Tango!

la foto è di -Noot-

Profumo d’Argentina, immagine sfocata dalla mia immaginazione fervida.
Scava sotto l’asfalto, il passo, l’incrocio, l’ocho adelante, la medialuna.
Si mescola alla lingua, alle scarpe su misura, agli abiti fruscianti.
Respira nella sua lingua, che è diversa dalle altre, è l’argot degli emarginati, che nella milonga, nel vals, trovano la loro espressione, il loro mondo, le loro parole. Il lunfardo.
In lunfardo nascono le canzoni, che cantano la tristezza e le gioie, la nostalgia e la distanza, le speranze e le aspirazioni, la solitudine, in una sorta di consolazione in musica. E la canzone chiama il movimento, un movimento da vicoli, da strada, ma che porti dentro di sè ogni cosa, la lingua, la passione, il dolore. Il tango.
Con un bandoneòn e un marciapiede si può tutto.
E nelle strade si danza e si racconta di leggende, su come nacque il tango, prendendo ispirazione dalla milonga, dalla habanera, dal candombè e su come nasce il bandoneòn.
Nei vicoli non c’erano pianoforti per accompagnare la danza, nè violini, nè arpe.
I bassifondi sono della povera gente, che improvvisa.
Questa specie di fisarmonica arriva dalla germania, importata come strumento di liturgia ecclesiastica, con lo scopo di sostituire l’organo nelle parrocchie meno dotate di mezzi economici.
La leggenda dei tangueri narra che gennaio del 1868 una nave svedese, la “Landskrona”, gettò le ancore nel porto di Buenos Aires e parte dell’equipaggio fu invitato ad abbondanti libagioni per tre giorni. Durante questa permanenza un marinaio, avendo speso fino all’ultimo peso, barattò il suo bandoneòn per un’ultima bottiglia di liquore.
Il primo bandoneòn del Sud America.
Uno strumento che con il suo timbro riuscì a restituire la profondità, la malinconia e la corposità a quella musica.
E il profumo dei vicoli, misto alle albòndigas, alle empanadas o ai chioschi di churros, restituisce tutto lo spirito, tutta la melodia dei dimenticati, dei suoi creatori, nel loro slang creato per non farsi comprendere dai carcerieri e che ora assurge a lingua di un genere musicale. E si fa ricordare, senza bisogno di appuntarselo alla mente.
E’ inconfondibile.
“Il Tango è un pensiero triste che si balla” (Enrique Granados)
(E.)

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Published in: on luglio 7, 2008 at 12:16 pm  Comments (12)