Orgoglio e pregiudizio

Prendo a prestito Jane Austin non tanto per il tema del suo celebre romanzo quanto proprio per il titolo stesso che ben si sposa con il mio approccio ad un mondo cui mi sono avvicinata in tempi relativamente recenti, oltre al fatto che non sono uno scapolo con grossa fortuna, per citare l’esordio del succitato libro.
Sono cresciuta in un mondo cattolico portando un nome ebraico, ho avuto una formazione totalmente laica e anzi con una forte propensione per la negazione di ogni cosa potesse condurmi ad un mondo che ritenevo del tutto opposto al mio. Appunto il mondo ebraico.
Senza dilungarmi sui motivi, sono approdata adulta al mondo della letteratura sconfinata ed avvincente che mi ero volontariamente persa. Ed ho scoperto un mondo lussureggiante, pieno di tutto quello che sentivo appartenermi.
Premettendo che ho letto a mala pena una decina di miztvot e che non ho alcuna formazione degna di nota, perché l’amore per la conoscenza non mi ha spinto oltre, posso dire che il mio approccio ai grandi della letteratura ebraica mi ha cambiato la vita.
Avere il piacere di leggere la Pastorale americana, per esempio, o l’Animale morente, è paragonabile ad esperienze uniche di vita, pertanto riesco a ricordare che periodo stavo attraversando quando li leggevo o dove mi soffermavo e cosa vedevo.
Ho attraversato Malamud, Tammuz, Oz, Shabtai, per scoprire un mondo che mi era più vicino di quanto credessi.
Ho iniziato a teorizzare di una letteratura diversa da quella che ci avevano insegnato, figlia di una cultura che non ci avevano fatto conoscere. Colpevolmente.
Ho respirato i profumi fra le pagine come se scrivendoli potessero renderceli tali e quali, come se potessero restituirci il profumo degli agrumeti o del mare che sbatte sull’onda.
Ho scoperto che si può esprimere il sesso anche senza sentirsi in colpa e non leggendo romanzi erotici. Ho scoperto che il suono di un disco che gira si può percepire anche fra due righe scritte. Sta lì.
Ho scoperto le donne in un’altra veste, una veste colta, piena di meraviglia, di tradizione e di cambiamento.
La letteratura che ho attraversato mi ha portata a scoprire che oltre a Margherite Yourcenar potevo dare credito anche ad altre donne. In un mondo di uomini, che scrivono dannatamente bene e che raccontano le donne come nemmeno loro sanno fare.
Ed ecco fiorire anche donne che scrivono di un mondo tutto loro, del loro mondo di dolore e di riscatto. Dei loro colori tutti privati, delle loro intime debolezze, dei loro desideri. Primordiali come uomini, essenziali come loro, poetiche e forti.
Ecco Zeruya Shalev, spregiudicata autrice di talento indiscusso, o l’ortodossa Judith Rotem, e poi la giovane Dorit Rabinyan, che sembra proprio non aver nulla da imparare in fatto di colori, profumi e espressività dai suoi maestri, per poi arrivare a Shifra Horn e alle sue quattro madri, in cui racconta senza retorica di un universo visto tutto al femminile, denso di afrori, sensazioni inebrianti e dolori che straziano, in quattro generazioni di donne, che sanno generare donne, la fatica del vivere in una comunità cadenzata dalla religione, e il tentativo quotidiano, universale, di cercare di essere libere in una società che cambia nel tempo.
Ho scoperto le donne. Donna scettica ed esigente.
Le ho scoperte mentre scoprivo il loro mondo, piano piano, condotta da uomini.
In un mondo fatto di passeggiate e di riflessioni davanti ad un lume a petrolio, in un mondo di frutteti e di città che non ho mai visto, ma ho negli occhi.
E ho scoperto l’arte di una parola usata nel modo non occidentale del termine.
La parola cercata, amata, attesa.
“Tutto quello che ho per difendermi è l’alfabeto; è quanto mi hanno dato al posto di un fucile.” (P. Roth) E questi proiettili possono davvero restituire senso al vivere.
(E.)

Published in: on marzo 4, 2008 at 7:21 am  Comments (20)