Qu’est-ce que t’en penses?

Siamo sicuri che quando viene chiesta la nostra opinione davvero la si vuole conoscere ?
O è piuttosto una delle forme di democrazia che nasconde la più becera tirannia?
O nasconde una mancanza di idee o soluzioni che si cerca di mascherare nei confronti del prossimo?
O semplicemente è un modo per non dire che non si pensa niente?
Dite la vostra, fate il vostro telegiornale.
Dite la vostra, suggeriteci come servire i cittadini.
Che ne pensi, tu? Sono aperto ai tuoi suggerimenti.
Si cresce sempre ascoltando gli altri.
Ma quando smetteremo di raccontare barzellette e di prendere per i fondelli?
Dite la vostra purchè taciate.
Il coraggio certe volte è così naturale.
(E.)

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Published in: on gennaio 28, 2009 at 9:40 am  Comments (10)  
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Meduse

Lea Majaro-Mintz at Rokach House, Tel Aviv, Israel – foto di hanneorla

E se non hai baciato lei prima di andare via, se puoi bacia me quando ritorni.

Ci sono mappamondi su misura in questo strano mondo, mappamondi con paesi cancellati e invenzioni pure, per far piacere al signore lì e al governante là. Ci sono luoghi dove vorremmo andare senza esitazione, luoghi lontani in cui perderci per ritrovare le nostre origini, il nostro cuore pulsante senza perdere i battiti. Ci sono storie che avremmo voluto raccontare con le stesse singole parole o con quelle immagini. Ci sono fotogrammi fissi nella nostra memoria, in cui riusciamo persino a distinguere il profumo e il sapore netto sulla lingua.

Dentro fiumi di fango rotoliamo sentendoci puliti, ciechi di rabbia o di sonno, annebbiati di cielo immaginato, ché quello lì fuori riusciamo a mala pena a vederlo, distratti, scontati.

Sta lì, resta lì e questo ci consola, ci rinfranca, ci calma.

Camomilla di luce e oblio di oscurità.

Ci sono città dove sarebbe bello morire. Città mai viste ma sentite sotto la pelle, come sangue iniettato. Città di contraddizione, di palazzi e mare, come la lotta fra ragione e inconscio.

E per quanto ci si sforzi di far vincere la coscienza, è l’incoscienza ad avere la meglio.

Il mare è una zona neutrale, che cancella le differenze.

Anche tra i soldati.

Lì vorrei morire.

(E.)

Published in: on gennaio 26, 2009 at 9:50 am  Comments (21)  
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Gentile Cliente

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Carte fedeltà, profumerie, supermercati. Le nostre tasche, i portafogli ci dicono chi siamo. Noi spesso ce lo dimentichiamo o quando sentiamo qualcuno che ce lo dice è uno schiaffo e proviamo a difenderci.
Tempus fugit. Ma guarisce, pare, per me è sempre stato così, almeno.
Ferite grandi e piccole.
Quelle grandi le lascia sanguinare in pace, le lascia comporsi da sole, faranno male un po’ ma prima o poi diventerà un tutt’uno con il respirare, il muovere le palpebre, sarà il prezzo da pagare, uno degli acciacchi della vecchiaia.
Quelle piccole le rimargina come meglio possa fare, alcune sono bastardissime, i tagli fatti con la carta per esempio, stanno lì per settimane a ricordarti che ogni giorno è come una pesca miracolosa e i pesci non vengono a galla, tocca cercarli e ci si punge, ci si lacera.
Ma vuoi mettere l’attesa della guarigione?
Il tempo vissuto annusando l’aria con il naso libero?
Vuoi mettere quando tutto questo passerà e ci ricorderemo solo degli anni nel mezzo, sbiaditi, come carta di giornale ad incartare le palle di natale da mettere in soffitta.
Solo la visione della nuova vita davanti, dietro le nuvole e dietro le veneziane blu di questi cubi che ci ingoiano tutti i giorni, ci basta. Ce la facciamo bastare.
E la sera, guardiamo le stesse piastrelle della stessa cucina, in venti minuti di ipnosi fra il prima e il dopo, che sono sempre gli stessi.
E in quei venti minuti ci accorgiamo d’esserci persi.
In mezzo ai piatti sporchi sul tavolo e al tempo che abbiamo lasciato ci portassero via.
Per comodità, per abitudine, per codardia, per stupidità.

Inserire il codice per perfezionare l’acquisto.
Il tempo va via come il pane.

(E.)

(la foto e` di Rosa Pomar, un distributore farlocco a Lisbona)

Published in: on gennaio 23, 2009 at 11:14 am  Comments (9)  
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Set us free

Vicini al capodanno cinese.
Sti cinesi ne sanno una più del diavolo, ma questo è un altro discorso.
Con Obama insediato e un fiume di cappottini senape a popolare i nostri incubi notturni.
Col cuore colmo di speranza, bianco che più bianco non si può, anzi con cenere attiva. Perdonate i rigurgiti da massaia.
In attesa. Ché l’attesa è sempre la cosa che ci viene meglio.
Ché poi ci perdiamo in un bicchiere d’acqua quando siamo al dunque.
Non ci regge il cuore, ecco.
E torniamo piccoli, ai tempi delle letterine di natale, desideriamo la pace nel mondo, i pozzi colmi d’acqua in africa, la corrente elettrica, i fiori nei cannoni, i razzi come sinonimo di petardi, solo per i fuochi d’artificio, lontani dalle case, eh.
E da antiamericani diventiamo tutti americani, come fossimo stati fulminati.
Attesa e speranza. We can.
E pare il purgatorio, fra wall street che non ci crede e aretha franklin che pare un pacco regalo.

“Or ti piaccia gradir la sua venuta:
libertà va cercando, ch’è sì cara,
come sa chi per lei vita rifiuta.

Va dunque, e fa che tu costui ricinghe
d’un giunco schietto e che li lavi ‘l viso,
sì ch’ogne sucidume quindi stinghe”.
(Purgat., Canto I)

.. e se conoscessero rino gaetano in america, avrei volentieri consigliato ahi maria.
Chi mi manca sei tu.

(E.)

Published in: on gennaio 21, 2009 at 11:14 am  Comments (12)  
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Il gioco del mondo

Il campanaro. Strisce sull’asfalto e saltelli a due e una gamba.
Romanzi. Che raccontano le nostre piccole pagine, fatte di caselle, di sogni interrotti.
Dalla terra al cielo, dalla prima casella all’ultima. Nel mezzo passa tutto il resto.
Quel tutto che completa che fa arrivare a passi ritmati dove saremmo arrivati anche senza saltare, ma vuoi mettere?
Lo sfondo del gioco è il cortile, come una città, come qualunque luogo si voglia scegliere.
La prima casella, si parte, si lancia il sassolino, la terra apre il percorso.
Il mondo si snoda, assurdo, senza confini, cancellati dal vento e dalle scarpe.
E le caselle piano piano salgono. Camere, persone, terrazzi, aiuole che viste dall’alto paiono piccoli vasi di un verde indistinguibile.
Vista dall’alto questa terra in fondo non fa paura, eppure lì giù il dolore punge.
Ci sono romanzi che puoi scoprire presto o tardi, ci sono persone che se le incontri quando non è il momento potresti non riconoscerle e non sapere quanto valgano.
Non sarei dove sono se non avessi incontrato le persone che ho incontrato.
Gli incontri, di qualunque tipo, fanno la differenza.
E in fondo chi l’ha detto che la vita che viviamo sia autentica?
Per arrivare al cielo, dice la Maga, basta un sassolino e la punta di una scarpa.
Fosse questa la chiave.
(E.)

Published in: on gennaio 20, 2009 at 10:39 am  Comments (10)  
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Aramis

2270038310_0cafaa15361In un canestro di vimini, sparpagliate come bambole inanimate, vedo ali di pensieri, spennate, come fossero volti di bambini svegliati nel cuore della notte. Come fossero volti sfregiati o attraversati da smorfie di dolore, o di eccessiva gioia, ché sempre smorfie sono. Pensieri di pistole, di lacrime, di libri, di racconti, di voci e di silenzi, pensieri spennati, di piume e di chicchi di riso.
Concerti su spianate, voci e speranze, troppe speranze. La speranza può bastare?
Shalom, salaam. Si animasse dal cesto quella parola, prendesse vita forse smetteremmo di correre e ci fermeremmo coi cieli puliti, ad ascoltare la terra che racconta.
Che parla di piccole grandi battaglie per sopravvivere, di orecchie poggiate sul terreno ad ascoltare i tremori delle radici degli alberi, i sussurri dei bruchi, la voce delle formiche.
E invece la terra non la si ascolta, ché fuori c’è troppo frastuono.
E non si fa in tempo. E il tempo non basta mai. E non torna, resta lì a guardarti e a dirti che anche se ne hai un po’ non sei ricco, sei ricco se non ti dimentichi di quello che hai sprecato.
E ieri sera, quando il tempo riprendeva piano il suo volto, severo ma munifico, sfogliavo in libreria un libro, apparentemente senza nesso con tutto questo.
Avrei visto un film, annusavo libri di tutti i generi, cercando qualcuno che mi restituisse il tempo perduto.
E ho letto questo:
“Non so come si chiamino, sai, gli spazi fra un secondo e l’altro, ma io ti penso in quegli intervalli”.
Ecco, quel tempo, di quello dovremmo ricordarci.
Di un tempo senza fretta. Per fare la pace.
שָׁלוֹם עֲלֵיכֶם (shalom alekem) السلام عليكم (as-salamu alaikum)

(E.)

(la foto e`di subcomandanta, bella come un’attesa)
Published in: on gennaio 19, 2009 at 10:32 am  Comments (14)  
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Le oche del Campidoglio

(gaetano chierici – 1838/1920 – oche)

Ai piedi del tempio di Giunone, la dea moneta.
Figlie sue, ammonenti come lei, petulanti di strepiti notturni, tanto che per consolarmi penso che anche la mia gatta possegga la stessa madre.
Le oche, in stormo sul fiume Hudson, come sul fiume Allia, le oche giulive, quelle che mettono alla prova l’abilità di qualcuno per sopportarle o per respingere i loro sgambetti.
Che volano sopra il sangue scampato e si inumidiscono di spruzzi di acqua dolce.
Che fuggono dai giorni nefasti sulle rive di altri fiumi e di altro mare, sui pianti di bambini sotto le macerie.
Certi venerdì somigliano ad un banchetto, uno infernale, in cui corpi si mescolano a speranze, in cui grida si fondono al crepitare del fuoco, non di caminetti.
Assassini dei figli che verranno, siamo fermi sul ciglio della strada e guardiamo le camionette passare.
E bruciamo d’inedia.
(E.)

Published in: on gennaio 16, 2009 at 10:49 am  Comments (6)  
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The hill

 Dove sono i generali
che si fregiarono nelle battaglie
con cimiteri di croci sul petto
dove i figli della guerra
partiti per un ideale
per una truffa, per un amore finito male
hanno rimandato a casa
le loro spoglie nelle bandiere
legate strette perché sembrassero intere.

Dove siamo noi, finiti male, sotto il peso dei nostri anni.
Dove sono finiti coloro che ci ispirarono i primi passi.
Dove sono finite le nostre mani operose, i pensieri matti e sconcertanti, le dolorose certezze che portavamo al guinzaglio quando pensavamo di avere il mondo dalla nostra parte.
Non al denaro non all’amore né al cielo.
Non sono dove non potremo trovarli.
Dormono lì, in cima alla collina.
Ché di colline qui intorno ci vuole fantasia a trovarne.

(E.)

Published in: on gennaio 12, 2009 at 9:16 am  Comments (11)  
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The human zoo

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an untrained eye, vede parigi e il mondo con questi occhi e con questo titolo

Mon dieu de la France !
Come si fa a ignorare il sole e a prendersi d’aceto ?
Il sole sulla neve è bastardo, cela pericoli e si scivola che è una bellezza.
Gli equivoci sono dietro l’angolo. Si scambia una lastra di ghiaccio per una pozzetta d’acqua.
E ricominciare non è sempre facile, inutile pensare d’esser rodati, prima o poi le gambe cedono, gli occhi falliscono.
Dimenticare. Si fa presto.
Stamattina pensavo che un giorno o l’altro non sentirò più miagolare la mia gatta e il suo fastidioso lamento che ormai si è sostituito al miagolio delicato che non ricordo più, mi mancherà. Dimenticherò presto anche lei, come spesso facciamo in amore.
Siamo fatti per sopportare le assenze e sopravvivere ad esse.
Ma le lastre di ghiaccio si celano sempre e non possiamo prevederle.
Quindi rischiare e andare.
Che la bellezza anche se la perdiamo la sappiamo riconoscere.
(E.)

Published in: on gennaio 9, 2009 at 11:02 am  Comments (8)  
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Brodo primordiale

la foto e’ di libera strega, a maccalube di aragona
Sotto questa neve e affondando le scarpe cercando di trovare una strada spalata da qualcuno o semplicemente da altri piedi, ho pensato ai bambini del mondo.
A quelli soldato, che muoiono senza che nessuno possa piangere.
A quelli a cui abbiamo rinunciato per scelta e a quelli che abbiamo avuto nei nostri grembi insicuri, insicuri del futuro che attende noi e loro.
A quelli che hanno aperto gli occhi sui loro regali e si sono illuminati come le lucine degli alberi delle nostre case che non abbiamo ancora disfatto.
A quelli che siamo stati e che ci siamo dimenticati di essere.
A quelli che ci sono apparsi in sogno come una liberazione, a quelli che un giorno incontreremo e che ci strapperanno un sorriso.
A quelli che ci paiono sboccati in cortile che dicono cose che non diremmo nemmeno noi.
A quelli che guardano il mondo coi loro occhi e che lo disegnano semplice e magari lo fosse.
E questa neve diventera` fango.
(E.)
Published in: on gennaio 7, 2009 at 2:32 pm  Comments (10)  
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