Non considero il ritorno. O non sarei partito mai.

VW - photo by Jangel19

Mi ricordo di una casa in campagna. Una campagna a due passi dal mare, come solo una natura rocciosa può permettere.
Un giardino part time con cani e un frutteto. Credo con aranci ma anche ulivi d’argento svettanti.
Ricordo vasco in sottofondo che non mi piaceva già allora.
Cantava liberi liberi e a me pareva fosse una bugia.
Vedevo natura mescolata, di persone cose e di solitudine chiassosa. Di capelli raccolti da bambina e di scarpe inzaccherate, di fango e frutta.
Ricordo una campagna calda e lacrime da moto da enduro.
Troppo presto a girare intorno, senza quattordici anni addosso.
Calzettoni arrotolati in basso e la voce di mio padre. Che faceva tremare gli alberi.
Part time  anche lei. Ma quanto bastava per farsela addosso.
Ricordo pomeriggi di sollievo nascosta nell’incavo di un tronco a sognare sorrisi sconfinati.
A pensare che nulla sarebbe durato per sempre.
Aspettando la fine illesa.
Ricordo i ritorni. Ho sempre considerato il ritorno.
Come una cura, come una  casa che avrei avuto e  che mi avrebbe accolta senza chiedere nulla.
Che il bello dell’amore è questo. Che non  dovrebbe chiedere nulla.
(E.)
Published in: on novembre 26, 2009 at 1:07 pm  Comments (14)  
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Made in Germany

la foto si chiama Guyanhole, di r3MS - Cap Ferret, dove vorrei andare, dicono che ci siano onde magnifiche, Aquitaine - France

la foto si chiama Guyan'hole, di r3M'S - Cap Ferret, dove vorrei andare, dicono che ci siano onde magnifiche, Aquitaine - France

Nuvolo, come se il cielo si sentisse in dovere di mostrarmi tutto il suo disappunto.
Domani lascio una città di scambio. Rientrano coloro che da sempre sono stati furbi.
Non ho mai fatto le ferie se non ad agosto.
Non ho mai seguito le partenze intelligenti, tutte in coda regolarmente.
Detesto i matematici del traffico, quelli che ti dicono ciò che non devi fare e che ti mostrano immagini di autostrade asfaltate di macchine.
Si parte quando si può, magari lo si facesse quando si vuole. Non a tutti è dato di scegliere.
Dal numero di telefonate in ufficio capisco che tutti possono adesso.
Prima era una furbata.
Scarico di lavoro su quelli che restano.
 
Superata la fase sputacchiata indistinta, spiego il titolo, o meglio lo metto steso al sole che prende colore.
Le cose fabbricate in Germania sono per antonomasia perfette, competitive, veloci anche a quarant’anni come Schumacher. Eleganti e potenti. Sanno di acciaierie e di cose minute, piccole e impeccabili.
I tedeschi che conosco sono apparentemente rudi, elastici come le fibbiette delle mutande strette, spesso in vena di fare lezioncine di lavoro e non sempre in grado di mettere a frutto i loro stessi dettami. Birra e parole in altre lingue sventolate con un sorriso a denti larghi.
E gli altri tedeschi che conosco sono leggeri come una brezza estiva, anticonformisti, liberi come un’onda che viene attraversata da qualche temerario. Piacevoli conversatori, rigidi nel bere un caffè dopo le diciassette.
 
La partenza e la Germania apparentemente non c’entrano, anche perché per me Germania vuol dire anche lavoro. E la partenza è l’allontanamento, la voglia e il bisogno di andare, di diventare onda, per dimenticare e ricostruire.
E a volte sono tedesca. E tocca ricordarmi che i capelli scuri e gli occhi altrettanto non stanno lì a caso, servono a rammentare che spegnere il motore ogni tanto serve.
Se non altro per farlo girare bene alla futura accensione, per non affaticarlo.
Poi non so nemmeno se sia vera ‘sta cosa, non mi intendo di motori.
E appunto a unire me, tedesca, e la Germania e la stravaganza dell’immaginazione, una delle scorse mattine, in dirittura d’arrivo comunque, visto che la parola arrivo è scritta sulle ore diciassette di oggi, mi sono svegliata con alcune parole ancora sulle labbra, immagini arrotolate e ancora come una mano che mi trascinava dentro, dentro a quei sogni cosi bizzarri che ho lasciato a macerare in questi giorni, come la frutta nelle bacche di vaniglia, a prendere profumo, a prendere un altro senso.
Ero a Francoforte. Sono anni che devo andarci. Ero lì consapevole d’esserci per lavoro, ma insolitamente seduta in un bar all’aperto in discesa.
Non so cosa possa significare la discesa, ma percepisco ancora la visuale nella mente. Un paio di vasi rettangolari davanti, con verde di qualche tipo e una discesa di asfalto, come vicino a Santa Maria Maggiore a Roma.
Giornale, come fosse domenica, aperto sul tavolino, caffè, non tedesco, sulle labbra e tepore. Piacevolezza.
D’un tratto un caos. Una sommossa popolare, disordini, rumori, colpi d’arma da fuoco. Corse di gente davanti al mio tavolino. Mio da dieci minuti.
Un uomo, turco, come turca sono sembrata io ai turchi a Istanbul dieci anni fa, si avvicina a me, correndo e cercando di attirare la mia attenzione.
Intuisco che c’è da andare e di corsa anche. Lui mi tira da un braccio e io mi divincolo e rimango seduta, con la mia giacca aperta, di lino, e i sandali. In perfetta visuale soggettiva con le mani sul telefono.
Chiamo. Cerco una persona. Una con cui ho litigato peraltro tre anni fa. In un modo eclatante. Via e-mail col mondo in copia, superiori e non, in modo che nessuno avesse dubbi che ci fosse del tenero.
Ricordo un bel “porca miseria” scritto bene, senza errori, nell’oggetto della e-mail, che parlava del fatto che avrei dovuto imparare certe cose prima di parlare e di chiedere spiegazioni su un disguido, che disguido non era stato.
Questa lite fu fatta finire, per sfinimento, a Parigi, dopo fiumi di birre e di riflessi di luce sul cranio del soggetto. Privo di capelli, di bianco sotto agli occhi, ma non di spirito.
Dunque chiamo lui nel sogno. Lo cerco. Adesso lo trovo anche molto simpatico peraltro.
Lo chiamo e risponde la sua voce in segreteria. Una voce chiara e ironica.
“per qualunque emergenza inviate una mail a nome.cognome@nomedellaconcorrenza.com” . Sì, ho sentito bene.
E` passato al nemico.
Insisto, penso che sto sognando che diamine! e devo pensare anche alla concorrenza.
Vedo nel frattempo gente fuggire e ombrelloni verdi bordati di bianco ondeggiare al passaggio, sole pigro e improbabile e dita sul telefono, il mio, a cercare il tedesco.
Risponde. Sorride, mi dice di calmarmi.
Gli chiedo cosa fare. Sono pietrificata mentre qualcuno spara.
Lui ascolta in silenzio e senza scomporsi mi dice di chiamare un tassì e di chiedere di portarmi presso “vattelapesca.de”.
E io gli chiedo: – Ma come? Che ne sa il tassinaro di vattelapesca? Una via? Un indirizzo?
E lui: – Tutti sanno di vattelapesca, chiama il taxi e non fiatare, si tratta solo della tua immaginazione se tutto questo ti pare insormontabile.
Interrotto. Sveglia che suona con la radio.
Arrivo in ufficio e gli mando una mail. Gli dico cose bizzarre, non di lavoro, gli accenno qualcosa. Invio.
Autoreply. Sono in ferie, per urgenza chiamate imieicolleghi.germania@compagnia.com
Allora cerco vattelapesca.de, che non ho mai sentito.
Sono curiosa di sapere se esiste, sono le ultime parole che ricordo. Vat-te-la-pe-sca.
La trovo.
Telefonia per aziende.
Come? Telefono che dice telefono?
Un dito su un telefono mi appare nella main page.
Credo che mi volesse dire di prendermi una vacanza.
Credo che il mio lato tedesco prenderà una vacanza.
La mail che gli ho inviato però non posso farla tornare indietro.
Se mi chiede spiegazioni userò la scusa dello stress e proverò a cavarmela così.
Porca miseria non me lo leva nessuno, ma stavolta sarà ironico e magari stavolta ci vado a Francoforte.
(Scappo da Milano, torno dopo aver finito tutta l’onda)
(E.)
Published in: on agosto 7, 2009 at 10:39 am  Comments (8)  
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Partire (III e ultima parte)

Neil. L’avevo baciato, mi faceva ridere e anche stare in silenzio mentre mi diceva di lui, mi dava i brividi mentre mi guardava senza parlare e, mentre impegnato a spiegarmi qualcosa, lo spiavo di nascosto; cercavo nei suoi occhi di trovare qualunque menzogna o qualche falsità, trovavo timidezza, forse, sogni, ma non bugie. E sorridevo. E lì Neil si fermava per guardarmi, rapito. Rincorreva le luci che sgorgavano dal miei occhi sorridenti, disse, cercava di capire come si formavano quelle angolazioni dolci della pelle e come si tendevano le mie guance mentre accennavo ad una smorfia di disappunto.

Notte lunga, quella, da quanti mesi durava? Neanche Neil lo ricordava, una delle più lunghe che ricordasse comunque.

Io non ne ricordavo una così, ma speravo quel momento durasse a lungo, con la musica del bar che cullava un racconto di due anime sconosciute che si stavano cercando.

C’erano molte ore ancora allo smistamento, chissà a chi m’avrebbero assegnata e soprattutto che ruolo mai potevo avere io, che diamine avevo scritto su quel foglio?Neil era pilota e io? Che cosa mai avrei potuto fare in Costa d’Avorio o tantomeno su Exaticon?

Due dita mi sfioravano le ciglia, e tornai al presente, a quella notte e a Neil che mi baciava dolcemente con quelle labbra morbide e calde.– Andiamo Holly, ti porto in un posto bellissimo-.

Seguimmo una stretta stradina che aggirava un grande edificio e entrammo nel retro.

Neil aprì una grata e ci infilammo in un corridoio largo e buio fino a raggiungere un montacarichi, che Neil disse serviva per i materiali di scarto, era un posto che conosceva, ci veniva a pensare e a suonare lontano dal frastuono della strada.

Il montacarichi si mosse e ci portò lentamente in alto, mentre Neil raccontava ancora sfiorandomi il volto con il dorso della mano. Eravamo sul tetto. Era quasi completamente buio, c’erano capannoni coperti solo da tetti di latta e un ampio spiazzo illuminato da un neon verdognolo di una insegna di fronte. Una luce verde diffusa, a tratti più forte, a tratti fioca e morbida come quella di una candela che oscilla al vento e sta per spegnersi.

Ci sedemmo quasi sul bordo del cornicione a guardare in alto e in basso, su quella città così lontana adesso, e così piccola. Dove adesso tutto sembrava tranquillo, e quella notte sembrava normale.

Una notte verde di neon e un cornicione con due persone che si raccontavano tenendosi per mano.

Poche stelle e Neil che riempiva il cielo con le sue parole e i suoi baci e i suoi sogni vestiti di viaggio e di speranza.

Due pattinatori del cielo quasi spoglio, sul tetto di un grattacielo punzecchiato da qualche folata di vento, umido della pioggia passata, caldo di carezze.

Neil mi stava amando, con quel suo sorriso che attraversava il buio e il verde del neon, amava i miei silenzi e le mie parole, accarezzava il mio nome come fossi l’unica al mondo.

E mentre quella notte continuava ancora chissà per quanto tempo, dimenticando Jane che avrebbe fatto un’altra nottata insonne col volume alto del televisore, facemmo l’amore, nel silenzio rotto da una nenia di un muezzin che da un altoparlante distribuiva il suo altalenante verso nella sua lingua, più vicina alla nostra di tutte quelle sentite in quella notte.

Nella penombra di quel tetto sotto il cielo ci amavano dolcemente cercando di abbracciare quella pace e di tenerla con noi il più a lungo possibile.

Il muezzin salutava i suoi fedeli da lontano e noi ci scoprivamo vicini e lontani da tutto il resto. Dalle religioni di quel mondo così rumoroso e dalle urla di quella notte infinita. Lontani da quel viaggio e dal passato.Ci sfioravamo la pelle sussurrando al cielo la nostra voglia di amare, a quel tetto verde il nostro sogno di libertà.

Jane era sparita, forse dormiva, chissà, Jan magari contava le stelle nel suo cielo lontano, e Neil sonnecchiava sulla mia spalla con un sorriso lieve che gli increspava le labbra.

Mai quel buio era stato così amato e liberatorio.

E la notte proseguiva, così avrebbe fatto per chissà quanto tempo.

Chiusi gli occhi e sognai che saremmo partiti insieme, che mi sarei trovata accanto a lui, su un aggeggio volante con la mia sacca e il suo sorriso, che avrei rivisto i miei amici, che avrei ammirato posti lontani e li avrei tracciati sui miei blocchetti, che avrei immortalato i volti di persone incontrate nella mia macchina e che avrei dimenticato il resto. Avrei attraversato il cielo scoprendolo casa con Neil accanto, su silenziose pianure senza neon e megaschermi, annusando l’aria d’erba e fiori.

Riaprii gli occhi e Neil era ancora lì, stavolta sveglio, e mi chiamava: – Holly, sognavo. Eri lì. Vieni con me-.

(E.)

Published in: on ottobre 10, 2007 at 6:28 pm  Comments (5)  

Partire (II parte)

Guardavo a terra, cercando qualcosa di familiare, visto che quello che scorgevo ad altezza uomo era sconosciuto. Uno strano individuo stava parlando in una lingua che conoscevo male, una lingua nippo-americana, un idioma usato nei comizi elettorali. Cercavo di carpire qualcosa per rendermi conto se si parlasse di requisiti per il reclutamento, ma riuscivo a capire solo la destinazione e la data di partenza: due giorni dopo e Costa d’Avorio, per poi eventuale missione su Exaticon, il satellite di insediamento del gruppo di ricerca delle riserve energetiche.

Una cosa lunga, forse, pensavo, ma la Costa d’Avorio doveva essere bella e poi lo spazio, visto soltanto una volta quando trasferivano il mio amico Jan alla stazione orbitante. Allora lo avevo accompagnato portando la macchina fotografica con un tesserino stampa falso.

Poteva riaccadere e magari avrei rivisto qualcuno di tutti quei pezzi di vita che si erano dispersi.

Nessuno che avesse sembianze simili alle mia intorno, qualcuno cercava di parlare, mi passava una birra, o chiedeva di cosa stesse parlando il tipo sul palchetto. Partire. Era la soluzione.

Una donna passava e distribuiva moduli prestampati da compilare, ne afferrai uno e lo compilai, forse avevo anche sbagliato a capire cosa c’era scritto.

Scrivevo e mettevo crocette su quadratini, mentre qualcuno si sporgeva a sbirciare cosa scrivessi.

Passarono a ritirare i fogli, che nel frattempo in pochi avevano compilato, la maggior parte dei presenti non aveva il pollice prensile o comunque non capiva una parola di quello che era scritto su quei fogli ingialliti.

Un’altra sigaretta nell’attesa, mentre il cielo che si stagliava sulla piazza era stranamente sereno, poche stelle ma vere, mentre le volute della mia sigaretta disegnavano scie che si dissolvevano lentamente. Chissà che ora era. Nella notte di poche stelle cercavo una storia da raccontarmi per ingannare l’attesa. Cercavo un motivo per rimanere o uno per andare.

Sentii fermento intorno alla camionetta, poi la voce dell’individuo col berretto di lana che aveva blaterato prima riprese a gracchiare. Chiamava. Chiamava nomi strani. E lentamente questi prescelti si avvicinavano. Sentii tanti nomi, sconosciuti, alieni. Sentii anche il mio, ma non lo riconobbi, perché detto in quella lingua infame. Riavvolsi un attimo il nastro dei pensieri e mi accorsi che ero davvero io, che dovevo andare, che ero stata chiamata. Mi feci largo fra la folla e presi posto vicino alle transenne, ricevetti un tesserino su cui scrivere il mio nome. Guardavo nel vuoto di quegli sguardi accanto a me. Ascoltavo ancora le sirene e i megafoni di altri richiami, di altre piazze forse. Guardavo le mie mani che stringevano quel tesserino, mentre una voce nella mia lingua mi parlava.

Mi voltai senza convinzione, convinta che fosse uno dei miei pensieri e trovai un uomo con le labbra socchiuse.– Mi capisci, vero? – Annuii e continuai a guardarlo interrogativa.– Sono stato chiamato, anche tu, vero? – Nessuna risposta, parlava il mio tesserino.– Sono Neil, sono un pilota, tu chi sei? – Pensavo, ma l’ascoltavo, Neil. Era forse quel Neil che era stato compagno di viaggio di Nirdosh, il mio fratellino d’adozione che adesso stava in India? Chissà quanti Neil esistono in questo universo.

Chissà poi Nirdosh dove era adesso. Se aveva davvero mollato tutto e buttato la fortuna dei suoi dietro le spalle per rincorrere i suoi desideri.

Neil continuava a parlare, parlava della Spagna e dei viaggi spaziali, ma si soffermava di tanto in tanto per guardare se lo seguivo.

Se era quel Neil io ne ero da sempre affascinata. Ma non era quel Neil. Era un Neil qualunque, uno reclutato con me e altri sconosciuti per una missione che nessuno aveva ben capito cosa fosse. Era un Neil e parlava la mia lingua.

Mi prese la mano per attirare la mia attenzione. Lo guardai e chiesi: – Neil andiamo? – . Nel frattempo si erano quasi allontanati tutti e il gruppo di reclutanti aveva dato un programma a ciascuno di noi. Avevamo almeno 12 ore prima del prossimo incontro per lo smistamento.– Come ti chiami? – Al suono del mio nome mi guardò e mi strinse le dita. – Dove andiamo? Hai fame? – Perché era così accomodante, mi chiedevo. Si sentiva solo anche lui forse, lontano dalla sua terra o soltanto bisognoso di dividere un pasto con qualcuno che capisse cosa diceva. Neil. Era il nome che avrei dovuto avere se fossi nata maschio, diceva mia madre. Neil. E lui mi accarezzava con lo sguardo come da tempo non accadeva più. Si accostò alla mia spalla, ci poggiò il suo mento e sussurrò:– Andiamo, facciamo due passi – . Prese la mia sacca e la mia mano e mi chiese di alzare lo sguardo, le luci erano meno forti e la nottata era serena, dovevo godermela. Non guardavo più i piedi, avevo nei jeans il tesserino e dalla mano Neil.

Iniziai a parlare, ma dei sogni che facevo, raccontai che avevo sognato una cosa simile tempo prima, una nottata simile intendevo, e forse di lì avevo preso coraggio per partire, come molti dei miei più cari amici avevano fatto. Pensavo a Jan, lontano, che non sentivo da tanto, che forse non avrei rivisto, pensavo a Nirdosh e a quel Neil che non avevo mai conosciuto. E invece un Neil sconosciuto mi teneva la mano e mi ascoltava, mi faceva sorridere e mi mostrava le poche stelle rimaste raccontandomi le loro storie.

Mi porgeva un boccone di qualcosa di commestibile mentre parlavo di una canzone che stavo canticchiando quella mattina, o quella notte, comunque quando m’ero svegliata, o di un libro che avevo letto. Mi saltellava accanto cercando di farmi sorridere, per far comparire quelle pieghe sulle guance che aveva scorto per un attimo e che voleva rivedere assolutamente.

Non pensavo più a Jane, al viaggio, quella notte improvvisamente era lunga ma non troppo. Andavamo verso un gruppo di uomini, individui era forse la migliore definizione. Forse Neil ne conosceva qualcuno. Ci avvicinammo mentre sentivamo che sembrava litigassero. Neil lasciò la mia mano delicatamente e si avvicinò ad uno di loro, vidi il plutoniano indicare una strada sulla destra, poi fare giri con le dita, o con le estremità che possedeva, per poi tornare a litigare con il resto del gruppo. Mi avvicinai a Neil che era rimasto fermo lì davanti ad un cartellone luminoso. E la luce si rifletteva sul suo volto illuminandone le pieghe e esaltandone lo sguardo, colorava di rosso i suoi capelli e le sue gote, trasformava il blu del suo maglione. Neil incantato lì come in trance davanti a quel rosso accecante.Trovai il suo viso arrossato dalla luce e avvicinai il mio per provare la sensazione di quel colore sul volto. E lo abbracciai.

Uno sfiorarsi dolce e intenso, anche se breve. Cercò i miei occhi in controluce e così anche le mie labbra. E nel rumore intorno, mentre gli energumeni litigavano ancora e quella luce ci attraversava i capelli, ci baciammo a lungo. Ad occhi chiusi e ad occhi aperti, per assaporare la sensazione del solo rumore intorno e anche della luce forte nel buio. A lungo, con le labbra morbide e dolci di bambini che si addormentano con le dita in bocca o che mangiano la cioccolata sporcandosi ovunque. Un bacio che ad un tratto era quasi nel silenzio; sparì ogni frastuono intorno, mentre qualche goccia di pioggia bagnava i nostri volti. Lenta pioggia quasi musicale, mentre il bacio si spegneva in una carezza di Neil sulla mia guancia su cui scivolavano le gocce di pioggia.

Entrammo in un bar, mai staccando lo sguardo l’uno dall’altra, e su una sedia posammo sacca e giacche, mentre una donna ci porgeva da bere. Guardavo Neil, quello sconosciuto che mi aveva fatto dimenticare quello che lasciavo e quello che dopo meno di due giorni avrei fatto. Io con i miei colori e la mia macchina fotografica. Con una sciarpa e due paia di mutande nella sacca. E qualche altra cosa appallottolata di corsa prima di chiudere quella porta a chiave.

(E.)

Published in: on settembre 26, 2007 at 10:28 am  Comments (9)  

Partire

Marciapiede gremito. Occhi bassi a guardare i piedi, i miei, che attraversavano le strisce pedonali sbiadite.

Piedi e altri piedi. Tanti.

Nel buio di una notte lunga, troppo lunga, insolita.

Dove stavo andando e dove andavano gli altri piedi?

Avevo chiuso la porta a chiave, avevo detto a Jane mentre preparavo la sacca che andavo alla Torre, lei mi aveva chiesto da cosa scappassi, le avevo risposto che non scappavo, che c’era un reclutamento e che era un’ottima occasione per andare via. Andare via da quella notte troppo lunga, che durava da mesi, anni, non ricordavo più.

Ecco, c’era il reclutamento.

Calpestavo cartacce e fanghiglia, cose dimenticate da qualcuno, e il frastuono intorno non lo sentivo.

Spallate o scossoni. Camminavo con lo sguardo a terra con fugaci sguardi a mezz’aria per cercare spazio in mezzo a tutta quella folla.

Ombre scure, gente sconosciuta, tute mimetiche e colori sgargianti nascosti da quel buio interrotto da qualche luce improvvisa di sirene o di vetrine rosse o blu. Angoli di edifici irriconoscibili, manifesti elettorali, mentre dai vetri di qualche shop qualcuno blaterava qualcosa dentro schermi enormi e azzurrognoli.

Piedi, ancora piedi e volti scorti fuggevolmente, cicatrici, ghigni, zigomi forti e cappucci di tela.

Forse tutti andavano alla Torre nella piazza centrale, e io perché ci stavo andando? Per i reclutamenti servivano piloti, esploratori, semmai reporter o diplomatici, ma non una come me che offriva solo se stessa e il viaggio, che non aveva nulla da perdere, stava tutto nella sacca sulle spalle, i pochi strumenti che portavo dietro, due blocchetti bianchi, un paio di matite e cere e una macchina fotografica.

Ma c’era il reclutamento e avevo chiuso la porta a chiave, ero uscita mentre Jane non c’era. Per non doverle ammettere che comunque sarei andata.

Ad un tratto percepivo di nuovo i rumori, ovattati dal mio ritorno al suono, mentre accendevo una sigaretta in un vicolo.

Nella notte le luci repentine diventavano accecanti e socchiudevo gli occhi per abituarmi lentamente alla loro violenza.

Luci di megaschermi e di spot fuori dalle banche, fari di auto e di stelle finte nei negozi.

Ero quasi arrivata alla Torre e sembrava davvero andassero tutti lì, ma che poteva mai significare questo reclutamento per tutti quegli esseri che si accalcavano nella strettoia che portava alla piazza?

C’era una camionetta al centro, un palchetto improvvisato e transenne e luci alimentate dal motore di un furgone. Un migliaio di persone di ogni specie, di ogni pianeta esistente, di ogni stazza.

Un assemblaggio di volti, di lingue, di sessi.

Partire, forse era una soluzione.

Jane tornando avrebbe visto che non c’ero, avrebbe acceso la tv e avrebbe guardato un telequiz.

Partire.

(E.)

Published in: on settembre 12, 2007 at 1:47 pm  Comments (11)