Pilgrim to pilgrim

el camino de santiago de compostela – foto di katrencik

“Ma il vero amore e’ un fuoco duraturo, che brucia per sempre nella mente
Mai malato, mai vecchio, mai morto
che non si volge mai altrove”

Questi gli ultimi versi di una delle poesie elisabettiane di un navigatore, esploratore, poeta del cinquecento.
Il mondo riscopre il passato, mescolando, in modo spesso improbabile, Walter Raleigh e il pop.
La poesia non ha un luogo, né uno strumento definito, potremmo obiettare a quella che può sembrare una frase saccente.
Ma nessuno oggi conosce Walter Raleigh.
A Cambridge in un testo d’esame, in una dispensa come la chiameremmo noi reduci dalle università italiane in cui alle dispense spesso veniva dato più valore dei manuali, si propone un confronto di poesia, fra l’elisabettiano e le canzoni folk o pop dei nostri tempi.
E le canzoni scelte oltre alla deliziosa Boots of Spanish Leather di Dylan, una inquieta ballata per vecchi e saggi , una storia di due amanti, di un bivio, e del mare aperto, e la struggente Fine and Mellow di Billie Holiday, ecco comparire la Winehouse:
“…tutte le nostre questioni futili
noi beffati dalle divinità
e adesso il fotogramma finale è che
l’amore è un gioco a perdere…”

Esame di critica pratica.

I got a letter on a lonesome day,
It was from her ship a-sailin’,
Saying I don’t know when I’ll be comin’ back again,
It depends on how I’m a-feelin’.

Well, if you, my love, must think that-a-way,
I’m sure your mind is roamin’.
I’m sure your heart is not with me,
But with the country to where you’re goin’.

So take heed, take heed of the western wind,
Take heed of the stormy weather.
And yes, there’s something you can send back to me,
Spanish boots of Spanish leather. (Bob Dylan)

Mi sento di chiudere così, perché quando sembra tutto sia finito, troviamo sempre qualcosa per cui valga la pena di aspettare.

(E.)

P.S. per chi volesse fare un salto su LIBMAG, c’è un mio articolo sui ponti, veri e virtuali.
Published in: on maggio 30, 2008 at 7:28 am  Comments (18)  
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Idiofono!

Quando si cerca di lasciare un pensiero e non vuole mollare il colpo, tocca cercarne un altro, in una sorta di staffetta necessaria che permetta al primo di lasciare la scena.
Questa attività di solito si svolge di notte, quando il tempo dilatato e l’assenza di contingenze permettono ai pensieri di sfogarsi e di vagare anarchici occupando tutti i respiri.
E i suoni amplificati del circostante fanno da accompagnamento. Uno sciacquone. Una tosse secca. La mia gatta che non trova pace. Il motore di vetture di passaggio.
E il vibrato pare più profondo, come se il pentagramma non bastasse e l’improvvisazione prendesse il sopravvento.
Ci sono pensieri comodi, su cui accucciarsi certi che così il sonno ci avvolgerà, comodi o noiosi poco importa, l’importante è che sortiscano all’effetto voluto. Ma se ci pensi troppo sù la loro magia svanisce, nel pensiero del pensato, in una sorta di vortice con risucchio.
E allora tocca inventarsi cose nuove, chè le vecchie fanno solo buon brodo e il silenzio non è mai assoluto e basta un solo piccolo lamento del mondo a spostare l’attenzione, a schiarire il soffitto che con gli occhi aperti al buio sembra quasi illuminato.
E quindi stanotte pensavo allo scacciapensieri. A quello strumento primordiale che col suo stesso corpo produce il suono.
Come noi. Strumenti idiofoni anche noi.
E così ho trovato il sonno.
(E.)

Published in: on maggio 29, 2008 at 9:26 am  Comments (18)  
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Don’t leave me this way

in questa mia foto, i confini intorno ed un passaggio magico

Quando non si ha niente da dire, bisognerebbe ascoltare una canzone e magari ricordarsi della prima volta in cui si è ascoltata.
Non parlerò dei raid universitari, nemmeno degli assenti che fanno sentire l’ombra meno ombra. Chè la caccia è la caccia e i numeri restano numeri.
Penserò quindi a quando ascoltavo questa canzone e facevo le mie prime versioni di latino e greco. Convinta che il mio spazio, quello tutto mio, fosse delimitato dai libri davanti. Mentre sbirciavo mia sorella dall’altra parte della barricata.
(E.)

Published in: on maggio 28, 2008 at 11:25 am  Comments (18)  
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Tubi

una mia foto di attesa

Non amo attendere, per questo ripeto in modo ossessivo che bisogna saper attendere, vorrei saperlo fare, ma non mi riesce, vorrei trovare la soluzione, arrivare al punto, vorrei che chi aspetto arrivasse subito, vorrei che il bello venisse prima di dire che adesso arriva.
L’arrivare, però, vorrei che fosse lento. Snodato e cauto, come un gatto che si stiracchia quando si solleva dal suo giaciglio e inarca la schiena e le zampe sono dritte, tese.
Ecco quello, quell’arrivare fatto di assaporare. Non ingordo.
Quell’ossigeno vitale che non si spreca ma va ad irrorare le singole cellule senza fretta.
E invece quando arriva c’è sempre fretta si debba, si possa, si abbia a fare.
In un dovere cosmico, perché così ci si sente ripagati.
E invece si spreca tutto in quell’attimo.
Ed è un rincorrersi di attimi a costruire un percorso, in un misto di apnee e di boccate d’aria.
Tanto vale sedersi e ricordare che dopo essersi chinati ed essersi fatti piccoli per passare dalla cruna dell’ago, si finisce cuciti. E fermi.
(E.)

Published in: on maggio 27, 2008 at 8:19 am  Comments (20)  

Attesa

la foto è mia, del mese scorso

Un sole timido che squarcia il bianco del cielo, chè più bianco non si può.
Sensazione da bandolero stanco con gli occhi riposati, però.
Pronti a guardare e a sperare.
Come quando ricevuta una promessa nessuno l’abbia mantenuta.
E il mondo davanti, in una stupida cartina fisica ad occupare tutta la parete, ricorda che la promessa è ancora lì, solo che bisogna cercarla.
La metto in attesa, dice il sole. Non c’è numero, dice il radiotaxi.
Lo cerco da sola.
(E.)

Published in: on maggio 26, 2008 at 10:58 am  Comments (14)  

Un venerdì da leoni

Il mio oroscopo stamattina era preciso: stare lontano dalle provocazioni. O una cosa simile.
Trovo sia un esercizio difficile se proprio le provocazioni mi rincorrono come bestie fameliche.
Ma ci proverò.
Intendevo segnalarvi un mio articolo pubblicato su LIBMAG – Il buono e il cattivo – sulla detassazione degli straordinari, e invitarvi, se foste a Roma stasera (e dico beati voi, perchè per me non c’è verso di riuscire a fare un salto), nel luogo sopra illustrato.
Il titolo mi sembra davvero perfetto anche per il mio stato d’animo e il gruppo francese “1980” nato nei ghetti di Parigi e sviluppatosi successivamente nelle strade di Barcellona avrà la possibilità di iniziare la sua performance in galleria e proseguire sulle strade del quartiere circostante, con musica, installazioni video e altre espressioni della sua creatività.
Cin!
(E.)

Published in: on maggio 23, 2008 at 10:59 am  Comments (27)  
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Circus

In questi giorni ho prodotto quasi solo monosillabi. La mia vita attraversa una di quelle fasi in cui si deve fare così, altrimenti le parole scappano via tutte, inorridite.
Giorni straripanti di pioggia e di grigio, notti interminabili e giornate sfocate e affollate, come scatole di sardine affumicate.
Colonna sonora, si fa per dire, una riflessione permanente.
La sinistra che ci è rimasta, quella che si professa tale, non è nulla, è solo il fantasma di sé stessa.
Ascolto, mentre mi muovo in cucina la sera, fra pentole e miagolii immancabili, parole che il senso lo hanno perso negli anni cinquanta o sessanta. Argomentazioni inesistenti, contrapposizioni senza costrutto, vuote come cartoni del latte abbandonati sulle strade di Napoli.
Rotola via la nostra storia, mentre i miracoli di San Gennaro sembrano possibili e vogliamo crederci, come se restituissero certezza a tutto il resto, che ci manca, che ci è stato portato via, che ci è stato promesso e che troppe braccia conserte hanno osservato.
La prima casa, i mutui, i pacchetti vari, i sacchi portati via, i militari, i reati di questo e di quello.
Tutto questo, come una grande rimonta dopo otto a zero e nemmeno l’ombra di un’ombra decente. Del resto il sole non c’è. E le ombre di solito fanno paura. E invece si vede solo l’ombra di nasi da clown e di parrucche.
E il mio naso all’insù, come foca ammaestrata.
Con le zampe che sbattono le une sulle altre a mo’ d’applauso.
Venghino siori venghino.
(E.)

Published in: on maggio 22, 2008 at 10:15 am  Comments (15)  

Caleidoscopio

la foto è di Electron

Alba, rincorsa come fosse un miracolo, trovata in un cielo livido, con nulla da promettere.
Scale, come se non finissero, gradini bui e piedi in fallo.
Vertigine, come da fine del tunnel, colori sgargianti d’attesa, ancora non visti.
(E.)

Published in: on maggio 21, 2008 at 10:52 am  Comments (9)  

Battaglie

la foto è di andrewlee

Una batosta. Come un ferro che ti trapassa senza che al momento tu te ne renda conto.
Come quando ci si procura un taglio e non ci si accorge subito che fa male, che sanguina, poi appena si scorge il sangue arriva il dolore, il bruciore.
E la sensazione che bisogna fermarlo.
Impariamo tutti i giorni, senza età.
Impariamo che anche se crediamo di essere soggetti e di essere centrali, non lo siamo affatto.
Ci lamentiamo di una società che non ci vede, ma quando proviamo a farci vedere e a combattere e a dimostrare le nostre pulsioni, le nostre idee, le nostre necessità, ecco che arriva.
La freccia sibila a tradimento, quando siamo distratti, quando crediamo di aver sortito ad un effetto.
E l’unico effetto è su di noi.
Un harakiri sociale.
La soluzione è rientrare, infilarsi nei ranghi, o uscire all’aria aperta?
Il coraggio non manca, ma il silenzio lì fuori non aiuta.

(E.)

Published in: on maggio 20, 2008 at 9:17 am  Comments (25)  

Pozzanghera

la foto è di Rilunesil

Spogliato. Un cielo scrostato.
La vita corre e dimentica.
Se il sole tornasse a coprirci sentiremmo meno freddo.
E su questo pantano vedremmo le nuvole e non le nostre stanche suole.
(E.)

Published in: on maggio 19, 2008 at 9:54 am  Comments (17)