Hudson? Amen

sera in arcadia – thomas cole – 1843

Conoscevo l’arte americana ottocentesca, i suoi colori, le sue estensioni.
Mi ero però fermata a pochi suoi maestri pur conoscendo oltre che la vastità dei suoi territori, la prolificità delle sue terre in fatto di arte e di nuovi modi per farla.
Cole e Durand senza dubbio sono i padri della scuola conosciuta come la Hudson River School, improntata sul nuovo rapporto fra la natura e lo spazio, dell’impegno di farsi bulbo oculare al servizio di una resa di luce e della immensa vastità della natura nella sua essenza intima e divina.
La mostra a Brescia presso il Museo di Santa Giulia raccoglie le opere più importanti e dimostrative di questa ricerca, la ricerca della scuola americana di costruirsi un suo spazio, una sua dignità, una sua unicità, in tempi in cui la scuola francese, i romantici inglesi e gli impressionismi regnavano nell’occidente più à la page.
Ed eccoli raffigurare la vastità, la bellezza del loro nuovo mondo, un mondo di spazi immensi, di vallate sconfinate e di fiumi, con colori di natura incontaminata e luci dal rosa all’arancio nei tramonti e nelle albe più belle del mondo.
E anche se questi stessi artisti viaggiando incontrarono Roma, Paestum, paesaggi osannati e ritratti da tutti i loro colleghi, è nel ritorno nelle loro terre che diedero il loro meglio, nel rendere paesaggi sconosciuti e dar loro la stessa magnificenza, lo stesso stupore e meraviglia suscitata dai paesaggi mediterranei o dagli acquedotti romani.
La conquista del loro territorio e delle sue migliaia di miglia nascoste all’uomo, all’arte, alla conoscenza.
Le sale della mostra segnano un percorso, a tratti commovente, all’interno dell’arte e della espressione americana, conducono verso una sorta di estatica riabilitazione, se ce ne fosse stato bisogno, di un’arte considerata, almeno nel periodo, minore rispetto a quella rispettabile e munifica del vecchio continente.
Oltre alla Hudson River e ai viaggi dei loro esponenti di spicco, oltre agli omaggi alle terre esotiche con lussureggianti vegetazioni e colori di fiori mai visti, oltre alle vedute d’arcobaleno delle cascate del Niagara, ecco il tuffo vero, quello al cuore.
L’arte western.
Le immagini di giovani cheyenne, i quadri di sciamani che sembrano parlare, le cacce di bisonti e Buffalo Bill con i suoi stivali, la sua colt. E le bambole sioux, perfette, vestite con le perline come ogni perfetto sioux, con le frange, con i colori sgargianti, con la pelle scamosciata, con le bocche cucite di perline rosse.
Le fotografie di uomini, dimenticati e vivi davanti ai nostro occhi, che si sporgono da un treno, di indiani d’america sulle gondole a Venezia o Buffalo Bill al Colosseo. Nell’Ottocento. Come se noi avessimo dovuto sapere prima e non ci è stato concesso di sapere ed ormai è troppo tardi per andare in quei luoghi e cercare le tracce del loro passaggio.
Un viaggio nei territori dei padri, dei fonemi dell’america, nel wild west show.
Non senza commuoversi davanti a volti che scoperti in quell’istante entrano per sempre nella tua mente, come fossero sempre stati lì.
Proseguendo nell’itinerario e accostandosi anche al tentativo impressionista americano del tardo ottocento, ecco arrivare i ritratti. Una sala a serpente attorcigliato con pareti colme di immagini di donne, di ogni età, di giovinetti col sigaro, di vecchi impettiti. E sembra di poter indovinare i loro pensieri e le loro indoli, tanto sono resi i loro occhi, le linee dei loro volti, persino le dita nervose di una signora in nero di mezza età fa intuire molto di più che un semplice ritratto di signora.

Dopo un sabato sera al Rolling Stone per il magnifico concerto dei Baustelle, con un Francesco Bianconi maestoso e musicisti di prim’ordine, per cui sembrava impensabile poter scovare una domenica che potesse offuscare due ore di musica talmente perfetta da non sembrare nemmeno italiana, ecco il sapore di questa domenica in America. A Brescia.

“Tutto lo spazio del mondo
tutto ciò che rimane
è qui
adesso
senza più luoghi
poiché tutto si è consumato
ogni cosa ha oltrepassato
il tempo

È lì l’America

senza sapere       senza più conoscere
se il tempo        sia stato
sia stato
o da qualche parte
invece         ritorni”

(M. Goldlin)

(E.)

Published in: on marzo 16, 2008 at 8:47 pm  Comments (21)  
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21 commentiLascia un commento

  1. Emma, direi sia stata una domenica da incorniciare, poi leggendo il post quasi mi sembra di aver visto tutto anche io. A dire il vero, pensavo che l’arte pittorica Americana subisse un qualche complesso rispetto al vecchio continente; devo ricredermi.

  2. Emma, leggendo il tuo racconto, mi è venuta in mente la sinfonia del nuovo mondo – n. 9 – di antonin dvorak, musicista post beethoveniano che si trasferì in america proprio negli anni dell’apertura dell’avventura dell’Ovest, e scrisse delle pagine meravigliose e celeberrime riuscendo a fondere la trafdizione musicale europea con i suoni e le melode del nuovo mondo, appunto.
    Ecco il quarto movimento della sinfonia: http://www.youtube.com/watch?v=Vlci-kCEaKE
    con all’inizio il tema potente e stupendamente evocativo. Udito una volta non si scorda più!
    Che tu sappia c’è speranza che questa mostra venga a roma?

  3. carissima emma, vorrei continuare ancora con carissima emma ma insomma grazie per avermi trascinato alla
    mostra e per avermi fatto sentire il concerto
    dei baustelle, i quadri li ho visti dal coon e oggi
    uno da te ed i baustelle credo anche di aver fatto
    un post con loro, ma questo fine settimana me l’hai
    fatto passare con te basta solo leggerti, emma
    carissima notte

  4. Thank you, You can visit http://nghecon13.googlepages.com“>
    “The top blogs of the day” report

  5. Anche i miei compagni di mostra erano al Rolling sabato sera! Domeniche piacevoli per entrambi vedo!!🙂

  6. personalmente di arte americana esiste solo quella moderna….al resto preferisco Mc Donald

  7. Anvedi che postarello et che quadruccio che ci sta a faguoooolo cor mioo.)
    Ma lo devo leggere con più calma emmilla che oggi incasinata sono. salutin:)

  8. devo dire soprattutto i ritratti, le persone prese in posa. le signore. i paesaggi li conoscevo (e li avevo letti altrove). e poi qualche cimelio, qualche foto di Buffalo Bill a Napoli.
    ma i ritratti mi prendono sempre. questi in particolare.

  9. tutto ciò che rimane è qui adesso
    tutto lo spazio del mondo… ma l’hai visto il terzo uomo? guardalo, te lo raccomando.
    p.s. virgilio dante e de niro: sono 3 angeli cus.

  10. in questo periodo sono funestata da ‘sti Baustelle: li ritrovo prezzemolini dappertutto.🙂
    Bel week end, Emmuzza, ce ne fossero più spesso, eh?

  11. M’hai fatto venire un pò di voglia di vedere una mostra, cosa che mi è difficile da tempo. Grazie.
    Ti ho risposto sul mio blog, perchè non ho più la tua mail.
    Buona settimana Emma.

  12. Una bella mostra americana, irritante per me nei tentativi impressionisti e negli stivali di Buffalo Bill. Ma commovente nel suo momento indigeno e nelle bellezze paesaggistiche di Durand e Cole, notevoli anche i ritratti sì. Per quanto io mi intenda forse più di risotti che di quadri.
    Esprimo poi lieve rammarico per la riduzione in sei righe di Francesco Bianconi, che meriterebbe più spazio: perchè la semplificazione armonica a cui ricorre non ne sminuisce la profondità. Lì incontriamo un aspirante Grande, mica un italiano, concordo.

  13. buonasera, che lunedì!
    fuori c’è il sole per fortuna!
    gians, hai colpito nel segno.
    mp, conoscevo e adoro, grazie.
    egine carissimo, è un piacere.
    night, bravissimi i baustelle, davvero!
    NY, no, te finisci sempre a pizza e fichi!
    zau, non preoccuparti sono incasinata anch’io, giornataccia!
    gds, vero ho adorato i ritratti di donna in particolare, quella col velluto rosso con gli occhi di un’espressività unica e quello della donna in nero di mezza età, le sue dita dicevano tutto!
    darioskij, de niro val bene qualunque inferno!
    michelina, sì certo, io odio la domenica, una domenica così riesce a cancellarne almeno un paio di pesantezza.
    willy, le mostre vanno viste, bisogna ritagliarsi del tempo, che è sempre ben speso! (poi dipende dalle mostre!😉 )
    ramone, te da musicista ovviamente recrimini sulla insufficienza dello spazio dedicato ai baustelle! ma come dice michelina ne parlano ormai cani e porci!
    torno alle sudate carte.

  14. Anche per campanilismo direi che è una grande mostra e consiglierei di trovare il tempo per visitarla (e visitare così anche lo spazio che la contiene, che merita), però…
    Ci sono stato trascinato dopo mesi di ostinata, probabilmente poco spiegabile, resistenza e non ne sono rimasto folgorato; ci ero andato più vicino con la precedente (Turner e gli Impressionisti), ma niente Sindrome di Stendhal nemmeno li, insomma. Spero nella prossima mostra(e che ci sia, perchè con le amministrative alle porte e col probabile cambio di rotta verso una biechissima destra, temo che la cultura in generale finirà in ultimo piano nei programmi delle sovrintendenze).

    Amen dei Baustelle, non m’è piaciuto per nulla. A differenza di La Malavita e dei precedenti, m’è parso confuso e caotico, eccessivamnete carico nella parte musicale e addirittura ‘stanco’ nei testi (sempre rispetto ai precedenti). Anche un poco furbo nello strizzare l’occhio ad un mondo adolescenziale che Bianconi & C. hanno anagraficamente abbandonato da tempo.

    Non so…può essere che sia affetto da una temporanea forma di esasperata insofferenza ai Baustelle?
    Può essere.

    Un saluto.

  15. Insomma un week end intenso ed interessante!
    Spero che anche la settimana entrante sarà così…

  16. i Baustelle sono bravi, ma mi hanno già stufato.
    Puzzetta sotto il naso, facili e scontati i riferimenti alle droghe, maledettismo di facile conio, che piace alla gente che piace.
    Meglio Tricarico, o il cd di Jovanotti.

  17. ciao emma. Che fai incornici anche il Lunedi’?🙂

  18. Esperimento, la settimana è iniziata ad un ritmo forsennato, spero di conservare un po’ di piacevolezza sino alla fine.
    EBass, temo anch’io che le sovrintendenze prossime rischino di ignorare l’importanza di questi spazi, comunque ancora ho speranza, almeno sino al prossimo mese, so che la città non proporrà miracoli ripetuti, ma spero ancora.
    La mostra mi è piaciuta, meno nella parte impressionista, guarda il caso!, sono stufa della moda degli impressionisti, anche se ne sono stata folgorata nel periodo della mia formazione. Ho ammirato la ricerca, con i mezzi posseduti e con il poco da dire di diverso che c’era in tempi come quelli, della scuola di Hudson che, coraggiosamente e rimanendo nell’ombra, ha cercato di portare avanti, come detto anche nel post, la riscoperta della natura, e della propria natura anche.
    Sui Baustelle posso dire (e rispondo anche a Laura) che anch’io ho apprezzato le loro prime opere, che come sappiamo, quasi per tutti gli artisti, sono quelle più genuine, meno asservite alle logiche di mercato, anche se è il mercato all’inizio che ti compra, che compra il tuo progetto e ti dice che devi essere questo altrimenti non ti avranno mai. Il passaggio alla grande major inevitabilmente qualcosa ha lasciato indietro, ma dico forse, perché ritrovo nei testi delle sottotracce interessanti che non si riducono alle primissime interpretazioni da centro sociale, di maledetti e piacioni, di “ragazzi, siamo tutti sulla stessa barca”, anzi mi sembrano voler piuttosto prendersi gioco di un mondo appiattito e uniformato, fatto di sere storte e di trucchiamoci come amy winehouse.
    La popolazione che ho visto al concerto è varia, ma molto in linea con la assenza di idee. I giovani presenti erano tutti un po’ finti alternativi, cosa che non eravamo noi, almeno non io alla loro età.
    In ogni caso la musica che hanno fatto è stata ben suonata, anzi suonata meravigliosamente. Bianconi canta bene, anzi meglio che in studio. I testi, urlati dai ragazzini che li recitavano come fossero la bibbia (di qui forse il premonitore amen del nome del disco), blaterati dai ragazzotti che sembravano un po’ tutti alla ricerca di qualcosa in cui credere, mi sembrano non tanto ammiccanti, piuttosto da leggere in modo ironico con una punta anche di cattiveria.
    Tricarico è bravo, ma non sa cantare, Jovanotti non è cresciuto ancora, è come se si fosse fermato ai nostri vent’anni e, in più, non ha voce, lo trovo stonato anche.
    Per me la musica è tutto: bei pezzi, bravi musicisti e buone doti vocali. I Baustelle hanno queste doti.
    La Rachele, bonona del gruppo, ha vinto un bel terno al lotto per suonare con loro, ecco. Il suo vestito rosso col buco dietro mi è sembrato tanto ammiccante.
    Forse usano i suoi begli occhioni per vendere di più.
    Resto agnostica, comunque.

  19. il tuo tutto ok, ma mi sta sulle palle Cole non perchè sia limey, lo è anche Moran che adoro. Quali ritratti? quelli di Whistler? o quelli di Sargent? ma quella è un’ altra storia e mi metto a posto l’ ascott sotto lo sguardo severo di Eleonora O’ Donnel LOL (gli altri sargent son solo bozzetti). L’ ultimo Homer all’ uscita brutto ma non tanto da far dimenticare altri tre fantastici prima e le luci costruite di shipwreck del Church.
    buona settimana

  20. Sargent, certo! E la Eleonora l’ho guardata cercando di sostenere il suo sguardo ma non ce l’ho fatta tanto, sai? Mi sono poi fermata sulla sua mano destra e su quello che diceva: sbrigati che ho cose più importanti da fare che stare qui a posare per te, carino!
    Concordo sul brutto Homer finale.
    Moran ha avuto la mia sosta più lunga.
    Grazie a te, coon.

  21. Non so…se ‘nell’ombra’ significa che mentre infuriava la sanguinosa guerra di secessione se ne stavano a dipingere i paesaggi della Hudson Valley, siamo in sintonia (niente di ideologico, è solo una battuta!).
    Voglio solo dire che mi perplimono certe ‘scoperte’ presentate con una magnificenza tale che sarebbe in grado di esaltare l’opera di un Teomondo Scrofalo qualsiasi, tutto qui, molto più ‘moda’ questa. Mi sono informato ed ho letto molto anch’io (oltre che
    ammirare, ovviamente) prima e durante la ‘visita’ e rimango della mia idea: spero in qualcosa di meglio per la prossima.

    Per quanto riguarda Bianconi, a me pare diventato ormai proprio il prototipo dell’artista indie che non è più (paradosso e potenza dell’appartenere ad una major?), che si barcamena nel successo cercando di scontentare tutti, accontentandoli. Torni se stesso e se ne parlerà, per ora farà a meno della mia attenzione.
    La voce è splendida, questo si.

    Ciao


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