Sulla mia cattiva strada

il titolo del post è di de andrè, sotto la foto d’autore, star wars e i frankie goes to hollywood

adoro i fiori, anche se son recisi
diffido dei moralisti, che ce l’han su con quelli che comprano fiori
detesto i fiori finti, le piante finte, i campanelli che suonano in modo strano e i telefonini che cantano al posto di suonare discreti o di tacere
adoro le strade, i fiori e le strade, la natura e i petali sparpagliati dal vento nelle mattine gelide
adoro le donne del nord dell’europa che camminano al mattino con la spesa e i fiori
come se il bello e il buono dovessero andare sempre insieme

(E.)

Published in: on ottobre 31, 2008 at 11:11 am  Comments (18)  
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Milonga

la foto e l’emozione sono di Pedro Pacheco, cliccare sotto per sentire il bandoneon

Si può essere soli come una sedia. In una stanza dimenticata.
Lieti di avere quattro gambe, per poter ballare senza un compagno.
Si può scivolare sulle curve e non arrivare mai al traguardo.
Ché la corsa non sempre è bello finisca. Spesso la corsa è tutto quanto.
È il senso del tutto.
E quando finisce resta la vernice nera e il silenzio.

Si può fermare tutto. E respirare profondo.

Ma solo se la musica non smette. Nel frattempo.

(E.)

Published in: on ottobre 30, 2008 at 10:34 am  Comments (10)  
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Giudizio universale

la foto è mia, sotto per ascoltare paolo pietrangeli

Ci sono imitazioni ed imitazioni.
Ché qui nulla è dato per scontato e tutti sono scontatissimi come i saldi di gennaio. Ripulisti dei magazzini e l’ultimo chiuda la porta.
Disinformazione! – urla il padrone delle televisioni.
Mentono tutti.
Io sono sereno.
E visto che ci siamo, nessuno scelga i parlamentari europei, tanto non si sceglievano nemmeno prima.
E la democrazia regni nelle aule dei tribunali, nelle aule magne delle università.
E i giudizi universali, per chi ci crede, restino, come il povero Narciso, a rimirarsi da soli.
Ché noi paura non abbiamo.
(E.)

Published in: on ottobre 29, 2008 at 8:05 am  Comments (12)  
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Beau comme un…

la foto e il titolo sono di B N C T O N Y, sotto una partita di scacchi del tutto particolare

I perché si dimenticano.
Le ragioni per cui, le cause di, i motivi.
Rimangono i segni, i graffi, la ruggine.
E la cagione di tutto questo è smarrita.
Come smarrire un anello in un prato.
Bello come qualcosa che rimane.
Che porta con sé la sua storia, il suo tragitto.
Ma tutto questo è cancellato.
I perché si dimenticano.
Si dimentica come si sia giunti a tutto questo.
Si dimenticano i crac, le cadute.
E si continua come se quella ferita ci fosse da sempre, fosse sempre stata lì.
E il perché sia venuta è scivolato via.
Coltri di neve, foglie a strati, sole di raggi furenti.
Bello come un giorno, in cui ricordare il perchè non conta.
Conta solo averlo ritrovato.
(E.)

Published in: on ottobre 28, 2008 at 10:06 am  Comments (11)  
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Lo strazio dei collants

la foto è di auro

Non è un post femminista, ché in tempi di carfagne c’è poco di cui essere fiere.
Ma dico come si fa a coniugare al femminile senza finire nel superficiale o nel generalista?
Essere donna è o carriera o figli?
E se si mettono nella stessa frase senza avversativo vuol dire che una delle due vale di meno?
Le donne che parlano di donne sono da riviste di settore? Se chiedo al mio uomo come sto meglio perché la risposta è “qualunque cosa tu metta” e la risposta non è quella giusta, ma se non l’avesse detto avrei messo su il muso?
La verità non esiste. Ma odio i collants e tutto quello che comportano.
Scarpe adeguate, capelli a posto e discorsi sullo smalto.
Preferirei che il bello e il genere fossero distinguibili da altri particolari. Come per gli uomini. Che anche col naso lungo e le calze bucate sull’alluce possono non sentirsi fuori luogo. Con le scarpe allacciate, intendo.
A noi basta un reggiseno sbagliato per sbagliare una giornata. E per farci venir voglia di fare un cambio di stagione e cambiare le tende. Ché poi odiamo le tende.
(E.)

Published in: on ottobre 27, 2008 at 10:48 am  Comments (23)  
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Stati di grazia del terzo tipo

la foto è mia, sotto l’orizzonte la voce di buckley

Ci si abitua a sé stessi, come alla voce di jeff buckley.
Ci si abitua a tutto, al sole, alle vacanze, alla nebbia, alle luci al neon.
Assuefazione e benzodiazepine.
Ad un tratto poi viene lo stupore, quando si scopre di essere importanti per qualcun altro che non sia quello che saluta dallo specchio tutte le mattine.
E anche se tutto, prima o poi, diventa abitudine, quello stupore lo si cerca tutti i giorni. Come fosse il primo respiro dopo l’apnea.
Il primo segno di vita sulla terra.
Su una terra dimentica e stanca. Che sa ma non ricorda. Ché lo stupore, anche se per un attimo, vale sempre la pena.
E per assuefarsi c’è sempre tempo.
Nel mentre tutto il resto.
(E.)

Published in: on ottobre 24, 2008 at 7:55 am  Comments (18)  
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The postman

Il postino si prestò per questo scatto e il neonato nella sua sacca lo fece inconsapevole.
Come quando si ascoltano i vecchi dischi e le voci incise sono gli unici ricordi tangibili di anime ormai svanite, così questi occhi e questo profumo di sottofondo, che sa di campagna e fumosi treni che attraversano il panorama.
La foto è del 1900 e il servizio postale di pacchi fu introdotto nel 1913.
Ecco quindi la posta che si sostituisce alla cicogna e dimostra che può consegnare due bimbi con francobolli attaccati alle vesti, attraverso la ferrovia e i postini cittadini, sino alla destinazione finale.
Chiaramente c’è chi prese alla lettera in tutti i sensi questa cosa e il Servizio Postale Americano si affrettò, appena se ne avvide, di proibire questa pratica, con apposito divieto.
La foto appartiene al Museo Smithsoniano di Washington DC e racconta, come tante foto fanno, il mondo in cui è stata scattata.
Ci sono storie che si inventano, che debbono essere costruite, studiate.
Altre che superano ogni fantasia, si costruiscono da sole come castelli in aria a sfidare le leggi del tempo e del mondo corcostante.
Certe storie si leggono senza parole, si trovano in immagini di sconosciuti che narrano senza fiatare.
In ogni piega del vestito del postino, in ogni ombra del viso del bimbo, si scorge un giorno che è stato e che urla agli altri la sua dignità e il suo coraggio di resistere.
Dentro una sacca, con un francobollo.
(E.)

Published in: on ottobre 23, 2008 at 9:30 am  Comments (11)  
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In a bar, under the sea

sotto la copertina del libro, disappointed in the sun, da ascoltare

Ricordo una casa di legno, nel torinese. E io scalza che guardo fuori, il monte di san michele, la campagna intorno, una luce fioca di un mattino di un sabato qualunque, dieci anni fa.
Ci sono storie che si accavallano e si costruiscono come se fossero vere, che a volte fai fatica a stabilire se lo siano o meno.
Ascoltavo questa canzone.
E ho costruito una specie di storia.
Avevo letto anni prima un libro di Benni, di ventiquattro racconti, con ventiquattro storie che fanno il verso al nostro modo di vivere, alla realtà che supera il surreale.
Insomma avevo immaginato una storia così.
Una libreria straniera, due belgi dentro che cercano l’ispirazione per un disco.
Ed ecco il bar sotto il mare e le sue storie, il cane, la pulce, il vecchietto, il barista.
Vengono quasi fuori le parole e la melodia, con un pianoforte in sottofondo, che quasi pare di sentire il barista che serve qualcosa, senza parlare della pioggia lì fuori.
Che la pioggia lava via e invece il mare entra, non puoi tenerlo fuori.

Fra i racconti questo:
C’era un uomo che non riusciva mai a terminare le cose che iniziava. Capì che non poteva andare avanti così. Perciò una mattina si alzò e disse: “Ho preso una decisione: d’ora in poi tutto quello che inizie…”

(E.)

P.s. aggiungo dopo segnalazione di Gds il link sul “leggosaviano”, iniziativa del 24 ottobre a napoli, cliccate qui per saperne di più, e se siete da quelle parti fateci un salto.
Published in: on ottobre 22, 2008 at 10:01 am  Comments (19)  
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Save room

la foto è della bravissima alzugarh, adolescente, sotto john legend e la sua canzone

Ho a che fare con robe strane tutti i giorni, e queste robe strane mi fanno pensare a come si possano conservare le cose per mantenerle.
Lasciarle intatte come spermatozoi per la FIVET.
Non è possibile. Anche se nei film di quando ero piccola pareva possibile congelare una persona e riscongelarla quando avesse stabilito fosse, per permetterle di vedere cosa sarebbe stato e ritrovare le sue mani intatte e la sua giovinezza. La sua vita comunque.
Mele rattrappite in frigorifero nonostante tutto il freddo preso.
Zucchine moribonde e latte scaduto.
Tutto ha un termine.
Una data di scadenza.
E spostarla sulla confezione può solo far finire in galera. O al camposanto.
Gli amori sono belli quando non si sa nulla. Né quando inizino, né quando finiscano.
Fin quando ce n’è.
Senza crioconservazione. Ché conservare non sempre vuol dire ritrovare.
Anzi, intatto non si ritrova nulla.

(E.)

Published in: on ottobre 21, 2008 at 8:02 am  Comments (19)  
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Musica, musica, musica

sotto la foto di nina, una delle innumerevoli versioni di bongo bong

Della Roma che ho lasciato ricordo il suo ottobre caldo, come un raggio di sole su un vetro a sciogliere ogni dubbio.
Ricordo la musica, tanta musica. Una città in musica, dal mare al centro.
Ostia stesa ad asciugare, con biciclette e palloncini al sole. Un canuto chitarrista sul bordo del pontile. Un teatrino improvvisato e bambini con le labbra di cioccolato.
Via del corso come un torrente, di colori, pantaloncini e canottiere, cappelli e giacche pesanti, in un misto di fragole e panna, di gelati e caldarroste, e ancora roller blades uno dietro l’altro e salite e discese e radioloni anni ottanta dietro a rotolare insieme, artisti di strada accovacciati sul selciato, un bimbo con un jambè ad accompagnare la passeggiata, e piazza del popolo con un paio di elicotteri dentro e via del babuino elegante nei suoi negozi nuovi di zecca, e il pincio sotto un albero di cachi a guardare il sole che muore.
Musica di sottofondo.
Roma è musica, sempre.
Che se la spegni pare un delitto.
(E.)

Published in: on ottobre 20, 2008 at 10:37 am  Comments (11)  
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