Do ut des

foto di video max

Ho già parlato di ricerca e di quanto essa sia fondante nel progresso del nostro pianeta.
Di quanto sia ingiusto che nelle tasche di pochi confluiscano le ricchezze di tanti cervelli, di tanti uomini e donne, di tanti pazienti e di tanti ricercatori.
Ne ho parlato in un post che vi invito a rileggere se non l’aveste fatto (qui).
Recentemente anche in televisione abbiamo potuto constatare quanti sono i pianeti che gravitano in questo universo sconosciuto ai molti.
Le logiche di potere e il profitto costruiti sulle vite di tanti, dei fruitori, dei malati di tutto il pianeta.
La ricerca principalmente in campo medico ha permesso all’aspettativa di vita di salire, non di certo lo stato di salute delle nostre città che diventano sempre più invivibili, sempre più inquinate.
Città come grandi tubi di scappamento.
Eppure quella ricerca e, ironia della sorte, anche l’inquinamento e la corsa alla cura hanno permesso a una mezza dozzina di grandi aziende di incrementare i loro profitti non esattamente avendo come contropartita un pianeta più sano.
Un medicamento, una droga così quasi letteralmente dall’inglese, produce sempre controindicazioni. Spesso taciute anche, come in casi eclatanti, sminuite o sottovalutate.
E poi per ottenere quelle sostanze chimiche altri agenti hanno aggredito le nostre fonti, altri rifiuti hanno ammorbato le nostre strade, i nostri terreni, le nostre colture, le nostre falde..
Qual è dunque il conto da pagare? Accrescere la nostra vita può valere accelerare la fine del nostro pianeta quando noi non ci saremo?
Protocolli di Kyoto e simili hanno ammonito il pianeta ad andarci piano, anzi a fare qualcosa di concreto per salvare il salvabile e per cercare di rimediare al malfatto.
Il profitto. Resta l’obiettivo principale, quello da cui non si può mai prescindere, perché per poter fare bisogna anche avere.
E come rispondono quindi le grandi multinazionali? Quelle farmaceutiche, ma anche quelle del tabacco, quelle che sfruttano bambini, uomini, donne, per coltivare o assemblare o fabbricare?
Devolvendo in beneficenza e scaricando i costi di queste donazioni.
Come se facessero del male e poi curassero. Un controsenso.
Partiamo da una singola ricerca, da una piccola scoperta, da una singola cellula isolata di un virus per esempio e vediamo che strada si fa e dove si finisce.
Un laboratorio, un’equipe di ricercatori che scopre che una cellula resiste ad una certa aggressione di un batterio o che una sostanza con una formula precisa riesce a curare quella patologia.
Sperimenta, usa i macchinari a disposizione, si ferma per mancanza di fondi o strumenti adeguati, tempo o bacino di sperimentazione. Ed ecco che interviene il grande. Il pezzo da novanta che compra quella ricerca in embrione e che fa partire la sperimentazione.
Coinvolge istituti, ospedali, paga i trasporti e gli strumenti utilizzati, paga i direttori sanitari con bonus e viaggi.
Le sperimentazioni durano lustri. Lustri nei quali nel frattempo altre sperimentazioni terminano e culminano in una relazione finale e in una definitiva proposta di farmaco con tanto di certificazioni, di risultati che debbono essere approvati, dopo trafile varie, dagli organi competenti degli stati.
Per questo alcuni farmaci vengono approvati e commercializzati in alcuni stati, altri no, anche se per esempio sono utilizzati in altri paesi con risultati interessanti.
(Inutile dirvi che le leggi degli stati permettono anche di aggirare questi ostacoli, in casi particolari e con scriminanti precise, ma questo lo immaginerete, ogni legge ha il suo contrario, ha la sua negazione interpretativa).
Siamo comunque al farmaco finito. Alla fialetta, alla compressa, allo sciroppo.
I fondi usati sinora sono senz’altro necessari ed elevati e le ricerche sono state sottoposte a variabili infinite: vaccini trasportati a temperature controllate che possono anche essere stati compromessi, risultati non esattamente analizzati. Nel frattempo si siglano accordi con le frontiere, con gli stati, con le compagnie aeree, con tutti coloro che possano agevolare questo “scopo di ricerca”. Il lucro viene menzionato meno che mai.
Fatto sta che alla fine la multinazionale avrà alcuni risultati, molti di essi non confortanti, ma sappiamo bene che le statistiche a seconda di chi le stila possono evidenziare elementi meno importanti ed esaltarli o sminuire alcuni dati che possono essere pericolosi per l’approvazione del prodotto.
Tutto questo per ovvi motivi: soldi investiti, tempo speso, manager scalpitanti, budget da chiudere in positivo.
Dalla fiala parte la macchina che conosciamo meglio.
Quella del battage mediatico, del martellamento, dei pubblicitari solleticati da altri fondi.
Ed ecco la verità.
Le aziende più quotate utilizzano per la seconda parte, quella che permette volgarmente di piazzare il farmaco (con i venditori, i farmacisti, i medici, gli addetti ai lavori, i membri dei vari organi istituzionali, persone non in vendita diciamo), circa otto volte quello che hanno speso per la fase di ricerca del farmaco e spesso con tempistiche davvero ridotte.
Per lanciare un prodotto bastano pochi mesi: congressi, primari importanti, un migliaio di spot e riviste specializzate cui commissionare articoli, ricercatori quotati che ne parlino bene.
Dopo dieci anni in pochi mesi si fumano milioni e milioni di danari.
Direte che sono aziende come altre, che investono come credono.
Mi chiedo che bisogno ci sia se un farmaco è davvero efficace di usare il grande sportivo che la reclamizzi, non si tratta mica di una linea di abbigliamento o di un nuovo tipo di biscotti.
Ma il marketing vale per tutti, bisogna farsi vedere per poter contare, certo.
Ma come la mettete se il biscotto fa venire la meningite?
Ecco. Possiamo permetterci di sopportare che un farmaco che curi un mal di testa mi faccia venire l’ulcera? (esempio personale, me lo perdonerete, ovviamente ci sono esempi più gravi).
Io trovo che sia disastroso.
E disastroso è quel sistema che ha permesso tutto questo.
Dalla singola molecola al microscopio sino alla capsula finita sono passati anni e fiumi di soldi.
Ma un paio di mesi per fracassarmi lo stomaco.
Certo la ricerca ci fa crescere, ci guarisce, risolve drammi enormi, cura malattie impensabili.
Ma davvero lo scotto da pagare è quello di entrare tutti in questo meccanismo di do ut des anche quando la vita è sull’altro piatto della bilancia?
Un bene inalienabile sul quale dobbiamo essere disposti a pagare.
Chi non paga è perduto.
(E.)

Published in: on aprile 30, 2008 at 8:23 am  Comments (7)  

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7 commentiLascia un commento

  1. Da anni, nel mio piccolo, partecipo alla causa della Ricerca contro il Cancro, nella speranza di fare bene.
    Condivido le tue riflessioni e sono convinta che la Salute è un bene di tutti e a tutti deve essere data la possibilità di accedere alle cure. Ma così non è, proprio perchè le industrie famaceutiche, come ogni attività imprenditoriale, mirano al profitto.
    Quando poi dici che la molecola fatta farmaco mi fracassa lo stomaco, come non darti ragione ancora di più? Sono giorni in cui mi piego in due dal dolore, ma sono effetti collaterali…
    Patrizia.

  2. Pensa un pò all’acqua

  3. un paio di mesi fa ho visto su Sky il film Effetti collaterali (basato su di un fatto vero), ne rimasi così colpito che ne scrissi un post che tengo ancora tra le bozze per quanto è triste e inaccettabile ciò che racconta…..
    se hai Sky non perdertelo
    le medicine poi dovrebbero essere gratuite per tutti, sovvenzionate da tutti gli stati del mondo

  4. La grande stortura secondo me è nella scelta dell’obiettivo, non tanto nelle modalità di ricerca. Intendo: si muore più di dissenteria che di AIDS, ma per ragini economiche si fa più ricerca sull’AIDS.

  5. emma e 1ps: duetto fulminante🙂

  6. emma, per iniziare mi sembra ottimo, davvero una splendida relazione. Hai mai sentito parlare di un certo , Richard Sandor? lui è l’incarnazione o quasi, del profitto a discapito dell’ambiente.

  7. OT ho visto la tua tool. E’ molto carina.


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