Le parole non dette

nella foto di Blame1 un’opera di Benjamin Vautier

Spesso ti parlo quando non sei davanti a me, lancio sillabe che solo io capisco nel quadrato della stanza che occupo con le mie gambe incrociate.
Sillabe che se le sentissi non capiresti nemmeno cosa sto dicendo o forse, conoscendo quello che le punte dei tuoi capelli sono capaci di raccogliere, costruiresti su queste sillabe una poesia, o una filastrocca, o una frase compiuta che abbia anche un senso doppio, triplo. Che abbia senso. Quello che solo io capirei, perchè le sillabe le hai rubate a me.
Certi ladri dovrebbero arrestarli. Certi altri no. Quelli di scampoli di parole no. Bisognerebbe ascoltarli arrotolare le lettere e contare sino a cento prima di provare a riattaccarle in ordine sparso.
E ti parlo quando non ci sei. Quando nessun vento e nessun complice possa portarti nemmeno un sibilo.
E annoto queste parole sconnesse, le appendo alla mente, la sera, quando non si potrebbe appenderle e lasciarle lì incustodite perchè la mattina non sarebbero più lì.
E con gli occhi socchiusi la mattina le vedo ancora. Poi spariscono, ingoiate dalla luce.
Rimane solo un suono nel ricordo. Lontano. La luce uccide le parole notturne.
I cadaveri sono spariti. Nemmeno quelli su cui piangere.
(E.)

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Published in: on luglio 17, 2008 at 9:54 am  Comments (16)  
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Conflitto di interessi

Con quella faccia un po’ così, quell’espressione un po’ così…

Agli elettori tifosi del Milan che durante la campagna elettorale mi chiedevano Ronaldinho al Milan rispondo, ecco, ho mantenuto la promessa, spero che questo porti più tifosi al Milan e alla Libertà.
Liberté, Egalité, Fraternité, direi più che altro.
Stamattina, dopo la giornata di ieri stretta in una morsa, come se rientrassi dalle ferie e non da un giorno, appena uno, di mancata presenza in ufficio, per lavoro per giunta, mi sono concessa una breve rassegna stampa e a parte il meteo che pare essere l’unica notizia seguita con serietà, a parte il disastro in borsa, che peraltro mi ha costretta ieri sera a spiegare con parole comprensibili cosa sta accadendo ad un bambino di dieci anni e la risposta, dopo tanti sforzi, che il superministro pare davvero un incapace, è stata: ma perchè non cambiamo tutti moneta?
Dopo tutto questo sono approdata ad una notizia che mi ha fatta riflettere molto, con un tocco di spionaggio, uno di sindacati e uno di legalità.
Una perquisizione è stata condotta martedì presso la sede parigina della rivista “Auto Plus” e un giornalista è stato posto sotto sorveglianza nel quadro di una inchiesta sulla Renault.
Un salariato della Renault è stato accusato di essere un informatore della rivista e posto sotto il controllo della autorità giudiziaria.
Nemmeno a dirsi, l’esplosione del sindacato dei lavoratori è stata deflagrante: non si può porre sotto accusa un lavoratore, non si possono ricercare le origini di una informazione in siffatti modi se non per motivi di assoluta preponderanza di interesse pubblico.
E gli interessi commerciali della Renault non paiono così pubblici, soprattutto rapportati al ben più importante diritto ad informare ed essere informati.
Bella risposta, parrebbe. Lo stesso giornalista si è detto sorpreso quando sono stati rinvenuti sul suo computer documenti, immagini, modelli ed ha gridato al complotto.
Eppure l’estate scorsa le pubblicazioni dei nuovissimi modelli Renault in largo anticipo rispetto al battage pubblicitario e al mercato degli avvoltoi solito ha destato una certa sorpresa, per non dire disappunto nei palazzi dei grandi manager, sputtanati prima del tempo.
I capi d’accusa del giornalista linciato sono quindi abuso, di contraffazione, di accesso e utilizzo fraudolento di informazioni tratte da sistema informatico protetto.
Ovviamente arrivare alla perquisizione di un organo di stampa, pare davvero una misura eclatante, essendo dovunque la libertà di stampa sancita da tomi e tomi di principi giuridici, francesi e non, ma il tutto avviene anche nel quadro di una revisione legislativa francese di allargare il diritto di stampa anche proteggendo le fonti di informazione (come se si parlasse di misura di protezione testimoni). Fotografia di un mondo in cui la stampa è posseduta, utilizzata, contraltare di una verità nascosta, travisata, sconvolta, rivisitata, edulcorata, manipolata. Una stampa che ha il potere, di ammannire, ammansire, persuadere, irritare, esaltare, esasperare l’opinione pubblica.
E in un mercoledì in cui i salari restano sempre gli stessi, in cui George Bush sta per lasciare la moglie, ce ne faremo una ragione, in cui c’è dell’ottimo calciomercato per farci stare buoni e zitti, la stampa ci sembra davvero il male minore e le sere così ci sembrano meno lunghe e i nostri letti sfrigolano meno sotto i nostri corpi sudati. La vita pare ben altra cosa da quella che ci raccontano, eppure ci lasciamo credere di esserne convinti e che in fondo un po’ di sano gossip possa proteggerci da una verità che sarebbe meglio non sapere.
(E.)

Published in: on luglio 16, 2008 at 10:34 am  Comments (14)  
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Travelling without moving

la foto è di FredArmitage

Sono in partenza andata-ritorno immediati per Roma (lasciate un messaggio sarete ricontattati al più presto).
In periodo di programmi per le vacanze, che definirò come sempre all’ultimo momento, rifletto sui mille viaggi che ho fatto anche stando ferma.
E sono grata al tempo che è stato, come al tempo che sarà.
La vita è ciò che facciamo di essa. I viaggi sono i viaggiatori. Ciò che vediamo non è ciò che vediamo, ma ciò che siamo. (Pessoa – Il libro dell’inquietudine).

(E.)

Published in: on luglio 14, 2008 at 7:43 am  Comments (17)  
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Hock hock hock

lo zucchero fa male ai denti, lo zucchero fa male ai denti, lo zucchero fa male ai denti… (la mia interpretazione di una foto di Sunshine Hanan)

In questo venerdì da prima della presa della Bastiglia, da luglio col bene che ti voglio, voglio condividere con voi un amore e un paio di riflessioni.
Ebbene, nonostante i consigli peraltro dotti di alcuni amici e di alcuni blogger, quando ho bisogno di stare bene, di riflettere e di sentirmi a casa, leggo sempre Roth.
So che delle mie abitudini può importarvi poco, ma è venerdì quindi conto sulla vostra comprensione.
Hock è un termine yiddish che, come spesso accade coi termini yiddish, necessita di un bel contesto per esprimere appieno il significato per cui è messo lì in bella mostra.
Quindi prendo in prestito Roth e vi do un contesto: “…non soltanto puoi portare un cavallo all’abbeveratoio, ma puoi anche costringerlo a bere: basta stargli addosso, hock hock hock, finchè comincia a ragionare e lo fa”.
Ecco un contesto, in cui quindi il termine significa stimolare insistentemente, tormentare, perforare la testa del tuo uditore sinchè non si piega.
Adesso ci sono tante riflessioni che spuntano all’orizzonte, dopo aver scoperto che se ci si comporta come con i cavalli con gli esseri umani, forse si ottiene qualcosa.
In un mondo in cui le tecniche di comunicazione diventano un importante servizio al telegiornale e in cui gli iPhones sostituiscono i più importanti desideri degli esseri umani, c’è da chiedersi: può una tecnica vecchia come il cucco, ovvero il martellamento ossessivo, essere ancora efficace?
Risposta: tutte le tecniche utilizzate, anche se si ammantano di innovazione e di stimoli nuovi e di esigenze nuove e di obiettivi stellari, poggiano e attingono a piene mani nel martellamento, sia esso di gingles su prodotti da acquistare, sia esso elettorale o post-elettorale.
Il paragone coi cavalli, nobili loro e me ne scuso, centra il punto e fa capire che sia il tuo martellatore la tua consorte che ti sfrantuma i cosiddetti per ricordarti di caricare il bagagliaio nel modo più corretto e veloce prima di partire, sia il venditore di callifughi (come diceva mia nonna che non c’è più), quello che vuole venderti al telefono urlando di tutto, da un abbonamento ad una cosa inutile alla polizza antifurto per una macchina che non hai, sia esso tuo figlio che ti guarda con gli occhi dolci e ti ripete papy papy papy insistentemente sinchè non gli compri tutto l’acquistabile, sia esso chiunque, il martellamento funziona!
Per non parlare dei nani con le ballerine. In quel caso va alla grande.
Ma Roth dopo aver parlato di cavalli e di persuasione, ecco che la giustifica. Tra la gente ci sono due tipi di filosofie: la gente che fa e che gli importa e quella a cui non importa nulla, che procrastina, che s’en fout.
Ecco, senza dubbio il martello fa, non procrastina, il martello agisce.
Hock hock hock, sempre, senza sosta, finchè chi abbisogna di consiglio lo prenda, ceda, si pieghi, accolga, si fidi.
È un segno d’amore in fondo. Chi si importa martella.
Direi, se proprio si debba applicare, di applicare la cosa agli amici e familiari. E sarebbe meglio applicarla essendo noi i martelli e non i martellati.
Alla comunicazione tout-court no, altrimenti finiamo col pensare che il nostro bene sia comprare quella vettura o, perchè no, pensare che quando si è contenti si debba gridare tutti popopopopopò. Che non è nemmeno un bel motivetto, ecco.
Buon fine settimana.
(E.)

Published in: on luglio 11, 2008 at 11:55 am  Comments (17)  
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Aquarela

un mio acquerello in foto

Sopra un foglio di carta lo vedi il sole è giallo,
ma se piove due segni di biro ti danno un ombrello
.

Le città possono diventare familiari anche solo se intrappolate in una immagine.
I colori passano da un lato all’altro dell’obiettivo, senza perdere la loro intima natura, quella di spunti per dare senso, contorno, vita alle cose là fuori.
E quando ai bambini dici di fare un disegno, più crescono e più disegneranno cose, perchè le persone si accorgono che sono sfuggenti, che sono difficili, che le loro espressioni possono dire e fare tanto.
E le cose sono case, montagne, soli, cose lontane da loro. E il cielo guarda sempre, sospeso, sempre azzurro, quasi mai imbronciato.

La forma artistica dell’acquerello mi è sempre sembrata difficile. Difficile rendere coi colori diluiti, con i polpastrelli strofinati un mondo di chiari e di scuri.
Ma poi ricordo una performance artistica cui ho assistito, a Roma, in Porta Maggiore, e ricordo anziani, giovani, donne e professori di una scuola d’arte del centro, entusiasti ad immortalare la porta coi suoi costoni, le sue luci, i suoi colori di terra.
Ecco. L’acquerello li aveva riportati alla loro natura primaria.
Curiosi, sereni, con le labbra serrate e le punte delle lingue fuori, come bambini di fronte ad un foglio di carta e al cimento.

Nesta estrada não nos cabe conhecer ou ver o que virá
E o fim dela ninguém sabe bem ao certo onde vai dar

(E.)

Published in: on luglio 10, 2008 at 11:45 am  Comments (13)  
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Spensieratamente

Madrid – Atocha – binari – foto di Musa disoccupata

Mi spensiero da sola di solito.
Come spettinarsi. Quando te lo fanno ti dà ai nervi, quando è gesto soggettivo è liberatorio, quasi imprescindibile.
Spensierarmi non è facile.
Quando qualcuno ci prova a volte mi innervosisco anche, come per scostarmi la polvere dalle spalle, come quando la sigaretta del tuo vicino è troppo carica di cenere e vorresti chiedergli di sgrullarla e ti mordi le labbra per non dire niente.

Spensierarci è il mestiere più usato. Il mestiere dei pubblicitari, dei sociologi, dei politici.
Spensierarci, come se non pensare alle cose possa farcele vedere nel giusto modo.
Liberare la mente. Così da farci pensare che poi tutto sommato non siamo così malaccio, che anche se desideriamo di andare lontano poi quando ci guardiamo allo specchio troviamo sempre qualcosa per cui riinnamorarci di noi.
Delle nostre buffe cose, delle nostre strade, della nostra casa, per piccina ch’essa sia.
E ci ripiaciamo.
Come quando si mette a posto un rapporto.

E anche se non capiamo davvero come è possibile stare in narcosi contenti, ci restiamo.
Guardiamo il mondo che sa da dentro all’acquario.

Credo ci siano strade che continuano anche dove non le vediamo. Tocca solo imboccarle, come i binari immaginari. Prenderle al volo e voltarsi solo quando il varco è sparito. E indietro non si possa tornare.
(E.)

Published in: on luglio 9, 2008 at 12:29 pm  Comments (19)  
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Espera

Una estatua espera algo en algún lugar escondido en Praga – una foto di Pedro J Pacheco

Sin da piccola i viaggi sono stati al centro dei miei desideri.
Eppure i bimbi non amano aspettare.
Non amano attendere che il tragitto sia passato, non sentono il viaggio durante, lo vedono solo quando il panorama è cambiato, lo vedono nei volti, negli accenti, nelle case colorate diversamente, negli intonaci e nei monumenti, o anche solo nel letto diverso e nel profumo dell’aria che porta con sè effluvi che non conoscono e che rimangono in mente, iniziano lentamente a diventare familiari, fin quando non si rivarcherà la soglia di casa e l’odore di proprio vincerà sul resto, l’inconfondibile senso di casa che respira negli angoli, nelle porte, sulle sedie.
Eppure se chiudo gli occhi ricordo i profumi delle città dove sono stata. Gli odori preminenti almeno. Il fresco frizzante di Imperia nei mattini assolati di Luglio, il bagnato ferroso di Londra nelle sere di Giugno e l’odore di cannella negli angoli a Dicembre, le fragranze di pane e di brioches che entrano dalle finestre aperte di Parigi in primavera, l’odore di erba tagliata nei pratini di fronte casa nelle domeniche estive in Emilia, la resina umida nelle mattinate rosse di foglie cadute di Ottobre a Stoccolma.
Da bambini il tempo d’aspetto non è benedetto. Suona con corde stonate, sa di treni bui e di tende scostate, di panorami che scorrono veloci davanti agli occhi e di nuvole lente quasi immobili, come se il tempo fosse a loro contrario.
L’attesa e il viaggio adesso invece sono intimamente connessi.
Entrambi portano con loro un brivido, che si svela spesso dopo che tutto è svanito.
Dilatandosi a dismisura nel tempo di viaggio, che spesso supera anche quello del ritorno.
(E.)

Published in: on luglio 8, 2008 at 11:30 am  Comments (18)  

Tango!

la foto è di -Noot-

Profumo d’Argentina, immagine sfocata dalla mia immaginazione fervida.
Scava sotto l’asfalto, il passo, l’incrocio, l’ocho adelante, la medialuna.
Si mescola alla lingua, alle scarpe su misura, agli abiti fruscianti.
Respira nella sua lingua, che è diversa dalle altre, è l’argot degli emarginati, che nella milonga, nel vals, trovano la loro espressione, il loro mondo, le loro parole. Il lunfardo.
In lunfardo nascono le canzoni, che cantano la tristezza e le gioie, la nostalgia e la distanza, le speranze e le aspirazioni, la solitudine, in una sorta di consolazione in musica. E la canzone chiama il movimento, un movimento da vicoli, da strada, ma che porti dentro di sè ogni cosa, la lingua, la passione, il dolore. Il tango.
Con un bandoneòn e un marciapiede si può tutto.
E nelle strade si danza e si racconta di leggende, su come nacque il tango, prendendo ispirazione dalla milonga, dalla habanera, dal candombè e su come nasce il bandoneòn.
Nei vicoli non c’erano pianoforti per accompagnare la danza, nè violini, nè arpe.
I bassifondi sono della povera gente, che improvvisa.
Questa specie di fisarmonica arriva dalla germania, importata come strumento di liturgia ecclesiastica, con lo scopo di sostituire l’organo nelle parrocchie meno dotate di mezzi economici.
La leggenda dei tangueri narra che gennaio del 1868 una nave svedese, la “Landskrona”, gettò le ancore nel porto di Buenos Aires e parte dell’equipaggio fu invitato ad abbondanti libagioni per tre giorni. Durante questa permanenza un marinaio, avendo speso fino all’ultimo peso, barattò il suo bandoneòn per un’ultima bottiglia di liquore.
Il primo bandoneòn del Sud America.
Uno strumento che con il suo timbro riuscì a restituire la profondità, la malinconia e la corposità a quella musica.
E il profumo dei vicoli, misto alle albòndigas, alle empanadas o ai chioschi di churros, restituisce tutto lo spirito, tutta la melodia dei dimenticati, dei suoi creatori, nel loro slang creato per non farsi comprendere dai carcerieri e che ora assurge a lingua di un genere musicale. E si fa ricordare, senza bisogno di appuntarselo alla mente.
E’ inconfondibile.
“Il Tango è un pensiero triste che si balla” (Enrique Granados)
(E.)

Published in: on luglio 7, 2008 at 12:16 pm  Comments (12)  

Dervisci

la mia lampada di Aladino – solo la foto è mia*

Di porta in porta, attraverso il mondo.
Stamattina mi è venuta in mente la lampada di Aladino. Sarà che rip vuole un miliardo per mettersi a posto per la vita, sarà che le atmosfere di questa foto possono far pensare al mondo arabo, al massimo nord africano, mi ritrovo con il termine darviscio/derviscio che mi ronza nella testa.
L’asceta lo lascio da parte che mi interessa meno, vado al nocciolo del termine quel “cercatore di porte” che pare interessante.
Le porte come aperture come usci come ingressi come dipartite come acessi come decessi come luce come notte come accoglienza come chiusura.
Siamo un po’ tutti mendicanti di aperture.
Cerchiamo pertugi dove infilarci, scampoli di aria dove insinuarci, crepe di muro dove scivolare. Per inserirci, per immetterci, per inocularci.
Nel tessuto. Un tessuto qualunque, che sia una stoffa o una società, ci basti non essere soli.
Ma le porte non sono tutte uguali, tocca saperle cercare e sapere imboccare quelle giuste.
E i dervisci non sono tutti onesti. Alcuni ci invitano e poi ci chiudono dentro.
Alcuni in cambio di millantate prelibatezze prendono le nostre impronte, dicendoci che lo fanno per rispettarci di più.
Scendi quei gradini e quando sarai in fondo vedrai che quella porta si aprirà da sola davanti a te: ti troverai in un grande sotterraneo, diviso in quattro vani comunicanti, e in ciascun vano troverai quattro vasi pieni d’oro e d’argento. Bada bene: non lasciarti trascinare dal desiderio e non toccare nulla di quei vasi, non sfiorarli nemmeno con il lembo della veste, perché se tu facessi ciò saresti immediatamente tramutato in un blocco di pietra nera. Nel quarto locale troverai una porta: aprila pronunziando il tuo nome, quello di tuo padre e quello di tua madre, e passa oltre. Ti troverai in un giardino meraviglioso, pieno di alberi carichi di frutta saporosa, ma bada di non toccare nulla. Cammina invece sempre diritto davanti a te per cinquanta passi, e ti troverai davanti a un padiglione al quale si accede per mezzo di una scala di trenta gradini. Al centro del padiglione vedrai una lampada di bronzo: prendila, vuotala dell’olio e nasconditela in seno; non temere per gli abiti perché quello è un olio che non macchia. Ciò fatto torna indietro e portami quella lampada che sarà la cagione della nostra immensa ricchezza.
(dalla storia di Aladino – Le mille e una notte)
E noi, dervisci del mondo, che possediamo pulsioni, differenze gli uni dagli altri e spinte verso questo o quello, siamo uniti sotto lo stesso tessuto, quello del cielo, anche se alcuni di noi vorrebbero averne uno tutto per sè.
(E.)

Published in: on luglio 3, 2008 at 9:43 am  Comments (26)  

Soccer/Footer

la foto è mia

A testa in giù. Cantare e poi scrivere le note, cercare un nome e poi creare l’oggetto. Il contenitore sopra il contenuto. Sotto il contenuto. Intorno al contenuto.
Un calcio sulle gengive e il calcio nei denti. Sempre di calcio si tratta, l’uno buono l’altro cattivo. Dipende dai punti di vista e nessun nome protegge dalla cattiveria.
E il caso scava un fossato fra ciò che è stato e ciò che avrebbe potuto essere. Un calcio qualunque, lo mette lì a guardia del fossato per vedere lo spettacolo, per sapere come va a finire.
E noi cosa cerchiamo in fondo? Quale calcio, quale metallo, quale pezzo d’osso, quale pedata, quale fondo di pistola?
Cerchiamo una nota, una di quelle acute, una a margine, una finale, una a piè di pagina, una di credito, una di biasimo, una di spesa, una di spicco, una di sottofondo.
Un nome qualunque per farci ricordare o un ricordo qualunque per farci nominare.
(E.)

Published in: on luglio 2, 2008 at 10:17 am  Comments (18)