The way it is

light’s dead di piXo, sotto la foto la canzone di nicole atkins

Ci sono parole che non significano quasi nulla da sole, necessitano di accompagnamento e altre che sono cariche di parole dentro, piene come un mazzo di fresie odorose.
Ci sono canzoni che ascolti una volta sola, per caso, in una sala d’aspetto con un tizio che tira su col naso continuamente, con una bimba con le gambe lunghe e la fascia per capelli, e quella volta basta per fartele piacere.
Ci sono momenti che se li attraversassi da soli senza accompagnamento non li ricorderesti nemmeno strizzando il cervello. E invece altri sono così, chiari, nitidi. Ricordi la luce fra le tende, il colore del sole pallido di un settembre sbiadito sui vestiti di un vecchietto semiaddormentato.
Il distributore dell’acqua e la voce della cantante che attraversa con un solo colpo la sera e i pensieri. Accarezzandoli un po’.
Con un sorso d’acqua e la sera che muore davanti agli occhi, srotolandosi piano come un vecchio film, con le pagliuzze che si muovono e tutto il resto.

(E.)

Published in: on settembre 16, 2008 at 11:23 am  Comments (9)  

L’erba voglio

la foto è di dOoMs

Volevo fare l’artista.
Volevo suonare il pianoforte e cantare. E passare il tempo a guardare gli altri, il mondo e a disegnarli con parole, suoni e voce.
Volevo poter scrivere in pace cose che tutti avrebbero capito. Ma adesso che ci penso che capissero non mi importava un granché.
Volevo cambiare il mio spazio intorno, volevo avere una casa tutta mia, che avesse dentro i colori che amo, sulle pareti.
Volevo poter suonare in sala i pezzi che mi piacevano, senza abbassare il volume, se non per puro piacere di farlo da sola.
Volevo camminare ondeggiando, mettendo il resto del mondo al ritmo delle cuffie nelle orecchie.
Volevo sbirciare i volti di sconosciuti senza paura d’essere guardata storta.
Volevo cantare le mie canzoni e scrivere i miei libri.
Volevo sedere di fianco a questa signora qui, proprio questa, senza doverle dire nulla, e sapere che anche lei avrebbe voluto essere lì. Senza una ragione.
Ho coltivato concretezza. L’ho seminata e tenuta al caldo.
Ed è cresciuta.
L’estro l’ho messo tutto intorno. Come una decorazione di una torta pretenziosa.
L’ho lasciato andare come edera a penetrare negli angoli più bui e silenziosi.
Volevo non scegliere chi essere.
Volevo solo cantare, con le dita su un pianoforte.
E scrivere una canzone per te.
(E.)

Published in: on settembre 15, 2008 at 9:09 am  Comments (18)  
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Blue Hawaii

la foto è di littlelakey, sotto la foto “I’m yours” di Jason Mraz

Per chi parte, per chi resta.
Per chi sfida questa pioggia, per chi ha messo lo stesso la maglietta leggera, per chi canta ché il venerdì è fatto per cantare.
Per chi conta i giorni e sa che i conti non tornano mai.
Per chi salta, sia fosso, sia baratro, sia solo un appuntamento, conta saltare e basta.
Per chi torna, ché tornare è sempre una gran bella scusa, per ripartire.
Per chi ha voglia di vacanze e ha il rumore del mare ancora nelle orecchie e scopre che è solo la pioggia dietro le finestre, che batte.
Per coloro di cui sopra un paio di gocce di pioggia.
Un regalo di settembre.
Che sorride e fruscia, che canta e lascia i piedi bagnati.

(E.)

Published in: on settembre 12, 2008 at 9:13 am  Comments (21)  
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Apri la bocca

chiudi gli occhi – una mia foto

Mi è tornata in mente una canzone. Sepolta sotto macerie di note e di immagini.
Ricordo che è contenuta in una musicassetta primissimi anni novanta, una di quelle disegnate a mano, con le scritte col pennarello nero.
Ricordo i suoni sgualciti dal troppo ascolto e dal nastro arrotolato, ricordo una chitarra di base e voci maschili e il canto di chi non si arrende.
Ricordo quegli anni, così sfiniti, dal poco sonno e dalle tante promesse.
I canti al buio, le serate nelle cantine a provare cose che nessuno avrebbe mai sentito.
Il sogno di dire qualcosa che potesse farci diventare una generazione nuova.
La generazione figlia di Reagan, dei racconti di San Francisco di Maupin, della musica italiana fa schifo, degli scimmiottamenti dei più grandi, quelli che negli anni settanta erano già adulti e ci parevano così affascinanti anche se dicevano le stesse cose, da quindici anni.
Vi regalo il testo di questa canzone, che poi ho scoperto essere stata incisa dalla Mannoia, e confesso di non averla mai sentita cantata da lei.
Se vi capita l’album “Santantonio” compratelo, vi ricorderà quegli anni, quei primi anni novanta, figli degli ottanta di chi non sapeva chi fosse, ma poi qualcosa ha deciso di essere.

Senti il ritmo indiavolato
dei pensieri che avvertono che
questo è l’istante
di spaccarsi le mani anche se

Vedi gli occhi che si abituano
a guardare nel sangue di chi
non si risparmia
e cerca il sole anche dove non c’è

Apri la bocca e fai fuoco
brucia la calma che hai
apri la bocca e dai fiato
usa la forza che hai.

Se fai male il male torna
qui lo sanno e nessuno lo fa
non ti stupire di chi ride beato di se.
Se anche il naso ti si abitua,
a sentire l’odore che c’è
difendi il corpo
e cerca il sole anche dove non c’è.

Apri la bocca e fai fuoco
brucia la calma che hai.
Apri la bocca e dai fiato
usa la forza che hai.

Apri la bocca e fai fuoco
brucia la calma che hai.
Apri la bocca e dai fiato
falli sentire indifesi
(Rosso Maltese)

(E.)

Published in: on settembre 11, 2008 at 9:53 am  Comments (18)  
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Clouds band

Orquesta de nubes di Pedro Pacheco (la batuta que dirije el cielo junto al Palau de la Música de Valencia)

Ci sono giorni in cui qualunque tempo faccia sembra perfetto.
Anche col mal di testa o con una giornata che parrebbe lunga e noiosa.
Ci sono giorni in cui una voce può fare la differenza, in cui i passi sull’asfalto sembrano a tempo di musica, qualunque musica si stia ascoltando.
Il sole o le nubi non fanno differenza. È ancora settembre.
E a settembre qualunque cosa non è definitiva.
(E.)

P.S. oggi c’è il sole, ringrazio Pedro che ormai è diventato un amico e fa foto stupende, sotto la sua foto trovate il mio suggerimento musicale per la giornata, che non ha bisogno di presentazioni.
Published in: on settembre 10, 2008 at 9:43 am  Comments (18)  

D’ici à un mois

Le forze russe sono pronte a lasciare la Georgia entro un mese.
Barak fa una gaffe da almeno sei punti di gradimento.
La borsa di Tokyo sbadiglia. Risponde uno squillo di tromba.
Ci sono gocce che scavano in poco tempo, ci sono riti che si celebrano tutti i giorni, ci sono parole che non si pronunciano mai.
C’è il solito profumo che si sente tutte le mattine che si posiziona in quel punto esatto del tragitto e della testa che non ci si chiede nemmeno che profumo sia.
Oggi l’ho atteso, ritrovato e definito.
È odore di matita. Quando si tempera e il legno e la grafite rilasciano quell’odore che riporta all’infanzia.
Di questo sanno le edere che scendono giù dal piccolo arco che attraverso tutti i giorni.
Ma da qui ad un mese mi sarò dimenticata.
Come da qui ad un mese le promesse di oggi saranno svanite.
(E.)

la foto è di kendertanit – onde di matita, sotto la foto “In Italia” – Fabri Fibra feat. Gianna Nannini
Published in: on settembre 9, 2008 at 9:18 am  Comments (21)  
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Una promessa e una ragione

la fine di un sogno di fabionico

Mio padre era una giovane promessa del calcio di fine anni sessanta e inizio anni settanta, aveva anche avuto un bell’ingaggio dalla reggiana e giocava da centravanti.
Interruppe credo nel settantadue, ma non ne ho le prove certe, interruppe per un buco al polmone e per la testa bacata che aveva (il polmone credo si sia curato, la testa no, purtroppo).
Io questa cosa l’ho vissuta come una sorta di leggenda a metà fra il clandestino e le robe da maschi.
Le zie (le sue sorelle) sono sempre state convinte che fosse una cosa degradante fare sport per vivere, lo sport fortifica semmai, ma non deve mai intralciare le altre occupazioni della vita, che sono quelle di seguire pedissequamente una sequenza per loro vincente che dopo la trafila di studi porta inevitabile al posto fisso della vita e al matrimonio con tappeti di fiori e sigla finale.
Lui no, lui aveva trasgredito e era anche andato alle trasferte, aveva comprato scarpini con chissà quali soldi, aveva anche lasciato il basket, la cui scuola era nel loro quartiere, e si era allontanato, nientepopòdimeno che nella parte sud della città, ai campetti quelli buoni, quelli non di terra e di fanghiglia, quelli meno sassosi, con ciuffi d’erba anche, rari e secchi, ma erba.
E poi aveva anche deciso di correre il rischio di fare provini e andare altrove, una cosa davvero deplorevole, lui che doveva studiare legge e fare l’avvocato!
Lui che lasciò legge e che lasciò qualunque cosa si potesse lasciare al mondo.
Questi sono pezzi di racconti, cuciti a mò di coperta della nonna, fatta con gli scarti di lana che però alla fine viene bella colorata, una coperta di quadrati con colori e fantasie diverse, che scalda e che tuttora poggio sul mio letto nelle sere tardo autunnali per sentire quegli scampoli di lana raccontare cose, dirmi cose che non ho mai udito o che ho dimenticato col tempo.
Non so che cosa accadde di particolare. So che lui raccontò di essere bravo e di essere stato ingaggiato dalla reggiana. Soldi comunque e altre piccole cose. Qualche donna, qualche sfizio.
La fine di questa avventura nel mondo del calcio è rimasta sempre avvolta nel mistero.
A parte il buco al polmone e i contrasti in famiglia, la chiusa in una casetta in montagna per mesi per riprendersi, scortato da una delle sorelle, non rimane nulla.
Come se il buco fosse stato un buco nero.
Tuttavia per il mio scetticismo riguardo al soggetto, data la testa di cui sopra, consideravo questa avventura e quei vecchi scarpini (neri con le strisce bianche, duri come il marmo che non so davvero come facesse ad indossarli) che avevo scovato da qualche parte, come una delle tante cose misteriose della mia famiglia (che di scheletri e misteri ne ha da vendere).
Sinché un pomeriggio di circa otto anni fa mi trovavo con lui in un paesino del reggiano, in uno di quei baretti da bianchetto e da vecchietti, da sotto portici, da semiombra, da scopetta con gli amici.
Il mio sguardo andò ad una vecchia foto su un muro ingiallito, una foto della reggiana del ’70 credo, ma potrei sbagliare data, e uno dei volti lo riconobbi perfettamente.
Con gli occhi sgranati riconobbi la basetta lunga, i capelli indomabili, gli occhi da teppista e il sorriso sornione, il suo, quello di sempre.
Si accorse di questa cosa e si avvicinò alla foto e annuì; il barista attempato notò tutto e con un Cal ṣugadōr! ad alta voce richiamò l’attenzione di tutti, gli disse che la faccia c’era, era sempre quella di allora e che il tempo comunque era passato.
Ci offrirono da bere e per me bere alle quattro del pomeriggio è come darmi un sonnifero, tempo mezzora ho le gambe pesanti e un sonno tremendo.
Ma bevvi. E per una volta gli credetti.
Un’basta avé la rasònm, bsogna ch’i t’la dëga

(E.)

Published in: on settembre 8, 2008 at 7:34 am  Comments (26)  

In between days

jacq and the tree - di aged valpo - sotto la foto i cure

jacq and the tree - di aged valpo - sotto la foto, i cure

Ancora caldo. Non si è stancato.
Un senso di transizione, fra quello che è stato e quello che potrebbe essere.
O è già l’autunno e non lo sappiamo.
Fra Barack e John, fra uragani e compagnie aeree.
Come se il problema fosse solo l’aria e non la terra, l’acqua e anche il fuoco.
Venerdì di interpunzione. Come quando si fa una pausa breve o lunga fra una cosa ed un’altra. E poi il discorso continua.
Si va a capo, ma stesso foglio e stesso odore di caffè intorno.
Che le mattine se le annusi sanno quasi tutte allo stesso modo.
Mentre la pioggia, quella delle stagioni, profuma diversamente e ti dice, con gli occhi chiusi, dove sei e se è passeggera.
Tocca riconoscerla.
Per esempio ne ho annusata una di cannella l’altro giorno e sussurrava: duro poco, come tante cose in questo mondo, quindi prendimi subito, inebriati adesso o sarà troppo tardi.
Buon venerdì e tutto il resto.

(E.)

Published in: on settembre 5, 2008 at 9:19 am  Comments (21)  
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*Milano*

la foto è di confusedvision – sotto gli style council – you’re the best thing

Guardavo dal finestrino Milano accaldata, in mezzo alle sue strade spopolate, alla sua periferia est così rumorosa.
La guardavo e mi veniva in mente il perché ci sono finita.
A quando ho davvero preso questa decisione.
E a quando essa è divenuta inevitabile, come il tramonto dopo il giorno. Come quando dopo il caffè ci sta la sigaretta, in silenzio, magari, senza troppe parole di contorno, ché se ti parlano ti verrebbe da chiedere di smettere e di ascoltare la pace, quella dell’appagamento.
Ho imparato ad amarla in silenzio, pur cacciando via questo pensiero dalla mia mente.
Come quando si ama un uomo troppo distante, o un uomo sbagliato.
Come quando ti guardi allo specchio e ti dici qualunque cosa, ma se qualcuno osa dirti le stesse cose lo sbraneresti.
Milano è da lasciare andare.
Non da amare, non da cercare, ché non verrà mai.
È da portare a spasso, come un cane sonnolento, che quando meno te l’aspetti ti guarda con due occhi unici e non sai resistergli.
Milano ti stringe e ti lascia esanime senza fermarsi. Ti abbandona e ti cura dal male della solitudine con altra solitudine.
Ti cuce addosso il suo cielo bianco e livido, che quando non lo vedi quasi ti preoccupi.
Ti piace perché non è tua e non può esserlo di nessuno.
Milano ha i tacchi alti e cammina poco. Corre e si dimentica.
Spia e ignora.
È la donna che tutti vorrebbero.

(E.)

(Oggi è il compleanno di questo blog, iniziato appunto con il post “Milano”, continuo da qui, quindi. La mia compagna di viaggio che ha iniziato con me questa avventura è a Valencia, a lei oggi vanno i miei saluti e ai viaggi che faremo e che facciamo tutti i giorni)
Published in: on settembre 4, 2008 at 8:13 am  Comments (29)  

Grata d’asino

una delle sicilie delle mie foto

Tutti siamo roba smessa da altri.
Come vestiti del fratello maggiore, indossiamo magliette non nostre, che posseggono il profumo di altri.
Ci ostiniamo a dire che le emozioni che proviamo sono uniche e che perdiamo tutto il nostro passato tutte le volte che camminiamo in una strada diversa.
Ma le scarpe sono le nostre e il nostro istinto di aderire al terreno, di non cedere all’asfalto dei nostri tacchi fa tutto il resto.
L’istinto.
Quell’istinto d’animale in gabbia che ha smesso di sentirsi tale e crede, con le parole, i pensieri e le mirabili vacanze che fa, di potersi scordare del suo respiro ansimante, del suo olfatto, della sua coda dismessa.
Roba smessa e coda dismessa.
Un destino che per comodo ci sfiora solo se ci fermiamo nella corsa.
Però sotto quella maglietta ci siamo noi!, urliamo in quell’istante.
Ci siamo, ma siamo qualcosa che per coraggio o follia abbiamo messo un po’ da parte.
Per correre o per amare, conta poco per cosa. O tanto.
(E.)

Published in: on settembre 3, 2008 at 7:43 am  Comments (23)  
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