Tubi

una mia foto di attesa

Non amo attendere, per questo ripeto in modo ossessivo che bisogna saper attendere, vorrei saperlo fare, ma non mi riesce, vorrei trovare la soluzione, arrivare al punto, vorrei che chi aspetto arrivasse subito, vorrei che il bello venisse prima di dire che adesso arriva.
L’arrivare, però, vorrei che fosse lento. Snodato e cauto, come un gatto che si stiracchia quando si solleva dal suo giaciglio e inarca la schiena e le zampe sono dritte, tese.
Ecco quello, quell’arrivare fatto di assaporare. Non ingordo.
Quell’ossigeno vitale che non si spreca ma va ad irrorare le singole cellule senza fretta.
E invece quando arriva c’è sempre fretta si debba, si possa, si abbia a fare.
In un dovere cosmico, perché così ci si sente ripagati.
E invece si spreca tutto in quell’attimo.
Ed è un rincorrersi di attimi a costruire un percorso, in un misto di apnee e di boccate d’aria.
Tanto vale sedersi e ricordare che dopo essersi chinati ed essersi fatti piccoli per passare dalla cruna dell’ago, si finisce cuciti. E fermi.
(E.)

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Published in: on maggio 27, 2008 at 8:19 am  Comments (20)