post maivisto – post preparatorio

Il presente post è preparatorio per un altro pezzo di memoria, purtuttavia è solo un modo di omaggiare una persona del tutto maivista che ha incrociato solo col pensiero la mia vita, o meglio la mia infanzia.
Si tratta di Andrea Pazienza.
Lui scrisse di sè sul Male nel 1981 una sua presentazione, dicendosi cose banalotte come Gemelli ascendente Sagittario e raccontando che “Sotto l’aspetto fauto e salottiero nasconde abilmente torbidi legami con il movimento del ’77 e con altri movimenti analoghi.”
Non me ne vogliano i gentilissimi fruitori del MIVA blog.
Non ho intenzione per il momento di parlare di quel periodo, tuttavia lo vissi, intimamente vissi, fortissimamente vissi, lì dove lo visse lui e merita un capitolo del mio viaggio.
Post mai visto perchè lui e Sparagna fondarono il maivismo, una cosa genialissima, a parer mio, che mi vide spettatrice inerte, tuttavia questo bastava per un movimento di questo tipo.
Dunque il buon Paz attraversa parecchia della mia vita, gli anni ’70 li ho vissuti con occhi di bambina, tuttavia molto vigili e presto li racconterò.
Il mio intento non è quello di nostalgiche rivisitazioni di un fumettista-pseudopensatore e del periodo nel quale mi fu vicino nel pensiero, tuttavia nel recente 2002 uscì un filmetto italiano (di Renato de Maria) che io e il buon amico mio Penthotal (nome copiatissimo ovviamente da uno dei suoi personaggi) andammo di corsa nelle sale a vederlo, ricordo al Tibur per l’esattezza.
Quel periodo mi ha segnato la vita, nel bene e nel male.
Pertanto merita il mio omaggio e merita il mio ricordo.
Merita che lo regali a chi non lo conosce e merita che prepari la scena per un pezzetto del mio Paz, tutto personale.
Per il momento saluto Andrea Pazienza anche se non può sentirmi.
Lo ringrazio per avermi fatto credere che in fondo la vita poteva anche essere ben colorata e fumettata nonostante la sua crudezza.
Ciao Paz!

(E.)

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Published in: on novembre 21, 2007 at 3:25 pm  Comments (21)  

A Celso

(dedicata a chi fa qualcosa, senza che nessuno glielo abbia chiesto) 

Caro Celso,

fratello come tanti su questo pianeta, ti scrivo dopo tanto tempo, per la prima volta, per raccontarti chi sono e perché forse te lo sarai chiesto ed è giusto tu sappia.

Sono lontana e lontana resterò, contenta di contribuire in qualche modo, semplice e silenzioso, alla tua vita, al tuo futuro. Perché il futuro sia il più possibile come lo desideri.

La tua terra è una bellissima terra, piena di vita e spero ti dia le opportunità che meriti, così come le persone che ti sono accanto in questo momento.

Sono una donna che si sente partecipe del mondo che la circonda e per questo e anche un po’ forse per sentirsi migliore, ho deciso un giorno tanti anni fa, assieme ad un amico caro (che partecipa anch’egli a questo progetto di regalarti un bellissimo futuro), di vedere il sorriso di un bambino, di immaginarlo almeno e di guardare una foto, di un bimbo come te che merita come tantissimi altri, come tutti, di avere un sogno da inseguire. Che sia quello di fare il meccanico, di guidare un’automobile, di giocare e di correre con gli altri bambini. Qualunque esso sia. Il tuo sogno, uguale e diverso dagli altri.

La vita è difficile, Celso, ma lo è per tutti. E se tutti pensassimo, almeno un istante, che può essere migliore e provassimo a fare un solo gesto, anche solo una mano tesa, un sorriso, una carezza a qualcuno, sarebbe senz’altro migliore.

L’amore, Celso, è l’amore che regola e che dà senso alla vita. Una vita che ci appartiene ma che ci è stata data in prestito e che non è giusto noi restituiamo in modo egoista e povero.

È la nostra ricchezza, quindi che ci rende migliori. Non di denari, non di case o di giocattoli nuovi o di automobili più veloci, ma di amore.

Quindi eccoti la mia carezza, perché ti sia di compagnia, perché ti ricordi che qualcuno ha bisogno della tua. Anche domani.

Perciò questa mia carezza tienila. Sorridi, Celso. Nessuna promessa è migliore del tuo sorriso.

Ti abbraccio.

E.

p.s. adesso Celso si chiama in un altro modo, ma vale lo stesso.
Published in: on ottobre 25, 2007 at 4:12 pm  Comments (1)  

Are you Monroe or Hepburn?

Sin da quando sono piccola, subisco il fascino attivo e retroattivo di Audrey Hepburn.

Una donna che ha influenzato, senza essersene preoccupata minimamente, il mio gusto, le mie preferenze, il mio modo di essere e di vestire.

Ho sempre pensato che una donna che porti con disinvoltura i capelli corti sia piu’ donna delle altre, ho sempre creduto che chi e’ minuto ha in se’ una grazia innata, o anche che la stravaganza silenziosa e’ sempre stata la migliore arma di affermazione e diversificazione.

Quando ho pensato di scrivere un post su di lei, ho pensato a tutte le cose romantiche che porta con se’ e volevo regalare quindi tutti i sogni di bambina e di donna connessi a quel volto e a quella persona.

Avrei pero’ rischiato di diventare melensa e, siccome so che anche C. l’adora e, giuro, non l’abbiamo saputo per anni e siamo rimaste amiche lo stesso!, preferisco sfiorare l’argomento con piccoli tratti e soprattutto riproporre la dicotomia degli anni ’60. Siete piu’ Audrey o Marilyn? O preferite piu’ l’una o l’altra?

Le mie motivazioni per scegliere la prima sono tante. Addirittura le mie due canzoni sono legate a lei, le canzoni che hanno accompagnato tutta la mia vita sino a questo momento. Per non parlare di piccoli grandi dettagli che fanno ormai  parte di me e che derivano dal suo personaggio, dalla sua persona o da tutte e due le cose.

Adoro fischiare, mi piacciono gli occhiali grandi e i capelli corti, la mia storia e’ sufficientemente incasinata, quando sono triste canto e canto quella canzone.

Ho visto quel film una ventina di volte e tutte le volte ci torno quando sono da sola, con la voglia di un po’ di casa, quando fuori piove e il mondo sembra dirti che puo’ aspettarti.

E allora mi aspettasse! Mi immergo nel conforto delle strade di note, nell’acqua che scorre senza far rumore.

E, immancabilmente, arriva il calore. Piano piano. Come una coperta leggera.

Per tutti questi e tanti altri motivi scelgo Audrey, moon river e la vie en rose.

(E.)  

per ascoltare e vedere:  

Published in: on ottobre 17, 2007 at 9:59 am  Comments (24)  

A casa

Due passi e sono da lei.

Il suo treno ha oltre un’ora e mezza di ritardo, la aspetto sulla banchina.

Sento l’annuncio, sempre incomprensibili gli annunci.

È il suo treno.

La gente scende dai predellini, volti diversi, stanchi, sorridenti, volti di gente che è arrivata a destinazione.

Il cielo è limpido, il tunnel della stazione lo copre, perfido, nascondendo alla vista il sole lì fuori.

Sembra una giornata grigia qui dentro.

Rumori assordanti, uomini e donne che mi evitano per andare oltre, mentre cerco il suo volto.

Scruto avanti ancora, cerco due occhi cari, due ciocche di capelli che conosco.

Ed eccola lì col suo zaino in spalla, col sorriso di sempre, con un elastico a raccogliere i capelli e un paio di fanali aperti verso di me.

Le corro incontro, le prendo una borsa, camminiamo, non ci pare vero.

Ha una maglietta a maniche corte, io una giacca pesante, come se i 20 gradi avessero sorpreso noi due in modo diverso.

Ma siamo noi due, un’altra volta dopo trent’anni con lo stesso sorriso e la stessa voglia di passare mezz’ora insieme, prima che prenda l’autobus per andare all’aereo che l’aspetta per riportarla a Valencia.

Un caffè e un paio di chiacchiere, naturalmente vere.

Risate, società, politica e vita comune, progetti, futuro prossimo e voglia di andare avanti.

Ognuna nella sua vita, lontane ma vicine come sempre.

La lascio all’autobus, la saluto mentre nel suo sorriso stringe gli occhi attraverso il vetro.

Torniamo alle nostre giornate, lei stasera sarà a casa, io ci torno fra poco, guardo il cielo, lei dice che Milano non è poi tanto male, anzi ne ha rispetto. Io la immagino a Valencia nella sua casa, con i suoi oggetti intorno, magari con la fisa a rilassarsi o con il libro che ha comprato sdraiata a piedi nudi sul letto mentre sopra di lei il cielo non è lo stesso che guardo io.

Bentornata a casa, C.

(E.)

Published in: on ottobre 14, 2007 at 3:56 pm  Comments (10)  

Corteccia

Nell’oblio di questa notte

mi rassomigli un po’

rassomigli al mio mondo,

al mio neo sognato

sotto le labbra.

Sono stata sola come quel neo,

come una galleria buia,

come un mercato affollato e vociante.

Da me fuggivano i giorni,

la notte entrava possente

per poi tornare a celarsi.

Uccelli destati da uno sparo,

liberavano il mio cielo

e mi sopravvivevano nel volo.

Corpo di pelle, di edera, di acqua.

Corpo che mi spinge a cercare

nella terra bruna,

nella corteccia di un albero

che cade e ricorda il tempo,

la ragione di questa sete.

Di questa strada indecisa e tortuosa

che conduce di nuovo in questa stanza

dove cerco un motivo,

inutile,

per cui mi rassomigli.

(E.)

Published in: on settembre 30, 2007 at 11:54 pm  Comments (4)  

Sotto la pioggia

Vestita di tutto punto, tono su tono, mi chiamava al telefono dall’altra parte della strada, mentre la scorgevo di lontano. Mi diceva che era lì e che mi aspettava e mi salutava come se non dovessimo vederci. La raggiungevo, era stupita avessi l’ombrello. Conosceva la mia idiosincrasia a quegli oggetti, inutili per me.

Era bella, sorridente, ma con un’ombra negli occhi. Che solo io potevo vedere. Iniziava a parlare, col suo solito tono. Gioiosa, solare. Mi abbracciava, quasi fossimo bimbi che si riparano dal freddo, continuando a parlare, ascoltandomi. Come al solito. Con i suoi occhi morbidi, con le sue dita ferme sull’ombrello.

Ad un tratto, fece scivolare fra le parole che aveva pianto. Senza motivo. Cercava conforto senza dirlo. Trovò il mio bacio. Le ero madre in quel momento e glielo dissi. Lei mi sorrise, annuendo.

Le facevo notare che stava bene, che la vedevo in forma, che i suoi occhi erano scintillanti, come dopo un pianto, sì, ma anche d’amore. Quello vero, quello silenzioso.

Lei mi mostrava il suo nuovo giaccone, bello, caldo, comodo. Le stava a pennello. Finalmente le vedevo indosso qualcosa che le appartenesse e che le rendesse giustizia. Ero felice.

Tornò sull’argomento, trovò subito la mia mano sul suo viso. Le dissi che nessuno poteva farla piangere, nemmeno se stessa. Non l’avrei permesso. Aveva gli occhi lucidi. L’accompagnai per un pezzo al ritorno, scappavamo verso mete diverse, con la promessa di rivederci presto. Il mio braccio la cingeva, mentre le cercavo il suo sguardo che si rasserenava. Lentamente. Volgeva verso le cose che l’aspettavano. Luminoso.

Ci salutammo, sotto la pioggia battente.

Mezz’ora di noi, rubata e vera.

Le dissi che le volevo bene, mentre si allontanava, con i suoni di quelle parole nascosti dalla pioggia.

E.    (a mia madre)

Published in: on settembre 18, 2007 at 1:46 pm  Comments (4)  

Canzone, sogno, destino

È il dolore che ulula come un passo in un bosco.
Solitudine della notte. Solitudine dell’anima.
Il grido, l’urlo. Il trapasso.

Che ricorda l’attraversare le carni.

Il declino, il crollo.
La belva che intimorisce i canti e le lacrime.
Solo l’ombra sterile aperta dalle mie urla.
E la parete del cielo tesa contro il silenzio.

E’ il mostro, il ferro tagliente.

Sei. Tu sei ancora. Qualcuno era. E lo si cerca ancora.
Labbra di bacio, frutta di sogno, tutto.
E non si puo’ pensare sia nascita.

Perche’ altrimenti sarebbe vita.

Rimane luminaria di luna sui campi deserti.

(E.)

Published in: on settembre 14, 2007 at 9:29 am  Comments (3)