Colza e vento

(foto di Eros Gritti )

Immagini sfocate, tutte insieme, come se fossero giunte da un luogo nascosto della mente e si affannino tutte a volere uscire, ma lo fanno in modo confuso, come dopo una sirena dentro ad un luogo chiuso.
Come se non ci fosse più tempo per fermarsi e necessitassero tutte di prendere aria, di avere respiro, di dissolversi nel mondo, cui appartengono, necessariamente.
Prati di colza, stesi a coprire nudi panorami anonimi. Volti nascosti di donne per strada, con occhi fieri e sereni e nessun silenzio che tu riesca a leggere fra quelle ciglia. Nel fruscio delle vesti, nel rumore delle mie suole, che colpiscono lo stesso marciapiede, alle stesse ore, e spesso incrociano gli stessi occhi. Cui viene quasi naturale sorridere.
Rassicura la vita comune.
Allontana, penso, dalle brutture e spesso confonde da esse, trasformandoci in esseri di passaggio, in attesa giunga un nuovo orizzonte da guardare.
Come se bastasse sperarlo l’orizzonte per farlo arrivare.
E tutte queste immagini eccole danzare, davanti ad una giornata come le altre, una di tante, cui ne seguiranno altre ancora. Ed è sempre vento sotto ai vestiti, sempre vento fra i capelli e sempre vento che accarezza e cancella ciò che non potremo vedere.
Quelle cose che ci siamo persi, per strada, in questo giorno, fuori, a casa, sotto al letto, fra i vasi del balcone.
Tutte quelle che non abbiamo potuto vedere ma ci sono state. Tutte quelle, la colza, il vento, i volti di chi non ci siamo soffermati a guardare, le parole che abbiamo lasciato scorressero via senza afferrarle, i rubinetti che abbiamo lasciato aperti senza curarci che forse portavano via le lacrime che potevamo lasciare non andassero.
Tutto quello che non abbiamo potuto toccare.
Prati di colza sfiorati dal vento.
(E.)

Published in: on maggio 15, 2010 at 8:07 pm  Comments (1)  
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It’s not my cup of tea

Questo mondo tarda ad arrivare, me lo avevano promesso dopo una serie di peripezie.
Che ci sono state puntualmente.
Ma lui non arriva.
Credo di non essere il suo tipo, credo sia inutile mettersi all’ascolto, annusare profondamente i giorni sino alla loro fine.
Non verrà.
Il mondo adulto, quello che pareva facile da ragazzi, quello di cose sicure, salde e di puntelli lungo le rocce.
Un mondo di montagna sonnecchiosa, un mondo di stabile placido passeggiare con scarpe che non facciano male, con piedi fermi.
E invece piove, ho una bustina di nel cassetto e dovrei dimenticarmi di quello che c’è intorno e delle attese e delle inutili giornate.
Immergersi come bustina in un qualunque brodo.
Guardare fuori e dimenticare il mio nome o solo confonderlo con le note della vita intorno che va ininterrotta, noncurante, strafottente.
Note che suonano nel rumore della pioggia che cade.
Che la mattina pare troppo presto e la sera non c’è mai tempo.
Tempo di avere tempo.
Un mondo qualunque ma non questo.
Non quello che rincorre senza sapere dove andare, che si perde in un rumore assordante di parole messe a caso che si assorbono senza davvero chiedersene il senso, il modo, lo scopo, l’arrivo.
Che non è vero che c’è sempre un arrivo dopo una partenza.
Che le partenze sono solo tazze di , brodaglia d’illusione esotica.
Non arriverà.
Non c’è verso di aspettarlo alla fermata.
Tutti i giorni, di cui ho perso il conto.
Che dicono maggio, ma possono essere anche ottobre o chiamarsi alfredo.
Perché i giorni dovremmo chiamarli per nome e non lasciarli marcire in attesa.
Prendo un tè.
(E.)