parola. Avete presente il senso di e-straneità che ci coglie quando ascoltiamo la nostra voce al registratore, è la scatola cranica che non risuona a far la differenza. Così assimilo la sensazione alla parola interiore o scritta rispetto a quella detta. Difficile raccontare un saggio, sviluppare un trattato oralmente, mantenere traccia di una discussione appassionante: modalità diverse del permanere. La parola scritta ci accompagna, ci segue, ma è d’altri, quando narriamo ad alta voce lo facciamo a noi stessi assieme a chi ci ascolta. Penso che questo nostro scrivere sul blog sia una nuova oralità perchè sappiamo che qualcuno ci ascolta e a differenza della lettura d’un libro è possibile interloquire, conversare con chi parla. Tornare a letture bisbiglianti e a parole che comunicano, domandano, creano. Credo che le persone come te, Emma, che hanno ricevuto grazia nello scrivere e nel comunicare abbiano un compito-piacere da mantenere vivo: quello della bellezza della parola e del suo combinarsi nel significato. Mi veniva in mente la scrittura orante che alcuni di noi scelgono, un bisbigliare dell’anima che si confonde nel limes della musica per sè, della pittura ad acquerello, nei marginalia nati nella noia delle riunioni. Abbiamo pudore Emma, della bellezza della parola pronunciata con il giusto tono di voce, tanto che spesso comunichiamo e non raccontiamo, ma un buon libro non è anche quello che risuona se letto ad alta voce. In Borges nessuno possiede il dono del narrare per sè, ma ne è un sacerdote e lo trasmette, lo perde, lo muta. Altri lo riprenderanno e lo porteranno alla luce con significati rinnovati. Mi piace questa idea che una confraternita segua più o meno consciamente il proprio destino del dire e che ad altri insegna che non finisce la specie bella che si racconta.
    Sono grato Emma e senza rileggere spedisco.

  15. Dopo un commento di questo tipo, willy, non posso che essere contenta di aver fatto questo post, che da tempo meditavo ma che rimaneva nella mia mente.
    Davide, non so se il piano artificiale sia un termine urbanistico o geologico, scherzi a parte, il piano artificiale cui alludi conta in quanto artificiale, nato per svanire e per essere usato.
    La parola può essere un mezzo per il piano artificiale, ma il punto su cui ponevo l’accento non è la parola a tutto tondo, ma la sua voce. La voce che essa ha, come convenzione, per destare delle emozioni quando la si ascolta.
    I bambini ascoltano la nostra voce prima di leggere le fiabe.
    Quella è la parola nel senso più alto del termine.
    Quella che si porge per raccontare o per raccontarsi.
    A tutti voglio dire: lo so che sembra un controsenso scriverle queste cose, ma questo mezzo è il più orale di quelli che conosca per esprimermi oltre alla mia voce. E intendevo evocare quindi proprio qui quell’incanto che suscita in me il racconto orale, oltre che ricordare la nostra intima natura, sociale, che presuppone l’oralità, che si fonda sull’oralità. Anche se oggi molti preferiscono parlare a suon di carte bollate o di articoli sui giornali, che spesso muoiono perché superati dalla contingenza. E diventano carta per avvolgere le uova, come direbbe il coon.
    Il racconto orale muta mantenendo il suo contenuto.
    Grazie ancora per il piacere che mi date nel leggervi.

  16. e leggendoti è come ascoltarti🙂

  17. Ho sempre avuto l’impressione (cacciata a forza per non dovermi dare della stronza) che mettere la penna in mano a molti produca una inflazione in termini.
    Quante ricerche su google danno informazioni approssimative? Sugli aggregatori, leggiamo solo quello che veramente ci piace, mentre sui giornali siamo 2costretti” a leggere tutto.
    Lo dissi a Ugolino tempo fa e l’ho scritto ermeticamente da Davide che si chiede perchè in alcuni blog si sia smesso di scrivere e a me chiede: cos’è cambiato?
    Nulla.
    C’è una canzone bruttina che per riscaldarmi suono sempre.
    Si chiama Liar.
    http://profile.imeem.com/bSrVbGl/music/Q4edrBak/built_to_spill_liar/

  18. Ecco lo sapevo già.
    Metto un link e finisco nello spam.
    Mi recuperi amor?

  19. cara cri, ogni tuo desiderio è un ordine, tuttavia, BVA a parte, che rip si sa ha sempre i suoi seguaci, anche quelli impensabili😉 , mi preme dirti una cosa:
    di informazioni approssimative viviamo.
    siamo circondati.
    se sappiamo o se siamo qualcosa questo ci aiuterà.

    quando smetterò di scrivere su un blog continuerò a parlare e sarò contenta di aver condiviso ciò che volevo condividere.

    a me in inghilterra dicevano “lawyer liar”, continuamente. per questo ho smesso.
    notte.

  20. Avvocati, coscienza in vendita si dice in Italia.

    notte a te

  21. Oh ma mi trancia i commenti?
    fra la prima frase e l’ultima c’era scritto:

    battutacce a parte, quel testo esprime forse il tuo punto di vista.
    E non parla di bugie, ma di animo.

    Rinotte

  22. “…io non scriverò alcun libro inglese né latino: e ciò per l’ unica ragione , di cui alla Vostra infinita superiorità spirituale io lascio con occhio non accecato collocare la stranezza a me stesso penosa al suo posto nel regno davanti a Voi armoniosamente aperto dei fenomeni spirituali e materiali: perchè invero la lingua, in cui a me sarebbe dato non solo scrivere, ma anche pensare, non è la latina né l’ inglese, né l’ italiana o la spagnola, ma una lingua in cui le cose mute a me parlano e in cui io forse un giorno nella tomba mi discolperò davanti a un ignoto giudice…” da Lettera di lord Chandos a Francesco Bacone di Hugo von Hofmannsthall

  23. (questa mattina ringrazio il coon e il suo modo di salutare e di commentare)


Lascia un commento

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione / Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione / Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione / Modifica )

Google+ photo

Stai commentando usando il tuo account Google+. Chiudi sessione / Modifica )

Connessione a %s...

%d blogger cliccano Mi Piace per questo: