Enantiomeri

nella foto un pesce vanitoso che ho fotografato anni fa

Avevo dodici anni, terza media, non smettevo di leggere.
Negli ultimi mesi avevo letto tutto ciò che aveva pubblicato.
Morì in quell’anno, poco dopo che avevo compiuto gli anni.
E mi sentii tradita, sola.
Strappata al mio narratore, a colui che mi aveva condotta nei sentieri dei nidi di ragno con pistole rubate, assieme a Qfwfq negli anni infiniti dell’universo, o arrampicata con Cosimo sugli alberi.
Era come un parente.
Me lo immaginavo con le fattezze del mio maestro delle elementari: partigiano come lui, alto e slanciato, con le labbra carnose e con la voce dura ma profonda, con un sorriso da bambino.
E lo avevo scoperto in una quarta di copertina, con il viso sereno. Forse era lezioni americane, non ricordo.
Era stato amore, consumato da sola, nelle sere dopo i compiti, alla luce dell’abat-jour. Una sorta di rito silenzioso, pieno di lacrime a volte, altre con sorrisi improvvisi.
Un padre che avrei voluto avere, credo, uno di quelli che ti raccontano le cose difficili cercando di fermarsi quando lo sono troppo per spiegarti che servono, che vanno dette, che prima o poi bisogna saperle e se le sai da lui è meglio, perché lì fuori il mondo è spietato e te le farebbe imparare in altri modi.
Con lui ho imparato ad amare la lettura. Ad amare le lettere che mescolate tutte insieme costruiscono armonia, vita, passioni.
Con lui ho capito che viaggiare non sarebbe stato mai andare via ma avrei portato con me un pezzo di ogni luogo e avrei lasciato comunque intatti i luoghi stessi. Appropriarsi mai, ma rimanere stranieri nelle proprie città per poterle rivedere come per la prima volta tutte le volte e tutte le volte odiarle o amarle, comprenderle o sentirsene traditi.
Credo che in quel periodo mi posi l’obiettivo di provare a scrivere, di sentire il fluire della vita nella metavita, come lo specchio che ci restituisce il virtuale di ciò che si specchia.
Provare a rendere la magnificenza della vita, nelle sue pieghe più oscure, in quelle più vivide e sgargianti.
Tentare di curare il male di vivere che è la vita stessa, che ne vorresti sempre ancora, come se non ti bastasse mai, come quando da bambini venivamo strappati ai giochi che ci parevano l’essenza tutta dello stare al mondo.

Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto (Italo Calvino – Se una notte d’inverno un viaggiatore).

(E.)

Published in: on aprile 24, 2008 at 8:38 am  Comments (12)  

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12 commentiLascia un commento

  1. .. è capace, sempre di suonare con le parole, musica meravigliosa.
    concordo emma, concordo su tutto, anche se ho cominciato a leggerlo quando era già partito per un altro viaggio..e di papà, cmq, io preferisco il mio…🙂

  2. per altre vie e per altri maestri sono arrivato, tuttavia, alle tue stesse sensazioni sulla importanza fondamentale della parola scritta (e proprio perché scritta) nel processo di conoscenza e di sviluppo dell’intelletto. Si dice che l’arte non può rendere le cose più belle di come sono in realtà, io non sono totalmente d’accordo, perché la realtà si arricchisce della percezione che se ne ha, e nella scrittura questo è visibile in modo molto immediato ed efficace.

    Bella la tua descrizione dell’insegnamento paterno, è proprio così che si fa (si dovrebbe fare) e a questo dovrebbero servire i padri (e quando sono così si vede).🙂

  3. ..HO I BRIVIDI..

  4. Bellissimo!
    io da piccorilla cominciai con Marcovaldo, a cui penso sempre alle fermate degli autobus – magari ni ci trovo dei funghi…🙂

  5. “…cercherò di spiegare – a me stesso e a voi – perché sono stato portato a considerare la leggerezza un valore anziché un difetto…”, questo basterebbe come bussola per un padre, per insegnare con una carezza, a vivere bene.
    Questo invece vale per me adulto, che ho la fortuna di incontrare persone grandi, ma di padri non ne ho più.
    “Forse fissando la sabbia come sabbia, le parole come parole, potremo avvicinarci a capire come e in che misura il mondo triturato ed eroso possa ancora trovarvi fondamento e modello.” ( da Collezione di sabbia)
    Prezioso regalo questo post, Emma, utile alla mia giornata pensosa, quasi quasi mi ascolto un pò della geometria del Clavicembalo ben temperato: calma come una lettura fluente o un pennello che stende lacca. Gould o Fisher? Vediamo cosa c’è in macchina.
    Buona giornata e grazie, Emma.

  6. Scrivere è sempre nascondere qualcosa in modo che venga poi scoperto.
    Questa frase la renderei obbligatoria come sottotitolo in tutti i blog.
    Molti infatti ostentano indifferenza circa quanto sia o meno letto il loro blog quando in realtà non vivono che per questo, quanti nomi potrei fare!!!
    Buon fine settimana

  7. commento i commenti, così à vol d’oiseau, non me ne vogliate.
    crescere è difficile e spesso cercare un padre o un mentore fuori dalla propria casa, immaginare un proprio ideale e scoprirlo nelle pagine di un romanzo fa piacere, regala certezze, in un mondo incerto.
    non intendevo in alcun caso alludere al narcisismo dei blogger che peraltro trovo naturale, altrimenti si scriverebbe a sè stessi. ma non è così in effetti.
    le platee piacciono a tutti.
    ma come dicevo nel post di ieri, la clac non fa bene, rischia di farci solo male.
    ben vengano quindi in questo blog i dissensi.
    certo non parolacce a raffica senza senso o spunti per farsi vedere, per dimostrare che si timbra il cartellino, questo no.
    io scrivo perchè mi piace.
    mi confronto con gli altri per non dovermi illudere di essere bravissima solo perchè mi leggo da sola e senza contraddittorio.
    ma scrivo anche proprio per il senso vero delle parole di Calvino.
    non quello travisato da NY, per esempio (non me ne volere, si parla).
    le parole hanno una magia tale che usandole si lascia intravvedere volontariamente ciò che si è.
    e questo non significa parlare in modo esplicito della propria vita, ma usare le proprie esperienze per rendere accessibile prima a sè stessi quello che si sta esprimendo.
    un mio amico scrittore e pilota mi disse che scrivo meglio ciò che ho provato sulla pelle, gli esercizi di stile sono per “se una notte di inverno un viaggiatore”, non per me.
    ecco, appunto uno dei temi del libro era appunto questo: i segreti dello scrittore.
    ma ieri, quando pensavo a questo post, ispirato da un commento di pigralentezza, che ringrazio ancora, ho subito pensato alla differenza fra chi si specchia e l’immagine che ci viene restituita.
    vi è mai capitato di vedere delle fotografie vostre e di non riconoscervi o di pensare che quella che vedete non siete voi? spesso a me capita.
    gli enantiomeri sembrano molecole identiche, ma non sono sovrapponibili e sono del tutto speculari, come diverse sono le nostre mani fra di loro, o le nostre narici.
    questo è lo sforzo di scrivere, trasponendosi, ma non sovrapponendosi.
    (buon fine settimana lungo a tutti, se non doveste ripassare, e buona festa di liberazione)

  8. bello emma, bello il concetto del viaggiare, mi ci vedo, e lo provo anche quando arrivo sul tuo blog, buona festa anche a te.

  9. bello emma, bello il concetto del viaggiare, mi ci vedo, e lo provo anche quando arrivo sul tuo blog, buona festa anche a te.

  10. Hai delle foto bellissime sul blog. Quelle su Flickr le hai fatte tu?

  11. grazie mille, gians.
    nausicaa, sono mie sia quelle su questo blog, altrimenti ne cito l’autore, sia quelle su flickr.
    (passione fotografia al secondo posto, dopo quella scrittura, a pari merito con la pittura però)

  12. emma carissima, Calvino è stato un mentore per molti di noi, io penso continuamente al signor Palomar e ai viaggi di Marco Polo e in molti momenti delle mie giornate mi sono di grande aiuto.
    quanto alla scrittura, vorrei ancora pensarci un pò (e magari provare a scriverci qualcosa), soprattutto a questa faccenda dello specchio che tu hai sollevato. mi capita spesso di rileggere cose che ho scritto in passato (anche di molti anni a fa) e, se lì per lì non riesco a riconsocermi e non riesco a collocare nella memoria quel momento preciso in cui ho scritto, poi, leggendo, improvvisamente ricordo tutti gli stati d’animo e le precise sesanzioni provate mentre scrivevo. nelle vecchie foto riconosco il mio viso, la pelle più giovane, i capelli e i vestiti alla moda. nelle parole scritte riconosco gli stati d’animo, quella che sono stata, quello che ho vissuto, tutto ciò che nelle foto spesso non traspare, o almeno una parte. perchè si, nelle parole c’è molto di chi scrive, molto ma non tutto.

    un saluto affettuoso
    s.


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