Potrei tornare

Bikes (Pedro Pacheco)

Bikes (Pedro Pacheco)

Considerati leggero come un sospiro di vento fra un orecchio e i capelli, come una corsa senza pedali in una discesa dimenticata in campagna, come un pensiero che non può avere luogo e non ha peso alcuno.

Considerami trasparente. Come acqua che scorre fra i raggi di un sole smargiasso. Come sorriso rubato di ruote cigolanti.

Considera che potrei tornare. Come potrei non.

Considera che il mio passo è diverso, a volte è spedito di fiato affilato, altre è lento di stagioni sonnecchianti. E il passo non è tutto, è solo un piccolo scorcio del viaggio. Che il viaggio intero non si vede, si accarezza nel sogno o si disegna nei suoi tratti più decisi e il resto si lascia andare da solo.

Dobbiamo vivere leggeri, con una maglietta sola, la ruggine lasciamola agli altri.

Mentre io per eccesso di precauzione, che non mi fido di lasciare andare il respiro come vuole, mi riempio le tasche di sassi.

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Published in: on maggio 11, 2015 at 12:29 pm  Comments (3)  
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Nel sogno andavi di fretta

photo by making coffee

photo by making coffee

Le cose stanno così. Chi mi ama mi sogna che corro.

E la cosa in tempi di vacche magre e di giocati i numeri al lotto potrebbe assumere tante connotazioni. Sulle quali farò finta di niente. Come è del tutto normale fare per sentirsi terribilmente alla moda.

Questo spazio è nato da una mia idea; sono sempre stata una col pallino della scrittura, pur non avendone il sufficiente talento, il tempo, la fortuna e altre decine di doti delle quali sono altrettanto sprovvista.

Proposi l’idea balzana alla donna migliore che conosca, che ho la fortuna di conoscere da oltre trent’anni, quindi da quando entrambe avevamo lasciato da poco il pannolino.

E l’esperimento partì.

Durò poco la cosa a quattro mani, del resto due donne, anche se si amano alla follia, restano donne, competitive e anche, soprattutto la sottoscritta, rompiscatole.

In realtà la mia compagna di viaggio, la spagnola del duo, in questi anni ha cambiato la sua vita, specialmente dal 10 agosto in avanti.

Insomma ci sentiamo meno, ma ci amiamo lo stesso. A modo nostro, come abbiamo sempre fatto.

Sin dai tempi in cui le passavo i mandarini sotto il banco. Sin da quando la ricordo con la parrucca da damina e il neo disegnato con il kajal.

Il tempo di dirsi le cose è rimasto fermo ad aspettare un bus, ci restano pochi scampoli di righe e una chiamata sporadica in cui alla fine ti rendi conto che volevi dire altre cose e che non hai avuto il tempo di dirle.

E allora abbiamo deciso di incontrarci nei sogni. Per parlare.

Era inverno e ti incontravo sotto i portici di Via Ugo Bassi, a Bologna, quelli che incrociano via Indipendenza. La gente creava confusione e io che ti intravedevo cercavo di attirare la tua attenzione per salutarti correndoti un po’ dietro. Io avevo avuto un incidente in Via Rizzoli dovuto a una nebbia tremenda, così fitta da non lascire intravedere nulla. Riuscii a sentire solo l’impatto dell’incidente. Io in bici, con una moto di due giovani ragazzi un po’ ubriachi. Poi proseguo e cerco di beccarti, ma tu viaggiavi con delle cuffiette e a piede sospinto per cui se non mi avvicinavo davvero non mi avresti né vista né sentita. Ti sentivo che non stavi bene, che avevi molto da fare e da pensare e che tiravi avanti col freddo della cittá. Indossavi un enorme cappotto nero, un po’ old fashioned. Ecco ti ho sognata e mi è rimasta la voglia di parlarti visto che nel sonno andavi di fretta e il pianto di Mat ha interrotto il sogno.

E per una volta quindi che ci incontriamo, a Bologna, lontane da tutto, quasi tornate indietro nel tempo, senza fretta, senza bisogno di prendere un aereo, io vado di fretta e ho le cuffiette.

E mi sono detta che la cosa sarebbe potuta benissimo accadere stamattina. Che di fretta ci vado sempre, che rubo il tempo e che prima o poi verrò condannata.

Anche se l’applicazione della legge non è uguale per tutti, almeno così dicono.

(E.)

*Milano*

la foto è di confusedvision – sotto gli style council – you’re the best thing

Guardavo dal finestrino Milano accaldata, in mezzo alle sue strade spopolate, alla sua periferia est così rumorosa.
La guardavo e mi veniva in mente il perché ci sono finita.
A quando ho davvero preso questa decisione.
E a quando essa è divenuta inevitabile, come il tramonto dopo il giorno. Come quando dopo il caffè ci sta la sigaretta, in silenzio, magari, senza troppe parole di contorno, ché se ti parlano ti verrebbe da chiedere di smettere e di ascoltare la pace, quella dell’appagamento.
Ho imparato ad amarla in silenzio, pur cacciando via questo pensiero dalla mia mente.
Come quando si ama un uomo troppo distante, o un uomo sbagliato.
Come quando ti guardi allo specchio e ti dici qualunque cosa, ma se qualcuno osa dirti le stesse cose lo sbraneresti.
Milano è da lasciare andare.
Non da amare, non da cercare, ché non verrà mai.
È da portare a spasso, come un cane sonnolento, che quando meno te l’aspetti ti guarda con due occhi unici e non sai resistergli.
Milano ti stringe e ti lascia esanime senza fermarsi. Ti abbandona e ti cura dal male della solitudine con altra solitudine.
Ti cuce addosso il suo cielo bianco e livido, che quando non lo vedi quasi ti preoccupi.
Ti piace perché non è tua e non può esserlo di nessuno.
Milano ha i tacchi alti e cammina poco. Corre e si dimentica.
Spia e ignora.
È la donna che tutti vorrebbero.

(E.)

(Oggi è il compleanno di questo blog, iniziato appunto con il post “Milano”, continuo da qui, quindi. La mia compagna di viaggio che ha iniziato con me questa avventura è a Valencia, a lei oggi vanno i miei saluti e ai viaggi che faremo e che facciamo tutti i giorni)
Published in: on settembre 4, 2008 at 8:13 am  Comments (29)  

Polirematico

paris – sant’eustache – l’écoute di [au ro]

Adoro nel frattempo.
Non che io provi adorazione mentre faccio qualcos’altro. Non intendevo dire che provi un sentimento di riverenza durante lo svolgimento di attività di altro tipo. Adoro la locuzione “nel frattempo”.
Non perchè evochi sveltezza, efficacia, inutile perdita di tempo. Fosse così non l’adorerei, basta il mio lato concreto a farlo per me.
L’adoro perchè dimostra che si può fare tanto altro mentre si fa qualcosa.
Che esiste un mondo parallelo che vive nel mentre. Che vive durante. Che attraversa il presente atto e ne rende possibili altri.
E quelli possibili rendono l’atto principale solo un fratello e non un figlio unico.
Si può essere singolari e rendere un plurale.
Si può stare fermi e nel frattempo andare.
(E.)

Published in: on agosto 27, 2008 at 8:42 am  Comments (20)  

Da qualunque parte

la foto è mia, la musica sotto dice tutto

Con le memorie condivise, con le parole scelte nel mucchio dei vostri cestini, come vecchie matasse di lana che non si sa cosa farci.
Pescare come si brancola nel buio a mosca cieca, prendere a caso un nastro e disegnarci con la mente il contorno di ciò che potrebbe o vorrebbe, disegnarci comunque qualcosa che voli da sola e raggiunga il posto scelto. Arrivati a destinazione fermarsi e perdersi.

Buon fine settimana.

(E.)

Published in: on marzo 15, 2008 at 12:01 am  Comments (6)  

Sweetheart bus

-la foto è sua-

Credo che nella vita di chiunque ci siano circostanze, persone, incontri, momenti che cambiano tutto ciò che viene dopo, e se ci pensi quasi non riesci ad afferrarli tanto sono parte della vita nel suo tutt’uno.
La vita scorre senza fermarsi a dare un volto alle circostanze, ma dentro restano tutte le immagini, mescolate senza un ordine preciso, ma come quando cerchi in mezzo alle tue cose messe alla rinfusa, se vai a frugare le trovi subito, eccole, riaffiorare così d’improvviso e con una vampata ti portano indietro.
Una delle persone che più contano nella mia vita l’ho incontrata per caso. E poi è diventato il mio migliore amico. Ho trovato in lui le parole che non avevo mai pensato, le storie che avevo immaginato, gli stessi sentimenti e la stessa sensibilità. Le lacrime davanti alle stesse immagini, silenzi pieni di tutto, muti e ricchi.
Con lui ho condiviso tanti viaggi, tante avventure. Con lui ho visto scorrere dal finestrino del viaggiatore tutto il paesaggio e la musica migliore di sottofondo.
Con lui ho respirato gli odori pungenti dei mercati, il salmastro di spiagge abbandonate, il mugghiare del mare d’inverno e la nebbia ad avvolgerti che non vedi nemmeno i tuoi piedi; e sei su un ponte alto, in mezzo al niente.
Con lui ho scattato le foto più belle della mia vita, ho visto i film che hanno più contato, ho camminato più a lungo che con chiunque altro.
Ho scoperto locande e mangiato le cose più buone, bevuto vino al pomeriggio dopo un’insolazione in una cantina in maremma, mangiato mezzo chilo di burrata come se non avessi mai mangiato nulla nella vita sino a quel momento.
Quando lo vedo, quando ritorna dai suoi viaggi, basta uno sguardo da lontano e so già che il tempo che è andato via senza di noi è già dimenticato, già alle spalle, e anche se i fine settimana tutti nostri di follia non so se e quando torneranno, so che tutto quello che abbiamo vissuto insieme nessuno potrà mai portarcelo via.

(E.)

Ringrazio il coon, per il gioco dei ricordi che ha lanciato e, se volete, potete continuarlo anche voi.

Published in: on febbraio 27, 2008 at 11:11 pm  Comments (11)  

Senti che bel rumore

Una risata avvolgente e vera.
Che viene dalle viscere, dallo stomaco risale come un abbraccio, come un soffio di vita forte e tagliente.
La tua risata di donna che riconosce il dolore e lo affronta con gli occhi fermi.
Con le labbra schiuse e le mani in movimento.
Quando arriva, la risata è calda, profonda, coinvolgente.
Fresca come il battere dell’onda, calda come legna che brucia.
E pensando a te che ridi, mentre tanti sorridono con le labbra ferme, con gli occhi uguali, penso a quanto la vita possa essere bella.
Pensando alla tua risata che riempie il silenzio di ogni stanza, anche a distanza, penso alla fortuna che tu possa ridere e a me che ti possa ascoltare.

(E.)

Published in: on febbraio 14, 2008 at 7:49 am  Comments (20)  
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Dancers

Non ho mai pubblicato sinora una mia foto, per tanti motivi.
Per pudore, per via del fatto che alcune foto che scatto restano nel dimenticatoio, per motivi di valore delle stesse.
Questa foto l’ho scattata a gennaio dell’anno che sta per finire.
Nel luogo che più preferisco. Montmartre.
E’ solo un regalo.
Un regalo di quelli che certi amici apprezzano.
Regali effimeri, di quelli che accarezzano piano senza farti sentire in imbarazzo.
(E.)

Published in: on dicembre 24, 2007 at 10:15 am  Comments (9)  

Omaggio a Giorgio Caproni

Nulla

Luigi Cervoni – Nulla, nel solo palpito d’infinito – Olio su tavola (2004) 

Intendo farvi un regalo prenatalizio.
Una di quelle cose che fanno bene al cuore. Senza pretese, certo, ma con un po’ di dolcezza, visti i dolci che sto mangiucchiando sulla scrivania da ieri, doni arrivati in pacchetti poco colorati e quindi con minore soddisfazione per l’occhio.
Mi piacerebbe soddisfare almeno la vostra vista e poi i sensi impalpabili, quelli che ci portiamo dietro tutti i giorni o che lasciamo dormicchiare, perchè fuori fa freddo e stanno bene sotto le coperte.
Giorgio Caproni. Non lo conoscevo fino a circa 8 anni fa. Sapevo che era un poeta, ma non avevo mai aprezzato la sua unicità sin quando una persona speciale me ne ha parlato e mi ha spiegato anche la sua voglia di riportarlo alla gloria, di farlo conoscere a quelli che non fanno dottorati ad esempio, o a quelli che non leggono antologie del Novecento.
Nato umile, livornese, poi genovese di adozione e di studi, traduttore sapiente di belle opere francesi, maestro elementare, studioso e amante della musica.
Un uomo tormentato, direbbero i commentatori di poetiche nelle critiche letterarie.
Un uomo semplice e complesso direi forse io, sempre non riuscendo a non sfiorare il luogo comune.
La musica nelle sue parole è viva, contiene e trasmette il timbro degli archi, per esempio, ricorda la musica sognata e quella vissuta.
Le parole di chi mi porgeva questo poeta del Novecento furono poche e vaghe. Scoprii presto che i versi di Caproni somigliavano molto a chi me li aveva indicati.
Caproni è musicale come può essere un violino nel silenzio della notte, evocativo dei viaggi e dei sapori come è un viaggio col pensiero su un viaggio passato. Per nulla realistico, per nulla diremmo rosselliniano. Immaginifico rimanendo fuori dal metaforico e dal naturalistico. Anzi quasi denunciando l’impossibilità del poeta e di chiunque di rendere la bellezza.
“Buttate pure via
ogni opera in versi o in prosa.
Nessuno è mai riuscito a dire
cos’è, nella sua essenza, una rosa”.
E passare piano verso la impossibilità del mondo tutto. Dolce e forte, come dice il suo epitaffio. Passare al fatto che «Non c’è il Tutto, non c’è il Nulla. C’è solo il non c’è».
E cercare quindi quell’assurdo e quell’impossibile nelle cose.
“Viltà di ogni teorema.
Sapere cos’è il bicchiere.
Disperatamente sapere
Che cosa non è il bicchiere,
le disperate sere
quando (la mano trema
trema) nel patema
è impossibile bere”.

Un piccolo omaggio anche a chi mi ha fatto conoscere questo livornese.
A chi mi ha permesso di leggere e di capire che il sapore, il colore delle parole può morire e rinascere. E nel timore e nella impossibilità di conoscere il loro destino rimangono sospese.
“Sparire
come un giorno che muore
dietro i vetri”.
(E.)

Published in: on dicembre 6, 2007 at 2:19 pm  Comments (6)  

25 Novembre

Volevi un biglietto, ti piacciono i biglietti, te li scrivo sempre.
Volevi parole mie, parole che conosci.
Parole delle quali intuisci il senso, quello nascosto, anche se chiudi gli occhi, e vedi le immagini.
Parole che capisci anche leggendole al contrario.
Rivoltate come una maglietta bianca lasciata distratta sulla poltrona, come sempre.
Volevi due righe da me, perché il regalo lo hai già scartato.
Volevi un cerchio da riempire, con colore, il mio colore, cangiante, sempre.
Volevi una delle mie smorfie fotografata nelle parole sotto al cuscino, di domenica mattina.
Vorresti che restassi sempre, con la stessa forza con cui sempre mi spaventa.
Vorresti che la guerra, la nostra, la guerra degli altri, tutta la guerra, fosse un ricordo.
Vorresti che i sorrisi di chi non c’è più tornassero a baciare i tuoi occhi stanchi.
Ti lascio una canzone, che non ti piace nemmeno, ma che potrebbero essere le mie parole.
Due righe per dirti che sono ancora qui.
Ancora.

(E.)

ascolta qui
Published in: on novembre 23, 2007 at 6:36 pm  Comments (4)