Se gli angeli sono inquieti

TV, photo by Benoit.P

Il silenzio che si staglia intorno a certi malati è sintomatico.
Paura di essere infettati.
La malattia come etichetta, come separazione fra buoni e cattivi, fra normali e non.
Il bisogno di non sentirsi emarginati, ma accolti nella comunità dei savi racconta una storia ben più lunga, ben più articolata.
Nessuna sofferenza ammette follia. E il contegno richiesto di fronte al dolore deve essere accettato come plausibile.
Paletti, limiti disegnati a matita, ma profondi come solchi sul terreno a segnare confini, rotte da non percorrere, terre che non è concesso di calpestare.
Eppure la follia è la ribellione al destino di morte che ci aspetta.
Una sorta di scarica elettrica che interrompe il flusso regolare dell’elettroencefalogramma.
E i manicomi. O come li chiamano adesso. Quegli antri infernali, quei luoghi in cui insegnano a chi si ribella come si muore. Quei luoghi raccontano storie miserabili, profonde, insulse, cariche di sogni, di speranze, piene di vuoto assoluto.
Quei luoghi custodiscono le nostre paure e i nostri mostri.
Li tengono stretti col coperchio chiuso.
E certi poeti inquieti ci insegnano che non è bene cancellare, togliere dallo sguardo.
Serve guardare in faccia il cane rabbioso e scoprire che ci somiglia.
Ciao Alda.
(E.)

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Published in: on novembre 2, 2009 at 11:02 am  Comments (19)  
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