Solitario

la foto è di pedro pacheco, deliziosa, come sempre, sotto da ascoltare i fun lovin’ criminals

Mostrare la propria parte migliore.
Questo viene naturale. Come quando si passa davanti allo specchio prima di uscire.
Che si tende a mascherare i propri difetti, le proprie mancanze, anche se si crede di non farlo.
Feroci con noi stessi e feroci con gli altri. In una sorta di lotta da savana, in cui vince chi non rimane solo però. E il perdente rotola, come un cappello vecchio.
Ma quanta poesia in quel rotolare. Solitario e elegante.
Come una danza del cigno prima di morire. Sinuosa e fiera.
In un mondo che punisce il debole, che lo annienta e lo distrugge, io raccolgo quel cappello.
E lo metto in testa prima di partire.
(E.)

P.s. mi assenterò per qualche giorno, nel frattempo rotolerò a Roma.
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Published in: on ottobre 16, 2008 at 9:24 am  Comments (25)  
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Piove un mondo freddo

la foto è di aknacer, per ascoltare anybody seen my baby cliccare sotto

Era Natale, scartai un pacco di quelli grandi, di cartone rigido.
Ci trovai dentro un accappatoio azzurro.
Adesso chiunque conosca Paolo Conte sa cosa significhi un accappatoio azzurro.
Un posto dove andare, dove trovare casa, dove poter fare un bagno caldo mentre piove un mondo freddo.
Me lo regalò e lo usai pochissimo, non lo portai con me.
Gli accappatoi azzurri sono fatti per restare dove stanno.
E se te lo regali da solo è la fine. Significa che vuoi rimanere.
Che il posto dove andare è arrivato.
Stamattina sono stata svegliata da Paolo Conte.
Quell’accappatoio azzurro non l’ho più visto.
In bagno c’era il mio ad aspettarmi.
Azzurro.
(E.)

Published in: on ottobre 15, 2008 at 9:45 am  Comments (11)  
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Perito Moreno

la foto deliziosa è di jazoni (jaakko kemppi) e sotto, con buona pace di cat stevens, maxi priest

Guardavo un documentario su raitre sull’estrema patagonia, profondo sud dell’argentina: un ghiacciaio eterno, eterno nonostante tutte le balle che ci raccontano sul surriscaldamento della terra, e su questo ho ampiamente discusso con fior fior di esperti, che possono parlare della balla colossale che ci hanno inculcato per nascondere gli altri problemi, quelli delle risorse energetiche, quelli dello sfruttamento della nostra terra, che sono ben più seri.
Dicevo in questo documentario c’era un ghiacciaio, uno dei tanti, una delle migliaia di ghiacciai del nostro pianeta, ma questo era speciale.
Ogni giorno si disfa per due metri e mezzo e si ingrossa per altrettanti, rimanendo uguale a se stesso da sempre.
Ecco, vedere quel ghiaccio azzurro cadere, quel crollo che nessuno può vedere tutti i giorni, quel silenzioso morire per rimanere in vita, mi ha commossa.
E pensare che questo mondo veloce e troppo preso da sé non sa nulla di tutto questo e che i nostri avi non avrebbero mai potuto immaginare questo esistesse. Conoscevano solo le loro città, le loro fortificazioni, le loro navi. E nulla più. E questo bastava loro.
Il cammino prosegue anche senza di noi. E quale meraviglia nel vedere che, proprio laddove noi non ci siamo, si proiettano i migliori spettacoli mai visti.
E non li vedremo mai. Ma ci sono.
Per nessuno spettatore.
(E.)

Published in: on ottobre 14, 2008 at 9:20 am  Comments (9)  
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Le foglie lo sanno

la foto è di andrew blumenfeld, sotto le foglie la musica: funky bahia

Di questi giorni ricordo il tempo folle di un ottobre che non vuole rassegnarsi.
Un vento leggero e un sole premuroso.
Le foglie nonostante tutto. Gialle nonostante tutto.
Che non si fanno incantare da una promessa non mantenuta.
Che non si fanno infinocchiare da un bel muso giallo, che non si fanno comprare come i negozi dai musi gialli ecco.
Le foglie lo sanno che è già autunno, lo sanno le strade e le piante sui balconi.
Di questi giorni ricordo, come un film che scorre veloce, fotogrammi che rotolano gli uni sugli altri, fotogrammi di cose comuni, spesa, partita di pallone, scale mobili, luci intermittenti, sergio mendes, milano silenziosa, il vapore del ferro da stiro, il sole sugli alberi ingialliti, l’azzurro del cielo sopra le creste degli edifici, le foglie cadute sul campetto di calcio, un ramo rosso attorcigliato su un albero di fronte alla finestra della cucina, i libri comprati a metà prezzo, il sapore del caffè dopo otto ore filate di sonno, la gatta che si struscia sulle mie falangi, il calcare sulle piastrelle del bagno, le canottiere di tela mandate in letargo per l’inverno come ghiri nei boschi.
Riavvolgo il nastro e vado al lunedì.
Mas que nada.
(E.)

Published in: on ottobre 13, 2008 at 9:39 am  Comments (15)  
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It’s got to be

nella mia foto i giardini dell’arena di padova, sotto i fairground attraction, perfect

Quando uscì questa canzone mi piacque subito, era il periodo in cui guardavo i primi video in tv e mi parve davvero delizioso.
Adesso che ci penso detestavo l’aspetto della cantante del gruppo. Non perchè ricordava mary poppins rossa, non per i suoi buffi capelli e le sue vesti, quelle le trovavo gradevoli. L’ombrello, i containers, i tunnel, tutto era ben messo, ben a fuoco dietro gli occhiali. Non per questo quindi.
Assomigliava alla seconda moglie di mio padre. Sputata.
Non era scozzese come lei, anzi.
La persi di vista, come del resto anche la rossa e il gruppo sparirono del tutto dalla scena musicale.
Si vede che doveva andare così per essere perfetto.
Buon venerdì.
(E.)

Published in: on ottobre 10, 2008 at 8:03 am  Comments (12)  
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Il trapezista

homens que voam di isaias mattos

La voglia di espatriare, di prender aria, di liberarsi dal raffreddore, di mollare la sciarpa, di mettere gli occhiali da sole è tanta.
Discorsi obbligati, sorrisi necessari, ore una dietro l’altra davanti ad un pc, telefono odiato, luce al neon e cartine con paesi colorati.
Di ieri sera ricordo il discorso di tremonti, berlusconi e la faccia di draghi, che pare Mr. Bean.
Come una specie di iniezione di fiducia che pare cortisone.
E ricordo com’era ascoltare i politici quando capivo meno quello che dicevano, per età forse, ma che mi sembravano autorevoli.
Mentve di tvemonti vicovdo solo la evve impvonunciabile.
I politici erano poco semplici, parlavano di cose che parevano di un altro mondo, che a noi già il paniere ci sembrava una cosa difficile.
La vita va al contrario della politica. Si è complicata, mentre la politica via via è diventata una cosa da carfagne.
E solo nella vita di tutti i giorni apprezzo l’eleganza serena del trapezista.
Quella di rendere semplici azioni complesse. Quella di chi, stringe i denti e va, con un sorriso, e quando scende da lassù ignora il sudore e la fatica e si inchina, modesto.
Un mondo che l’eleganza l’ha smarrita e del trapezio fa fatica a calcolarne l’area.

(E.)

Zero in condotta

la foto è di malì

Le proposte su una regolamentazione del traffico immigrati come fosse traffico stradale fanno riflettere su come siamo davvero alla frutta. Anzi su come la frutta stessa sia andata a male dentro il frigo durante la nostra assenza.
Continuazione al tema matrimoni di cittadinanza (sulle nuove frontiere, sbarrate, dei diritti dei gay parlerò senz’altro un’altra volta) è senza dubbio la situazione in Italia.
Un’idea sulle cifre degli sbarcati ce l’abbiamo, nonostante questo governo abbia sbandierato le azioni di contenimento e di esplusione, gli sbarchi aumentano e i centri di accoglienza, che davvero mi pare una bestemmia chiamarli così, straripano di gente che riceverà probabilmente un foglio di via che metterà in tasca e rimarrà a spasso, sotto un ponte, o per cantieri a fare il muratore senza casco e senza protezioni, a trenta euro al giorno come prezzo equo per morire.
Da mesi circolano idee nuove in pentola, per trovare una soluzione alla escalation di sbarchi e di clandestini, ma soprattutto si necessita di una regola per trovare un metro di giudizio per determinare la facoltà o meno di restare.
Dopo i punti tolti per un divieto di sosta che hanno fatto diminuire le soste vietate, a tal punto che leggevo in piazza Erbe a Padova che il Comune ha incassato nell’ultimo anno sei, dico sei, milioni di euro per sanzioni amministrative, a dimostrazione che i punti contano e che la gente ci pensa due volte prima di parcheggiare dove non possa; dopo il tutor che fluidifica il traffico nelle autostrade e crea colonne serie di macchine che vanno a centotrenta che poi si schiantano al di fuori del tragitto controllato, ecco la proposta geniale: il permesso a punti.
I punti si perdono per mancanza di integrazione e per cattiva conoscenza della lingua italiana.
Infrazioni, da chi giudicate e su quale metro non è dato di sapere, che porterebbero via via alla perdita del permesso di soggiorno.
Gramellini sulla Stampa nell’esprimere la sua perplessità per l’invenzione, si chiede: e se ciò venisse esteso a noi italiani?
Quanti di noi potrebbero dire che sono integrati e conoscono bene la lingua italiana?
Quanti di noi hanno senso sociale? Quanti non grugniscono in ascensore e quanti lasciano aperto il portone quando vedono arrivare quello del piano di sotto?
Quanti di noi non hanno un solo dubbio su come si scriva una parola o su quale sia il passato remoto di cuocere?
Ma il ministro Gelmini prevenendo il tutto ha riistituito l’educazione civica, in modo tale da supportare questa Italia claudicante, grazie Ministro.
Tutto questo bailamme di punti e bollini da supermercato verrebbe arginato per gli immigrati dalla scelta di sposare un italiano o un’italiana, certo.
Ma davvero, quando i matrimoni valgono poco più di niente, l’unico modo per ottenere un diritto senza che nessuno te lo porti via rimane quello di sposarsi?
Ho sbagliato a non intuire che il business fosse quello di continuare con la carriera forense.
La menzogna ha sempre pagato ottime parcelle. Male che vada il carcere non è la peggiore delle sanzioni, pensa alle strade di Castelvolturno, per avere un’idea dei gironi danteschi.
E poi vuoi mettere i punti che si acquistano per buona condotta?

(E.)

Easy lover

la foto di wall street è di wallig, sotto frank sinatra

La grande mela e la crisi finanziaria a catena.
Ci sono consolazioni e stupori anche in periodi come questi, che pare stia tutto rotolando via.
Il new york times è stato gabbato e angela merkel ha ricevuto silvio berlusconi.
La seconda notizia la conoscono tutti la prima no. La conosco io e chi ha gabbato.
Rientro dalla pausa in ufficio e sono richiamata a guardare alcune foto.
Ci vedo un mio collaboratore, omosessuale, portoricano, ospite ad un matrimonio, vestito di tutto punto peraltro, con una rosa rossa all’occhiello e abbracciato ad una ragazza di colore vestita da sposa, con tanto di veletta e treccine rasta governate dietro la nuca.
Foto ben fatte peraltro, fatte da un fotografo amico di lei. Lo sfondo una court della grande mela e le strade di new york.
Piano piano vedo i volti dei due avvicinarsi e le braccia cingersi. Ed ecco la mia domanda e soprattutto la risposta: mi sono sposato io, abbiamo fatto le cose per bene!
Lei è cittadina francese, originaria della martinica, che lavora a new york, lui cittadino americano che lavora in europa. A tutti e due serviva la cittadinanza dell’altro e perchè non prendersela?
Si ritrovano quindi presso una court e lei arriva in perfetto abito da sposa, mentre le altre spose, molte con lo stesso scopo finale, sono vestite come se andassero in ufficio.
Ecco il fotografo, la madre di lei, ben pettinata, il fidanzato di lei, coi capelli alla arnold, che cavolo stai dicendo willis, e le velleità da fotomodello, e amici vari.
Caso vuole che ci sia anche il new york times, che fa un servizio sul fiorire del matrimoni nonostante il periodaccio, come dire, nonostante wall street vada a farsi strabenedire, c’è qualcuno che ancora ci prova a credere nel futuro, facendola in barba all’ottobre nero, che ottobre alla borsa porta tanta sfiga fra l’altro.
Ed ecco il servizio fotografico che va avanti. Lui in gilet e rosa rossa fa il gesto di chiamare il taxi, ha la barba un po’ incolta, cosa rara per lui, ma fa mascolino dice, lei sale su un yellow cab, come una nuvola bianca, la veletta sugli occhi ben truccati e si parte. Si baciano. Pare vero.
Lui in uno scatto pare scocciato, gli leggo a chiare lettere negli occhi “ma che sto facendo” e glielo dico ad alta voce mentre scorrono le immagini, lui conferma e mi dice che lo conosco bene, ma che ha un futuro da attore.
Seguono immagini di cena e facce da sbronzi.
Le foto hanno uno stacco di una settimana e si riparte da un interno. Casa di lei, festa danzante, torta nuziale con tanto di nomi. Scopro il nome di lei.
Gli chiedo come faranno con la coabitazione. Risolveranno anche questo problema.
Ma lei quanti anni ha, quando fa il compleanno? Queste cose dovrà pur saperle di sua moglie.
Lui risponde, col suo tono solito, e i jeans scuri un po’ calati sopra un corpo da quarantenne un po’ in carne, che è facilissimo: il venticinque dice tutto.
Venticinque settembre sposi, lei venticinque ottobre, lui venticinque gennaio.
Ricorda tutto. E adesso è anche cittadino francese. Libero. Senza più permessi di soggiorno e consolati.
Lei potrà godersi il suo appartamento a new york e respirare con narici americane.
Vuoi mettere la differenza?
Ma la fede?, gli chiedo. Ah sì, ne abbiamo chieste due a due invitati, erano diverse, vabbè, ce le siamo scambiate e poi le abbiamo restituite.
Giusto in tempo, dopo le foto sul new york times.
Ma ti immagini i miei amici di sempre che hanno aperto il new york times sorseggiando un caffè da starbucks e hanno visto me sposo? Speriamo non si siano versati il caffè prima di andare in ufficio.
Patacche inaspettate.
(E.)

Published in: on ottobre 7, 2008 at 9:30 am  Comments (28)  
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Arte contemporanea

sotto la mia foto, natalie cole

Fra le dita un pezzo di un puzzle.
Interagire con l’arte contemporanea. Un allestimento con quattro cuscini rossi e un cilindro incappucciato al centro, con sopra scritte tante parole di tanti colori e pezzi di puzzle incollati a caso.
In mezzo ad una piazza, mentre un cantante canta ai passanti distratti, con i sacchetti dello shopping.
Lei ha i capelli raccolti, riccioli sfuggiti dondolano al vento freddo del tramonto in città.
Ha una tunica chiara e porge pezzi di puzzle, mentre io imparo cosa sono i papiri di laurea e leggo di fretta cosa vuole dire con la sua opera, mentre fra le dita stringo un pezzo a caso pescato da un sacchetto.
Interagire con l’arte contemporanea. Attraverso i suoi occhi vedo me riflessa, i contorni illuminati in controluce. Si volta, le osservo le scarpe. Guardo sempre i dettagli.
Ha scarpe a punta color bronzo, con paillettes, alcune staccate, la tunica arriva alle caviglie che si intravedono, chiare e sottili, come il collo.
Pare un pezzo di puzzle anche lei, staccato dal resto, che non sai dove mettere.
Vedi i bordi, sai che ci sono dei rami, che ci sarà quindi un albero nel disegno, ma non conosci il disegno e non conosci la posizione.
A me resta questo pezzo di puzzle. In tasca.
E negli occhi i riccioli dell’artista in tunica. E le luci lunghe del giorno che muore su Padova.

(E.)

Published in: on ottobre 5, 2008 at 10:35 pm  Comments (13)  
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Empty shell

la foto è di annfrau, sotto musica da venerdì
The shells she sells are surely seashells.
So if she sells shells on the seashore,
I’m sure she sells seashore shells

L’acqua entra dal soffitto e forma una pozza sulla moquette avion.
Fuori acqua come se non l’avesse mai fatta e dovesse recuperare.
Un tempo tropicale, i vetri rigati e la luce del giorno lontana.
Meglio che si sfoga oggi, dice Salvo accartocciando un foglio di carta.
La Vale risponde maledizione! e fa il verso a Matteo.
Persone che mi girano intorno tutti i giorni, che conosco meglio di quelli che mi vivono al fianco.
Sento le gocce di pioggia, lo schermo sbadiglia.
Metto su una canzone, che oggi è venerdì, anche se non pare, e quando esco di qui prendo la borsa e vado verso est.
Svuoto la conchiglia e vado.

(E.)

P.S. la corsa all’ultimo voto in US è iniziata e la corsa ad iscriversi al voto anche, QUI trovate l’appello delle stars americane per il voto, dopo la scorsa notte di scontro fra il vecchio e la medioevale, in cui la medioevale l’ha spuntata recitando la lezioncina mandata giù a memoria.
Published in: on ottobre 3, 2008 at 9:07 am  Comments (10)  
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