Green plastic watering can

Mi piacciono i ritratti.
Scritti, fotografati.
Quelli sconditi, fatti di pure rughe di tempo, di giorni scompigliati di vento, di nevischio che non arriva a poggiarsi sull’asfalto.
Mi piace scoprire il silenzio negli sguardi delle persone.
Eppure non amo molto la gente. Penso di esserne affascinata, ma di sentirmene distante.
Come quando una vetrina ammicca dall’altra parte della strada, piena di luci e di colori, e la si lascia dov’è, non le si corre incontro.
La falsità mi spaventa. Quella di cui ci si veste, di cui ci si copre.
Coi vestiti, le parole.
Mi piacciono i ritratti letti sui libri, in cui si scoprono le persone da parole messe una dietro l’altra a comporre un mosaico. I ritratti accennati, come tratti di lapis, o slavati come acquerelli a raccogliere il cielo luminoso che si affanneranno a riprodurre.
Mi piacciono i ritratti muti fotografati, messi sui cataloghi. Di persone che senza parlare dicono tutto.
Eppure la gente, quell’ammasso di cuori, di vite, di fango, spesso la rifuggo, pur sorridendogli senza un motivo ferma ad un semaforo.
La verità è che mi piace guardarla, attraversarla la gente. Mentre cammino con la musica nelle orecchie.
Proprio in quel momento il mondo mi pare meraviglioso.
Colorato e lento. A tempo.
E mi piace costruire storie o lasciarle fluire dai passi e dalle note.
Vedere nelle pieghe dei volti un racconto irraccontabile, che si svela senza mistero nel briciolo dell’attimo dell’incontro.
Se solo potessi essere ciò che vuoi.
O fossi ciò che voglio.
Se solo potessi vedere anche tu ciò che vedo io, tutto questo silenzio, questa gente muta, potrebbe parlare.
Sentiremmo la sua voce. Anche con le cuffie nelle orecchie.
Come sentiamo la voce delle piante al sabato mattina. Con in mano il nostro annaffiatoio di plastica.
(E.)
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Published in: on febbraio 9, 2010 at 10:45 am  Comments (7)  
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Goodbye my lady

photo by aftab

Svegliarsi trent’anni fa. Che si potrebbe fare una volta. Così per cambiare. Cancellare tutto, le scadenze, il trucco sotto gli occhi a cancellare il sonno mancato, la tastiera sotto le dita. A cancellare. Che cancellare pare una cosa impossibile, eppure sarebbe meraviglioso. Forse proprio perché impossibile. Che io sono affascinata dalle cose che non si possono fare avere dire raggiungere guardare toccare lasciare alle spalle. Verbi tutti in fila, cancellare le punteggiature. Mettere i calzettoni, una sciarpa, vestire il silenzio e sé stessi. Una volta. Ci sono lacrime che non vogliono scendere, perché decidono di restare sul bordo. Perché stanno bene lì al calduccio e di fare un giro non ci pensano nemmeno. E ci sono giorni come quelli che crediamo di aver vissuto perché ne abbiamo un vago ricordo, in cui sognavamo di essere una signora. Una signora con i collant. E adesso che ci chiamano signora sotto al cappello di lana dal tabaccaio, pensiamo ai calzini che indossiamo.

E non per il casual friday.

(E.)

La strana storia del giorno che manda a dormire la notte

paula – photo by byfer

Ascolto distratta la radio, succede spesso, la radio accompagna, non invade, non agisce come catalizzatore, può stare li senza disturbare e lasciare che il mondo nel frattempo viva, parli, scriva, lavori. Bob Marley se ci faccio caso, ma non importa, il volume si sposa con questa luce filtrata dalle finestre alle mie spalle. E con la luce al neon, spenta sopra la mia testa. Mi è venuta in mente una storia, una di quelle che ho costruito da bambina. Una storia mescolata alle parole delle fiabe ascoltate prima di dormire. Che finché mi raccontavano fiabe e accarezzavo le labbra di chi me le raccontava non avevo paura del buio. Lasciavo che le parole nascondessero l’oscurità e la illuminassero di personaggi fantastici, di colori di cieli azzurrissimi e di prati perfetti, compatti e fioriti. Poi, smesso il racconto di fiabe ho riacceso la luce. Una piccola fioca luce a nascondere la mancanza di parole e di colori. Il racconto di fiabe inventate è il migliore e la mancanza di questa fantasia libera sprigionata prima di lasciare la coscienza riportò luce nel buio della solita stanza, conosciuta a memoria ma piena di ombre, di piante che parevano mostri, di mensole dalle ombre allungate e arancioni cupe. E questo è stato l’inizio di una grande storia, di una fiaba nuova. La luce si è spenta e si sono alternati i pensieri, quelli del giorno dopo, quelli del libro letto prima di spegnere, quello dei vestiti da indossare al mattino, in una sorta di carrellata dell’armadio, per morire dalla noia prima che dal sonno. Ma la storia più bella è sempre stata quella del giorno, impettito e pieno di energia, del giorno pieno di coraggio, di sprezzo del pericolo, che si inoltra in un bosco fitto all’imbrunire e decide di sfidare la notte, in un duello, lungo il tempo di addormentarsi. Un duello inesorabile in cui avrebbe vinto, forse. In cui la notte avrebbe ceduto e lui avrebbe potuto riposarsi. La notte nei segreti dei bambini, nelle forme che prende, nei pensieri che porta. Quella notte mandata a dormire, per non nuocere. Forse è per questo che la bellezza di rimanere a letto di giorno ogni tanto resta una sorta di rivincita. La rivincita del silenzio, delle fiabe sui mostri di sempre, che si lasciano fuori, col sole alto o con il buio più nero.

(E.)

Published in: on febbraio 2, 2010 at 9:16 am  Comments (6)  
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