The mexican

cartier bresson

cartier bresson

Ferma sotto una tettoia di bamboo, ferma a cercare un paio di storie su cui soffermarmi, distratta dalle parole in bergamasco che ascolto, mentre il mare davanti mi ricorda che non sono in lombardia. Apro questa pagina dai giorni passati, come se fosse ancora viva, colori ancora chiari negli occhi, vividi, come li avessi qui davanti. Tavoli di plastica bianchi, sassolini sui piedi, un cappello da messicano su una parete del capanno, due celle frigo con disegni di gelati sopra, si scorge dentro un bancone, unto e silenzioso. Ferma lì, con in bocca ancora il sapore di caffè e negli occhi le onde davanti, raccolgo i pensieri, convinta che mi ricorderò tutto questo per poterlo scrivere. Che ricorderò il volto abbronzato e spavaldo del finto milanese che racconta le barzellette o del silenzioso nell’angolo che legge le notizie sportive. Convinta che questo sarebbe il posto migliore per scrivere, come un buen retiro, se questo capanno fosse mio d’inverno e se potessi metterci dentro qualcosa che me lo rendesse casa. Gli agavi intorno, i ciottoli, i fichi d’india, piccini, ripiantati dopo la mareggiata devastante dello scorso inverno. Un colore rossastro assieme al verde al grigio e all’azzurro. Un colore spietato con altri indulgenti. Come la vita. Che sorprende e scuote, riportando in bocca i sapori dell’adolescenza e poi schiaffeggia con la costanza di un pendolo e la crudeltà di una tempesta. Guardo il mare di fronte, in basso, riesco quasi a vedere il fondo sotto il pelo dell’acqua. Potrei farti venire a vivere qui, se ne avessimo il coraggio.

(E.)

p.s. il luogo raccontato esiste e tutti gli anni non posso non andarlo a trovare.
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