Less is more

 
Pagine della mia vita si aprono tutti i giorni. Basta una parola, una canzone, una frase ascoltata, un profumo e si aprono, inaspettate.
Il tempo che mi è concesso per questi momenti, del tutto superflui a guardarli con occhio severo, non c’è.
E quindi mi aggancio alle piccole gioie, quelle che si leggono e si vedono, quelle che durano il tempo di leggere una mail, di corsa, mentre si vorrebbe essere altrove magari.
Pagine che senza non sarei la donna che sono. E rimangono non sfogliate.
Che sfogliare e non avere il tempo di immergersi è come assaggiare un piatto prelibato e rimanere con la voglia di un bel boccone. Di sentire il sapore espandersi all’interno del palato.
Un assaggio sia quindi.
Oggi ho viaggiato con il pensiero sino in Nuova Zelanda. Ho una coppia di amici che ci vivono, sposati da poco. Lei slovacca, lui neozelandese. E ironia della sorte oggi c’è Slovakia-New Zealand e lei nell’inverno neozelandese, nella sua Christchurch, isola sud, provincia, senza riscaldamento centralizzato, in una casa che non può comprare perché non lavora ancora, senza gas per riscaldare, solo con l’elettricità, ha organizzato un party alle 11,30 di sera, ora in cui lo trasmetteranno lì, per tifare da sola per la sua Slovakia.
Ho pensato che siamo nello stesso girone dei mondiali di calcio.
Come nella stessa vita.
Come pagine dello stesso libro.
E quel poco che ci unisce ci basta, il resto possiamo toglierlo.
Le distanze, le abitudini, le stagioni.
(E.)
Published in: on giugno 15, 2010 at 3:36 pm  Comments (26)  
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La cedrata

Troppo piccola per arrivare al bancone, ma due o tre monete in mano e in punta di piedi e un signore, che sono tutti signori quando si è piccoli, che sporge un po’ a chiedere cosa voglia. Le ciabatte infradito spugnose e rosa, intrise di sabbia, si sfilano da un piede nello sforzo di spostare il piede e di impuntarlo contro il bordo dei bancone, bancone fatto di mattoncini rustici. Si sbuccia un dito per lo sforzo di rimanere in equilibrio, nonostate un piede sia scalzo e insabbiato. Scappa un ahi, ma nessun’altra parola. Intorno voci, dietro le spalle una signora (a ricordare bene una ragazza, ma siccome ricordo un seno, viene signora in automatico) parla con un bimbo più piccolo imbronciato e gli chiede se “lot dog” (mai sentito) lo vuole con checiap o senza. Il checiap e` una specie di sugo, esce da un tubo, ma sa di aceto. Il bimbo capisce e chiede maionese. Ci sono bimbi che rispondono o no o con o senza e bambini che danno la terza opzione. I più fortunati. Il signore dietro al bancone è distratto, la manina ancora stringe le monete e si sporge per attirare la sua attenzione. Ma nessuna parola. Allora i piedi tornano del tutto a terra, lo sforzo di rimanere in punta di piedi per oltre due o tre minuti si fa sentire, e il dito sbucciato richiede attenzione. Naso in giù, sui piedi insabbiati con una ciabatta sì e una ciabatta no. Trovata la ciabatta smarrita e sbirciato un po’ di checiap sul dito, sotto la sabbia incrostata, checiap si fa per dire, monete serrate fra le dita della mano destra, altro sforzo per allungarsi sul bancone. Nel frattempo il bimbo guarda in alto, dove compare la sua ricompensa alla maionese. Ricompensa perché il broncio è sparito. Il signore che sporge dal bancone, liberatosi del panino, chiede: e tu, bimba? hai deciso? La risposta: mi sono sbucciata un dito. c’e` la cedrata? Monete sparite e apparsa cedrata. Magia fra piedi di sabbia e un bancone troppo alto. Ma perché non fanno i banconi per i bambini?

ma trova un minuto per me…

(E.)

Published in: on giugno 9, 2010 at 6:59 pm  Comments (2)  
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Ho paura quando ho freddo

   la foto è mia, ieri, parco
In quei momenti interminabili e unici, quando niente può entrare e niente può uscire, nessun sussurro, solo gli uccelli e due pagine di un libro letto all’imbrunire finchè gli occhi possano distinguere le lettere, sulla soglia del balcone, in un tempo senza tempo, tornano sapori non ascoltati o fuggiti per troppa fretta di arrivare e non si è arrivati, non ci si è mai fermati.
Momenti di magliette verdi, rubate su un letto, mentre storie di solitudine si srotolavano in case che non ci appartenevano.
E quella maglietta verde, che abbiamo indosso, è l’unica cosa che ci ricorda che quei momenti ci sono stati e che li abbiamo sprecati. Ad ascoltare i rumori della tangenziale rombante, in quella casa dove non siamo più stati.
Col caldo che stava arrivando e le speranze che avremmo fatto questo o quello. E poi scendere in strada in un giorno qualunque e rivedere volti dimenticati, rumori tappati come bocche che dicono troppo e dovrebbero tacere.
Alzarsi sulle punte delle scarpe e sentirsi felici per un attimo. E ricordare quella felicità fatta di nulla.
Perché è il nulla che ci strappa un sorriso, il pieno ci ingolfa, ci leva il fiato.
E ricordarsi di amare come quella volta, di essere ancora l’involucro che raccoglie tutti quei sogni, quelle corse coi piedi di rugiada in un giardino qualunque.
Ricordare che dentro quella maglietta verde, con un buco ormai, vestita come si veste il silenzio di ciò che non abbiamo saputo trattenere, c’è sempre quel sogno, quel canto per sconfiggere la paura e il freddo.
Anche se il freddo in sere come queste è un frullo di uccelli e un rumore lontano della strada.
Che c’è ma non si vede.
(E.)
Published in: on giugno 3, 2010 at 9:11 pm  Comments (5)  
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