I cinesi non muoiono mai

le tueur – di BNCTONY

Folate di perfezione, così, distratte, per caso.
Ché le folate sono rare, quindi non stiamo a sottilizzare.
E la perfezione non esiste, quindi se si presenta sotto forma di vento tocca crederci ciecamente e chiudere gli occhi. Prendere tutte le singole molecole d’aria trasportate e non perderne una.
Trascinare i propri stanchi reni. Come la propria pellaccia.
Cercare la perfezione nella sua negazione assoluta, perché è lì, se mai esistesse, che si nasconde.
E scoprire quindi la ricetta. Quella che fa tornare indietro o di corsa avanti, quella che cancella un presente che non esiste, perché appena è detto è già passato.
Come tutto quello che possiamo toccare.
Passato.
Di verdure anche. Che fa bene.
(E.)

Published in: on maggio 27, 2009 at 9:45 am  Comments (5)  
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A nuoto

schwimmhausboot

Schwimmhausboot, Flo Florian and Sascha Akkermann
Ecologico. Come se fosse un nuovo credo, una chiesa nuova, con adepti e con eletti. Scuole di pensiero. Letame e smaltimento.
La bontà si misura in gradi di ecologia. E se targhi tutto con l’ecologia puoi sporcare il mondo.
Il non detto, le cose taciute, manipolate, nascoste. A domanda risposta, circoscritta ed equivoca. Mai dire troppo, inutile spiegare tutto. Tanto i ladri sono tali solo se vengono scoperti. E spesso non vogliamo vedere.
Necessitiamo di credere, ci inventiamo filosofie nuove, ci convertiamo. Perché crediamo qualcuno prima o poi ci risponda. E invece in un parcheggio ci poniamo una domanda e la risposta viene subito, senza bisogno di rivolgerci alla divinità. Ci risponde il mondo, solo se sappiamo osservarlo. Solo se non gli passiamo di fianco distratti, ma proviamo ad ascoltarlo e ad ascoltare tutti i pesci che ci nuotano dentro.
Vorrei vivere altrove. Vorrei andare a nuoto a casa, superare il luogo comune che si attacca all’asfalto, prendere una bici e volare via. Mettere le pinne e il boccaglio e attutire sott’acqua i rumori di questi martelli pneumatici. Inutili. Che non costruiscono niente, che confondono.
Troverei la mia casa galleggiante, non una palafitta, ma una tana acquatica. Il design per una volta non messo a caso, ma utile, necessario.
Uscirei da questo cubo di latta dentro al quale lavoro e andrei lungo il fiume Hunte, a Oldenburg, una cittadina della Bassa Sassonia. Lì troverei un giardino sul tetto di una casa barca, un luogo più umano di tanti altri. Dai vetri il fiume e i raggi del sole a disegnare le creste delle onde.
Il fiume. La speranza porti via tutto e lo nasconda per sempre alla vista.
E ci restituisca un mondo nuovo, tutti i giorni, con acqua nuova e energie rinnovate.
Che non bastano le rinnovabili se non ci sono le energie.
Servono le energie.
Che non costino. Perché non paghiamo i nostri muscoli per muoversi.
E quindi scarpe buone e camminare.
O pinne. A nuoto.
Che servono solo polmoni. E un panorama che ti aspetti, per ripagarti.
Per curarti.
(E.)

Snake

the hidden insult of hot water – foto di GustavoG

Mi accorgo che il tempo passa dal rapporto che ho con lui, con la mia faccia, con i momenti della giornata.
Fatica ad addormentarmi, io che parevo un sasso, io che ho dormito dovunque.
Colorito giallino che migliora solo col sole, che quindi può aspettare.
Adoro il mattino, prima non lo vedevo nemmeno, lo attraversavo di corsa colpita dalla sua necessità ma non presa da lui.
Come fosse il tuo compagno di banco, che è sempre stato lì per anni che ti pareva parte dell’arredamento.
Adoro la mattina, quella fredda e inospitale e quella che presagisce il caldo più afoso, ma che mantiene le promesse della notte con un cielo quasi vero e le ombre ancora morbide dietro ai palazzi.
L’adoro perché ti fa camminare, in tutte le stagioni ti regala profumi, odori pungenti, rumori meno netti, più ovattati. È dolce perché ti lascia leggere in pace, in attesa arrivi l’ora per andare, ti lascia immaginare che il mondo che vedi intorno sia la prosecuzione delle parole che stai leggendo sul bus.
E l’Africa che leggi pare di toccarla, senti il caldo in ogni pagina, senti che gli animali ti scrutano, ti attendono fino a sera, quando il caldo calerà e potranno agguantarti.
Sorridi, degusti il vino bianco fresco che scorre sotto, pensi che il senso di tutto in fondo stia nel prendere tutto che di buono c’è, saperlo riconoscere.
E con questi pensieri, con gli occhiali da sole e le cuffie, guardi i tuoi piedi camminare.
E sussulti. Ti fermi.
Come se i pensieri avessero preso forma, incredula, in bilico fra l’allucinazione e l’impossibilità.
Un serpente morto sul marciapiede. Intorno nessuno che lo abbia messo lì a bella posta.
Morto. Lungo, con la pancia all’aria, bianca, e la striscia della bocca lievemente aperta.
Un serpente morto a Milano.
(E.)

 

Published in: on maggio 22, 2009 at 9:14 am  Comments (4)  
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Otto per Mills

Tempo di dichiarazione di redditi, tempo infame per molti. Non l’ho mai vissuta così, forse perchè non ho mai avuto tanti soldi da poter dire che pago troppo. Botte da orbi e Torino pare in questi giorni l’unica parte d’Italia che non sia ipnotizzata da Letizia e Moratti. E dai soldi facili, da quelli che non si dichiarano e da quelli che paiono piovuti dal cielo. A miracol mostrare. Ma basta parlare del nostro Premier. Lasciamolo fare ai suoi avvocati. E alle sue televisioni. Ai suoi giornali. Ai suoi dipendenti. Ai suoi elettori.

100 euro di multa per aver detto “Ti vedo, Sarkozy”. Un professore di filosofia è stato multato di 100 euro dalla polizia giudiziaria, per aver gridato in cinque minuti una sessantina di volte (contate anche) quella frase durante una perquisizione della stazione di Marsiglia, costringendo la polizia che effettuava le perquisizioni ad interrompere (per molestie uditive?) la missione che stava svolgendo.

Ecco. Ogni tanto scopriamo che stanno peggio di noi. E sorrido ancora per l’imposizione che la sentenza diventi esecutiva dato l’ammontare dell’ammenda. Non si puo` fare appello se il valore non superi i 150 euro. Ogni tanto la magistratura non è contro il regime.

Mi sa che qualcuno va a farsi processare Oltralpe. Nel frattempo pensate ai vostri soldini e devolvete.

(E.)

Published in: on maggio 20, 2009 at 9:37 am  Comments (8)  
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Vecchia signora

la foto e` di terry hollis, qui sotto la minuta del mio ritorno a casa di ieri, da Roma a Milano
Come una vecchia signora. La sensazione è nitida. E la sento naturale.
Ma è la prima volta.
Distante dalle creste viste in stazione. Distante dalla ragazza che mi sta affianco con gli occhialoni perfettamente tondi anni settanta che ha praticamente dormito per tutto il tempo o ha dispensato consigli ad amiche in crisi con tono consapevole e compassionevole.
Diversa e un po’ snob, anche. Diversa anche se ieri m’hanno dato della signorina ed ero con mia madre. Complimento per me o per lei non so. So che a lei ha fatto piacere e io adesso in questo posto su un treno che mi riporta a casa mi sento una vecchia signora.
Di quelle da the e silenzio.
Ma non c’è verso. Il silenzio posso solo immaginarlo. E la vecchia signora mi fa compagnia.
Oltre al languorino e al fatto che ho ceduto il mio posto alla occhialuta, senza dirlo, per pura atarassia, che mi sono affrettata a chiamare nella cassa di risonanza del mio cervello signorilità.
Ma cosa appaio da fuori? Mi accorgo che mi è sempre importato un po’ e adesso, in questo istante, per nulla.
Ho persino fotografato dei ragazzotti in stazione. Con gli anelli al naso. Accucciati a terra.
Per sentire cosa provavano quando gli altri guardavano me a vent’anni.
E non mi importa nemmeno.
Solo questa sottile ma non conservatrice consapevolezza della vecchia signora.
Se ci fosse mia madre direbbe parla per te. Lei che da oltre dieci anni dichiara la stessa età che pare al di sotto della soglia del ridicolo. Per lei s’intende.
Ecco, torno a casa. E sento nelle mie vene, nelle mie scarpe una vecchia signora.
Non dispensatrice di saggezza. Ma amabile e rompipalle.
(E.)
Published in: on maggio 18, 2009 at 2:46 pm  Comments (7)  
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Bangkok chiama Milano

C’était un accident.
Je ne sais pas comment mais c’était un accident imprévu. Comment tous les accidents.
Prendevo un caffè davanti allo schermo, leggevo distratta notizie che i miei occhi accarezzavano come un vento a caso, con direzione mutevole.
Ho incontrato un’amica. L’ho vista accesa e l’ho salutata. Vive a Bangkok. L’ho incontrata e mi ha detto che anche lì, luogo dove è scappata per allontanarsi da un occidente divoratore, fa fatica.
Lei a cui è sempre bastato un tetto sotto cui stare, il suo compagno e una buona connessione.
Ha percepito il mio senso di impotenza di fronte al suo comme ci comme ça, che sapeva di maluccio ma non lo dico.
E ho ricordato l’accidente, quello che me l’ha fatta incontrare. Tanti anni fa, che pare davvero che quella me fosse un’altra.
Un banale accadimento, lungo alcune scale in discesa, io in discesa, lei in salita.
Eravamo entrambe giovani, in una città straniera per entrambe. Un lodge a camere, nella mia tripla due spagnole, lei in quattro, con francesi, loro cercano sempre di stare fra di loro.
Un accidente come tanti, che si ripetono e non per forza quelle persone poi rimangono nel tempo.
E poi altri accidenti, tutti in fila. I nostri viaggi incrociati, le nostre serate a parlare, i locali psichedelici di una Londra estiva e sgangherata. La periferia da camminare insieme, in zona due.
E il silenzio di certe giornate, che bastava quello, per fortuna, per farsi capire.
Quando per me casa era lontana e non sentivo una parola in italiano da mesi se non attraverso il telefono, dentro le cabine rosse.
E poi sono tornata, lei anche, ma solo per un po’. Nella sua Argences, che ho visto di corsa, in mezzo ad una Normandia gelata, di correnti e di tetti, di un Calvados di pochi abitanti ma di tanti sogni. Scappati, fuggiti.
E poi è andata. Si è scaldata a Montpellier, fra altra verde Inghilterra e il Sud Africa del suo David.
E poi è di nuovo fuggita.
Mag. Lei. Un accidente di guance tonde. Sulle scale di un lodge.
E l’ho sempre vista scorrere, come un filmato. Davanti agli occhi, scorreva.
Si fermava, adottava due piante, le ospitava nella sua valigia prima di ripartire per poi piantarle dove sarebbe andata.
E l’ultima volta che l’ho vista in carne ed ossa eravamo a Roma. Io avevo smesso di correre.
L’ho lasciata che prendeva un caffè con la Thailandia davanti, poco fa.
Lo prendeva e diceva che le cose non vanno tanto bene.
Ma sarà perché lavora solo la settimana prossima, questa no.
E come si dice in Francia, dalle sue parti, le travail, c’est bon pour la santé, quindi, riacquisterà il buonumore.
Non sono mai stata in Thailandia. Ma a casa sua ho il mio posto, ero seduta accanto a lei nel suo pomeriggio, con la mia mattina.
Un accidente.
(E.)
Published in: on maggio 13, 2009 at 10:58 am  Comments (5)  
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Talk to my hand

Ci sono mal di testa differenti.
Potrei classificarli in una lista di allerta.
Parlano anche, alcuni, dicono di scappare via, di mollare tutto.
Altri accompagnano come fedeli levrieri, accoccolati prima dell’ora di caccia.
Quello di oggi parla lingue strane, rammenta quanto tempo a disposizione prima del tracollo. E posso intuirlo, non avverto tutte le parole, ma sento che il tempo a disposizione sta per terminare.
Mi dice: talk to my hand, because my face, you are talking with, doesn’t understand.
Con una bella mano davanti, a negare ogni altra offesa.
 
La frase viene spesso ripetuta qui, fra queste mura, entro le quali mi agito tutti i giorni. E agito non è un verbo messo a caso.
Quando si ricevono pesanti attacchi immotivati e il sarcasmo prende il sopravvento.
Almeno rimane quello.
Almeno c’è quello.
E quindi talk to my hand.
(E.)
Published in: on maggio 11, 2009 at 5:39 pm  Comments (4)  
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Scavi archeologici e tecniche di rianimazione

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La philosophie est à l’étude du monde réel ce que l’onanisme est à l’amour sexuel (Marx)
Anarchia e bizzarria.
Oggi vi racconto una storia, che voglio raccontarvi da mesi, ma non trovo mai il tempo e la voglia.
Pare il momento giusto, questo, detesto parlare di quello che non sta accadendo in questo momento, detesto la non politica, l’arroganza del potere, il silenzio sulle cose che contano, i posti a sedere dei milanesi sulle metropolitane, il silenzio su una donna che si uccide a ponte galeria, con in tasca l’espulsione da un paese che dovrebbe auto-espellersi, gli accordi con la libia sulle esplusioni scavalcando i diritti umani, detesto tutto questo e mi dispiace detestare, pertanto racconterò un’altra storia, una storia vera, una pagina dimenticata.
Il calcio ha sempre fatto parte della mia vita.
Ho raccontato di mio padre, non ho detto delle mie squadre (perché non ne ho una sola) prima fra tutte la maggica, ho taciuto sul disgusto che provo per questo calcio intossicato e del ruolo che esso ha assunto come narcotico di stato.
In ogni caso ho sempre tenuto per i più deboli, per una sorta di predisposizione naturale.
Il toro e non la juve, il genoa e non la samp. La roma poi è altra cosa, scorre nel sangue, sotto porta metronia, attraversa via gallia e cammina a piedi mentre ti chiamano zecca sotto alla bandiera dell’emmesseì.
Gigi Meroni.
Cresciuto nel como, zompettava da bambino nei cortili col pallone fra i piedi. Senza pensare chi sarebbe stato. Tanti dei bambini che alleviamo pensano prima che saranno qualcuno e poi calciano in porta.
Lui non sapeva e faceva cose da pazzi.
Lui giocava e basta. Giocò nel genoa, e fece grandi cose, non senza errori.
I controlli antidoping li facevano anche allora, negli anni sessanta, anzi erano più seri di adesso, se potessi raccontarvi come e chi li fa adesso ridereste, ma sono segreti professionali.
Anfetamine, dissero, ma non fu mai provato.
Lui andò al toro. Dopo i tempi bui del toro, quando il toro si stava riprendendo ormai, dopo la tragedia.
Sorrido, penso al caso e a come gira.
Se digitate luigi meroni e toro su google viene fuori la tragedia di superga, in cui non c’entra nulla. E lo sapete perché? perché il pilota di quell’aereo si chiamava pierluigi di nome e meroni di cognome, ma non era nemmeno suo parente, ma lui, gigi, per sempre sarebbe rimasto legato al toro. A nereo rocco, alla città, alla morte.
Matto, dicevano, beat lo chiamavano altri. Lui pareva oscar wilde o il quinto beatle. Dipingeva anche, portava galline al guinzaglio, segnava gol magnifici.
Faceva cose folli, almeno per i tempi, disegnava abiti, bloccò la cerimonia di matrimonio della donna che amava che stava per sposare un altro.
Correva, si travestiva.
Correva, volava.
Correva.
E camminava, come quella domenica in cui fu travolto da una macchina vicino casa sua.
Al volante Romero, proprio lui, il Romero presidente, diciannovenne, suo tifoso.
A 24 anni e con un modo di vivere che pare lontano anni luce da oggi.
Anni sessanta ruggenti, di vita pulsante.
Anarchia e bizzarria.
Che ricordare questa storia fa quasi male. Perché viene subito in mente come la passione sia morta e meno male che è venerdì, così spengo tutto.
E accendo la voglia di essere diversa da come sono.
Accendo il mondo che dorme.
O meglio provo a rianimarlo.
(E.)
Published in: on maggio 8, 2009 at 11:59 am  Comments (12)  
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L’eau chaude

Lo sapevate che le ditte edili in Italia evadono il fisco e hanno lavoratori irregolari, senza contributi e senza documenti? Ma no! Lo hanno scoperto solo in questi giorni i furbi finanzieri.

Se accettassero altri getti di acqua calda, direi che sono gli stessi che non predispongono misure di sicurezza e che contribuiscono ad innalzare il numero di morti, occulti e non, sul lavoro.

Il lavoro. Questo strumento di emancipazione e di lotta, questa elemosina che elargiscono per ricattare il tuo senso morale e farlo precipitare sotto i piedi.

I padroni. Che chiedono di tener duro. E tu vuoi vedere in quelle parole immagini di supporto, di aiuto, vedrete che prima o poi arriva un sostegno. E invece il futuro è lo stesso di adesso. Solo che non promettono più nulla, dicono solo tieni duro. E la differenza col passato è che prima ti raccontavano favole meravigliose. E tu ci credevi.

Adesso le favole le raccontano fuori di qui, e a loro viene da ridere, quindi fanno gli annoiati e dicono di capire.

Ti capisco. Eccome se ti capisco.

(E.)

Published in: on maggio 7, 2009 at 10:56 am  Comments (9)  
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fiat voluntas dei, jesus chrysler supercar

ora pro nobis

Published in: on maggio 6, 2009 at 9:10 am  Comments (6)  
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