Made in Germany

la foto si chiama Guyanhole, di r3MS - Cap Ferret, dove vorrei andare, dicono che ci siano onde magnifiche, Aquitaine - France

la foto si chiama Guyan'hole, di r3M'S - Cap Ferret, dove vorrei andare, dicono che ci siano onde magnifiche, Aquitaine - France

Nuvolo, come se il cielo si sentisse in dovere di mostrarmi tutto il suo disappunto.
Domani lascio una città di scambio. Rientrano coloro che da sempre sono stati furbi.
Non ho mai fatto le ferie se non ad agosto.
Non ho mai seguito le partenze intelligenti, tutte in coda regolarmente.
Detesto i matematici del traffico, quelli che ti dicono ciò che non devi fare e che ti mostrano immagini di autostrade asfaltate di macchine.
Si parte quando si può, magari lo si facesse quando si vuole. Non a tutti è dato di scegliere.
Dal numero di telefonate in ufficio capisco che tutti possono adesso.
Prima era una furbata.
Scarico di lavoro su quelli che restano.
 
Superata la fase sputacchiata indistinta, spiego il titolo, o meglio lo metto steso al sole che prende colore.
Le cose fabbricate in Germania sono per antonomasia perfette, competitive, veloci anche a quarant’anni come Schumacher. Eleganti e potenti. Sanno di acciaierie e di cose minute, piccole e impeccabili.
I tedeschi che conosco sono apparentemente rudi, elastici come le fibbiette delle mutande strette, spesso in vena di fare lezioncine di lavoro e non sempre in grado di mettere a frutto i loro stessi dettami. Birra e parole in altre lingue sventolate con un sorriso a denti larghi.
E gli altri tedeschi che conosco sono leggeri come una brezza estiva, anticonformisti, liberi come un’onda che viene attraversata da qualche temerario. Piacevoli conversatori, rigidi nel bere un caffè dopo le diciassette.
 
La partenza e la Germania apparentemente non c’entrano, anche perché per me Germania vuol dire anche lavoro. E la partenza è l’allontanamento, la voglia e il bisogno di andare, di diventare onda, per dimenticare e ricostruire.
E a volte sono tedesca. E tocca ricordarmi che i capelli scuri e gli occhi altrettanto non stanno lì a caso, servono a rammentare che spegnere il motore ogni tanto serve.
Se non altro per farlo girare bene alla futura accensione, per non affaticarlo.
Poi non so nemmeno se sia vera ‘sta cosa, non mi intendo di motori.
E appunto a unire me, tedesca, e la Germania e la stravaganza dell’immaginazione, una delle scorse mattine, in dirittura d’arrivo comunque, visto che la parola arrivo è scritta sulle ore diciassette di oggi, mi sono svegliata con alcune parole ancora sulle labbra, immagini arrotolate e ancora come una mano che mi trascinava dentro, dentro a quei sogni cosi bizzarri che ho lasciato a macerare in questi giorni, come la frutta nelle bacche di vaniglia, a prendere profumo, a prendere un altro senso.
Ero a Francoforte. Sono anni che devo andarci. Ero lì consapevole d’esserci per lavoro, ma insolitamente seduta in un bar all’aperto in discesa.
Non so cosa possa significare la discesa, ma percepisco ancora la visuale nella mente. Un paio di vasi rettangolari davanti, con verde di qualche tipo e una discesa di asfalto, come vicino a Santa Maria Maggiore a Roma.
Giornale, come fosse domenica, aperto sul tavolino, caffè, non tedesco, sulle labbra e tepore. Piacevolezza.
D’un tratto un caos. Una sommossa popolare, disordini, rumori, colpi d’arma da fuoco. Corse di gente davanti al mio tavolino. Mio da dieci minuti.
Un uomo, turco, come turca sono sembrata io ai turchi a Istanbul dieci anni fa, si avvicina a me, correndo e cercando di attirare la mia attenzione.
Intuisco che c’è da andare e di corsa anche. Lui mi tira da un braccio e io mi divincolo e rimango seduta, con la mia giacca aperta, di lino, e i sandali. In perfetta visuale soggettiva con le mani sul telefono.
Chiamo. Cerco una persona. Una con cui ho litigato peraltro tre anni fa. In un modo eclatante. Via e-mail col mondo in copia, superiori e non, in modo che nessuno avesse dubbi che ci fosse del tenero.
Ricordo un bel “porca miseria” scritto bene, senza errori, nell’oggetto della e-mail, che parlava del fatto che avrei dovuto imparare certe cose prima di parlare e di chiedere spiegazioni su un disguido, che disguido non era stato.
Questa lite fu fatta finire, per sfinimento, a Parigi, dopo fiumi di birre e di riflessi di luce sul cranio del soggetto. Privo di capelli, di bianco sotto agli occhi, ma non di spirito.
Dunque chiamo lui nel sogno. Lo cerco. Adesso lo trovo anche molto simpatico peraltro.
Lo chiamo e risponde la sua voce in segreteria. Una voce chiara e ironica.
“per qualunque emergenza inviate una mail a nome.cognome@nomedellaconcorrenza.com” . Sì, ho sentito bene.
E` passato al nemico.
Insisto, penso che sto sognando che diamine! e devo pensare anche alla concorrenza.
Vedo nel frattempo gente fuggire e ombrelloni verdi bordati di bianco ondeggiare al passaggio, sole pigro e improbabile e dita sul telefono, il mio, a cercare il tedesco.
Risponde. Sorride, mi dice di calmarmi.
Gli chiedo cosa fare. Sono pietrificata mentre qualcuno spara.
Lui ascolta in silenzio e senza scomporsi mi dice di chiamare un tassì e di chiedere di portarmi presso “vattelapesca.de”.
E io gli chiedo: – Ma come? Che ne sa il tassinaro di vattelapesca? Una via? Un indirizzo?
E lui: – Tutti sanno di vattelapesca, chiama il taxi e non fiatare, si tratta solo della tua immaginazione se tutto questo ti pare insormontabile.
Interrotto. Sveglia che suona con la radio.
Arrivo in ufficio e gli mando una mail. Gli dico cose bizzarre, non di lavoro, gli accenno qualcosa. Invio.
Autoreply. Sono in ferie, per urgenza chiamate imieicolleghi.germania@compagnia.com
Allora cerco vattelapesca.de, che non ho mai sentito.
Sono curiosa di sapere se esiste, sono le ultime parole che ricordo. Vat-te-la-pe-sca.
La trovo.
Telefonia per aziende.
Come? Telefono che dice telefono?
Un dito su un telefono mi appare nella main page.
Credo che mi volesse dire di prendermi una vacanza.
Credo che il mio lato tedesco prenderà una vacanza.
La mail che gli ho inviato però non posso farla tornare indietro.
Se mi chiede spiegazioni userò la scusa dello stress e proverò a cavarmela così.
Porca miseria non me lo leva nessuno, ma stavolta sarà ironico e magari stavolta ci vado a Francoforte.
(Scappo da Milano, torno dopo aver finito tutta l’onda)
(E.)
Published in: on agosto 7, 2009 at 10:39 am  Comments (8)  
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8 commentiLascia un commento

  1. pure io faccio sogni che per uno psichiatra sarebbero orgasmi multipli..

    buone vacanze, emma.

  2. Buone vacanze per te.

  3. Buone vacanze. Viva la kultur, abbasso la zivilization🙂

  4. E dunque un abbraccio. Del ritrovarsi parleremo. Un abbraccio e buone vacanze.

  5. Buone vacanze, e cavalca l’onda il più possibile.🙂

  6. Il significato del sogno è chiaro:lavori troppo.Ora cerca di riposarti e/o divertirti.

  7. la discesa m’intriga… assai
    il tavolino e al strada indiscesa, indifesa, in difesa
    distesa, indi!…

  8. rieccomi, rientrata in effetti da un paio di giorni, ma senza tempo, derubata in modo brutale.
    le novita` le raccontero` pian pianino, un paio soltanto, in effetti, ma le voglio centellinare, per intanto annuncio che non smettero` di tentare di ammorbarvi, tempo permettendo.
    bentrovati, quei pochi che resistete.
    grazie.


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