Bangkok chiama Milano

C’était un accident.
Je ne sais pas comment mais c’était un accident imprévu. Comment tous les accidents.
Prendevo un caffè davanti allo schermo, leggevo distratta notizie che i miei occhi accarezzavano come un vento a caso, con direzione mutevole.
Ho incontrato un’amica. L’ho vista accesa e l’ho salutata. Vive a Bangkok. L’ho incontrata e mi ha detto che anche lì, luogo dove è scappata per allontanarsi da un occidente divoratore, fa fatica.
Lei a cui è sempre bastato un tetto sotto cui stare, il suo compagno e una buona connessione.
Ha percepito il mio senso di impotenza di fronte al suo comme ci comme ça, che sapeva di maluccio ma non lo dico.
E ho ricordato l’accidente, quello che me l’ha fatta incontrare. Tanti anni fa, che pare davvero che quella me fosse un’altra.
Un banale accadimento, lungo alcune scale in discesa, io in discesa, lei in salita.
Eravamo entrambe giovani, in una città straniera per entrambe. Un lodge a camere, nella mia tripla due spagnole, lei in quattro, con francesi, loro cercano sempre di stare fra di loro.
Un accidente come tanti, che si ripetono e non per forza quelle persone poi rimangono nel tempo.
E poi altri accidenti, tutti in fila. I nostri viaggi incrociati, le nostre serate a parlare, i locali psichedelici di una Londra estiva e sgangherata. La periferia da camminare insieme, in zona due.
E il silenzio di certe giornate, che bastava quello, per fortuna, per farsi capire.
Quando per me casa era lontana e non sentivo una parola in italiano da mesi se non attraverso il telefono, dentro le cabine rosse.
E poi sono tornata, lei anche, ma solo per un po’. Nella sua Argences, che ho visto di corsa, in mezzo ad una Normandia gelata, di correnti e di tetti, di un Calvados di pochi abitanti ma di tanti sogni. Scappati, fuggiti.
E poi è andata. Si è scaldata a Montpellier, fra altra verde Inghilterra e il Sud Africa del suo David.
E poi è di nuovo fuggita.
Mag. Lei. Un accidente di guance tonde. Sulle scale di un lodge.
E l’ho sempre vista scorrere, come un filmato. Davanti agli occhi, scorreva.
Si fermava, adottava due piante, le ospitava nella sua valigia prima di ripartire per poi piantarle dove sarebbe andata.
E l’ultima volta che l’ho vista in carne ed ossa eravamo a Roma. Io avevo smesso di correre.
L’ho lasciata che prendeva un caffè con la Thailandia davanti, poco fa.
Lo prendeva e diceva che le cose non vanno tanto bene.
Ma sarà perché lavora solo la settimana prossima, questa no.
E come si dice in Francia, dalle sue parti, le travail, c’est bon pour la santé, quindi, riacquisterà il buonumore.
Non sono mai stata in Thailandia. Ma a casa sua ho il mio posto, ero seduta accanto a lei nel suo pomeriggio, con la mia mattina.
Un accidente.
(E.)
Published in: on maggio 13, 2009 at 10:58 am  Comments (5)  
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5 commentiLascia un commento

  1. che belli i legami molecolari

  2. anch’io non sono mai stata in Thailandia

  3. Ma ora a Banchocche ci va la mia allieva giapponesa Unachiò Datamedò – che lei ha vissuto un par d’anni in quei posti, e ci ha diversi amichetti. Unachiò dice che si sta da cani in Thailandia: che vonno esse demogratici e invece c’è la monarchia bella e buona altro che.
    E so povirilli tanti e ricchissimi pochi.
    E in mezzo ci sono delli giapponesi.
    Questo so di quei posti, e poi che ci vendono delle graziose sciarpine.

  4. Che bella sei come amica, Emma : )
    Si’, sono d’accordo, il lavoro fa bene alla salute.

    Un besazo!

  5. la fatica ci insegue dappertutto, per fortuna si chiama lavoro:)


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