Il saltimbanco

Un solo raggio di sole è sufficiente per cancellare milioni di ombre – foto di denis collette

Nella ricerca di una verità e nella provocazione sul caso fatta nel post precedente, ponevo sul piatto della riflessione la volontà di trovare delle risposte che noi tutti, mortali tesi all’immortalità del pensiero, abbiamo.
Le risposte che abbiamo trovato a vent’anni non ci bastano a quaranta e così via, in una sorta di ripresa dei vecchi temi, come quando si rilegge un libro di formazione e ci si accorge che si legge dell’altro, ci si leggono cose diverse e allora l’occhio di chi legge acquista la sua importanza, più che le stesse parole scritte.
Lo stesso povero saltimbanco che è artista, si trova dispregiato nelle sue accezioni più ridanciane, assumendo il significato di mentitore, quasi, di millantatore, di attore nel senso falso del termine, di pagliaccio. Come se il pagliaccio fosse qualcosa di becero, da vilipendere.
Ed ecco che volevo quindi tornare alla parola e al caso.
La parola che cercherebbe, infida, di braccare il caso e di intrappolarlo, levandogli la sua imprevedibilità ed intruppandolo in una sorta di definizione da manuale.
La parola quindi sarebbe la nostra ancora di salvezza nei confronti del caso.
Una sorta di corda da afferrare quando tutto sta crollando per trovare terreno sotto ai piedi, per dare senso all’insensato, per chiamare sciagura una tragedia, per definire ineluttabile qualcosa di sconosciuto e terribile.
La parola. Cara ai nostri poeti, nostri nel senso di umani, lungi da me il campanilismo.
I nostri poeti e la parola come scudo, come risposta, come tentativo di arginare il caso e di raggiungere una qualunque verità, una delle tante possibili, una che vada bene per l’istante. Non lo stesso istante in cui si scrive, basta uno qualunque, anche l’istante di chi legge, anche se la seconda volta. Basta che lo sembri, basta che possa bastare.
Saziare la sete di quiete che la nostra mente ha di ricercare ma di essere premiata nella ricerca.
E anche il premio Pulitzer Dylan, al secolo Zimmermann, insignito di speciale onorificenza per straordinaria forza poetica, lo sapeva. Sapeva di non essere un poeta: “non mi definisco un poeta perché la parola non mi piace. Io sono un trapezista”.
Ecco un trapezista nel caos. Un trapezista che accetta il caos, dubbioso sul fatto che esso possa accettare lui.
Una sorta di rabdomante, di mago, di veggente. Di folle predicatore di parole, dei loro significati e delle loro possibili interpretazioni. Quali esse siano.
Perché le parole sono fatte per essere dette, per essere adoperate, non per morire disperse nel nulla. Ed eccole quindi tornare, alzarsi in volo ed essere usate da chi le legga, le afferri, le ascolti.
Usate, straziate, stravolte. Vissute.
Mi perdonerà Palazzeschi se rubo le sue parole per sottolineare ciò che voglio esprimere. E anche se non intendeva dire ciò che io dico, lo prendo in prestito, perché appunto le parole son fatte per essere prese. E quindi appare un palco e la commedia umana. E un uomo, uno qualunque, senza nessun mistero e senza alcuna pretesa. Si affaccia e dice:
“Son dunque… che cosa?
Io metto una lente
davanti al mio cuore
per farlo vedere alla gente.
Chi sono?
Il saltimbanco dell’anima mia”
.
Cercando con le parole di sconfiggere il caso.
(E.)

Published in: on aprile 10, 2008 at 10:59 pm  Comments (21)  

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21 commentiLascia un commento

  1. Tanto Palazzeschi è morto🙂 Ah, sia chiaro, non sono un poeta – anche se non serve certo precisarlo.

  2. ”I nostri poeti e la parola come scudo, come risposta, come tentativo di arginare il caso e di raggiungere una qualunque verità, una delle tante possibili, una che vada bene per l’istante. Non lo stesso istante in cui si scrive, basta uno qualunque, anche l’istante di chi legge, anche se la seconda volta. Basta che lo sembri, basta che possa bastare.”

    niente da aggiungere

  3. la capacità di trovare sempre nuove sfumature in vecchie parole è indice di una grande apertura mentale, i “saltimbanchi” come Dylan lo sanno bene, hanno dedicato una carriera a raccontare sempre con orecchie diverse storie di vita vera e fatte conoscere a intere generazioni anche a quelle con orecchie giovanissime.

    Grande Bob e grande emma🙂

  4. Poetica questa faccenda bello postarello.
    Che però, siccome io ci ho la smania della parola come costruzione di senso, io alla saltimbancheria ci credo poco.
    Nel senso che se fosse solo saltimbancaggine, e di converso il mondo una rete fatta a molle, torneremmo sempre daccapo.
    Pensavo invece alle converse vicende della parola scientifica.
    Oppure alle altro converse vicende delle interpretazioni plurime.
    Però insomma è un post che sollecita parecchi salti:)

  5. Oh, Emma, un altro post che porta in tanti …posti.
    Vorrei quotare “le parole sono fatte per essere dette, per essere adoperate, non per morire disperse nel nulla”: è sostanzialmente la legge che mi guida nel parlare e nel pensare di parlare, considerando che la parola è uno dei mezzi più potenti per mostrare la mia anima🙂

  6. “o parlare, parlare, parlare, parlarmi addosso
    dimenticando il tempo troppo veloce “.
    ho pensato a questa canzone

  7. “Usate, straziate, stravolte. Vissute.”

    mi piace questo modo, per le parole e non solo, Emma.
    il poeta è oltre, oltre il caso e la verità, l’unico che sappia dire l’indicibile e lasciare che l’interprete senta.
    credo sia caratteristica dell’essere umano la contraddizione fra scientificità razionale ed emotivo senso.

  8. pensavo volessi parlare del nano😉
    firmato: l’uomo invisibile

  9. io rubo invece le parole a Boll:
    -Io sono un clown e faccio collezione di attimi-

  10. io spesso parlo per caso!

  11. si, è vero, le parole spesso le usiamo per dar senso a qualcosa che altriemnti non ne avrebbe, ma a volte le parole stesse sanno essere infide trappole, catene senza chiave, punti di non ritorno.
    per questo è necessario usarle anche con cautela, a volte, ma a volte anche no… è bello giocarci un pò.

  12. Le parole, proiettili mai a salve. Comunque colpiscono. Colpiscono chi le scrive e chi le legge, colpiscono passati sedati e futuri ribelli, colpiscono immaginazioni conscie ed inconscie.
    Hanno un senso anche quando pare di no, anche quando il senso lo coglie solo chi ha la sensibilitá solleticata dalle stesse parole.
    E raramente non emozionano.

  13. Ragazza… Palazzeschi.
    Medito sul tuo post…ho tutto un week end per farlo.

  14. emma ho finito credo bene la storia delle elezioni,
    bello il tuo post lo finisci con la grazia di un cerchio.

  15. buonasera a tutti,
    come avete potuto vedere i due ultimi post sono collegati da una sorta di filo che svelerò (ma non c’è nessun mistero) appena possibile, le interpretazioni sono varie.
    rip, Palazzeschi mi perdonerebbe, spero.
    desa, se aggiungi fa solo piacere.
    gians, il post non era musicale ma si presta, grazie.
    zauberei, esattamente, il salto era quello, speravo in spunti scientifici, oltre che semantici.
    medita, mostriamo le nostre pulsioni di immortalità proprio nella parola.
    lois, non conosco ma cercherò.
    d, hai visto bene, grazie, come sempre.
    NY, uomo invisibile, ecco, ci sei vicino, sai? molto più di quanto tu creda.
    Night, bello.
    bitu, parli anche a caso?😉
    pigretta, infatti invitavo proprio a giocare.
    ste, proiettili certo, struggenti, deliranti, dolorosi, caldi, ma sempre proiettili.
    michelina, medita pure, io stavolta medito partenze ehehehe (e non parlo del blogger).
    egine, me ne rallegro infinitamente, sai? io la storia delle elezioni non l’ho ancora finita, questi post sono propedeutici. grazie.

  16. un bacio di passaggio.
    vedo che non hai perso lo stile, nè la profondità.
    ritornerò…baci e buon voto

  17. Amo le parole che scolpiscono così come quelle che suggeriscono: le parole forti e quelle lievi; quelle gioiose e quelle tristi. Amo le parole difficili di chi parla a se stesso senza capirsi, quelle semplici di chi non cerca di nascondersi. Non so scegliere, ma devono essere parole sincere che raccontano la loro verità.

  18. chiaro che si presta. :))

  19. Le parole come gesso Emma, che trascinano significati. Li espongono come prede vive, creature amate, maschere e vetri. Una scaglia di gesso, una rena lisciata, una mano che traccia e un dorso che cancella. Se potessi scolpirei nel cuore di chi amo parole indelebili di significato, impiastricciandomi d’anima. Ma non è così e posso tirar fuori da me solo quello che verrà accettato, attendendo di condividere.

  20. che mica tutto il mondo si ferma a guardare attraverso la lente un fiore che sta lungo la sua strada.

  21. Palazzeschi…wowwwwwwwwwww
    nessuno lo cita più, sigh!


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