La cedrata

Troppo piccola per arrivare al bancone, ma due o tre monete in mano e in punta di piedi e un signore, che sono tutti signori quando si è piccoli, che sporge un po’ a chiedere cosa voglia. Le ciabatte infradito spugnose e rosa, intrise di sabbia, si sfilano da un piede nello sforzo di spostare il piede e di impuntarlo contro il bordo dei bancone, bancone fatto di mattoncini rustici. Si sbuccia un dito per lo sforzo di rimanere in equilibrio, nonostate un piede sia scalzo e insabbiato. Scappa un ahi, ma nessun’altra parola. Intorno voci, dietro le spalle una signora (a ricordare bene una ragazza, ma siccome ricordo un seno, viene signora in automatico) parla con un bimbo più piccolo imbronciato e gli chiede se “lot dog” (mai sentito) lo vuole con checiap o senza. Il checiap e` una specie di sugo, esce da un tubo, ma sa di aceto. Il bimbo capisce e chiede maionese. Ci sono bimbi che rispondono o no o con o senza e bambini che danno la terza opzione. I più fortunati. Il signore dietro al bancone è distratto, la manina ancora stringe le monete e si sporge per attirare la sua attenzione. Ma nessuna parola. Allora i piedi tornano del tutto a terra, lo sforzo di rimanere in punta di piedi per oltre due o tre minuti si fa sentire, e il dito sbucciato richiede attenzione. Naso in giù, sui piedi insabbiati con una ciabatta sì e una ciabatta no. Trovata la ciabatta smarrita e sbirciato un po’ di checiap sul dito, sotto la sabbia incrostata, checiap si fa per dire, monete serrate fra le dita della mano destra, altro sforzo per allungarsi sul bancone. Nel frattempo il bimbo guarda in alto, dove compare la sua ricompensa alla maionese. Ricompensa perché il broncio è sparito. Il signore che sporge dal bancone, liberatosi del panino, chiede: e tu, bimba? hai deciso? La risposta: mi sono sbucciata un dito. c’e` la cedrata? Monete sparite e apparsa cedrata. Magia fra piedi di sabbia e un bancone troppo alto. Ma perché non fanno i banconi per i bambini?

ma trova un minuto per me…

(E.)

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Published in: on giugno 9, 2010 at 6:59 pm  Comments (2)  
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Ho paura quando ho freddo

   la foto è mia, ieri, parco
In quei momenti interminabili e unici, quando niente può entrare e niente può uscire, nessun sussurro, solo gli uccelli e due pagine di un libro letto all’imbrunire finchè gli occhi possano distinguere le lettere, sulla soglia del balcone, in un tempo senza tempo, tornano sapori non ascoltati o fuggiti per troppa fretta di arrivare e non si è arrivati, non ci si è mai fermati.
Momenti di magliette verdi, rubate su un letto, mentre storie di solitudine si srotolavano in case che non ci appartenevano.
E quella maglietta verde, che abbiamo indosso, è l’unica cosa che ci ricorda che quei momenti ci sono stati e che li abbiamo sprecati. Ad ascoltare i rumori della tangenziale rombante, in quella casa dove non siamo più stati.
Col caldo che stava arrivando e le speranze che avremmo fatto questo o quello. E poi scendere in strada in un giorno qualunque e rivedere volti dimenticati, rumori tappati come bocche che dicono troppo e dovrebbero tacere.
Alzarsi sulle punte delle scarpe e sentirsi felici per un attimo. E ricordare quella felicità fatta di nulla.
Perché è il nulla che ci strappa un sorriso, il pieno ci ingolfa, ci leva il fiato.
E ricordarsi di amare come quella volta, di essere ancora l’involucro che raccoglie tutti quei sogni, quelle corse coi piedi di rugiada in un giardino qualunque.
Ricordare che dentro quella maglietta verde, con un buco ormai, vestita come si veste il silenzio di ciò che non abbiamo saputo trattenere, c’è sempre quel sogno, quel canto per sconfiggere la paura e il freddo.
Anche se il freddo in sere come queste è un frullo di uccelli e un rumore lontano della strada.
Che c’è ma non si vede.
(E.)
Published in: on giugno 3, 2010 at 9:11 pm  Comments (5)  
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La strana storia del giorno che manda a dormire la notte

paula – photo by byfer

Ascolto distratta la radio, succede spesso, la radio accompagna, non invade, non agisce come catalizzatore, può stare li senza disturbare e lasciare che il mondo nel frattempo viva, parli, scriva, lavori. Bob Marley se ci faccio caso, ma non importa, il volume si sposa con questa luce filtrata dalle finestre alle mie spalle. E con la luce al neon, spenta sopra la mia testa. Mi è venuta in mente una storia, una di quelle che ho costruito da bambina. Una storia mescolata alle parole delle fiabe ascoltate prima di dormire. Che finché mi raccontavano fiabe e accarezzavo le labbra di chi me le raccontava non avevo paura del buio. Lasciavo che le parole nascondessero l’oscurità e la illuminassero di personaggi fantastici, di colori di cieli azzurrissimi e di prati perfetti, compatti e fioriti. Poi, smesso il racconto di fiabe ho riacceso la luce. Una piccola fioca luce a nascondere la mancanza di parole e di colori. Il racconto di fiabe inventate è il migliore e la mancanza di questa fantasia libera sprigionata prima di lasciare la coscienza riportò luce nel buio della solita stanza, conosciuta a memoria ma piena di ombre, di piante che parevano mostri, di mensole dalle ombre allungate e arancioni cupe. E questo è stato l’inizio di una grande storia, di una fiaba nuova. La luce si è spenta e si sono alternati i pensieri, quelli del giorno dopo, quelli del libro letto prima di spegnere, quello dei vestiti da indossare al mattino, in una sorta di carrellata dell’armadio, per morire dalla noia prima che dal sonno. Ma la storia più bella è sempre stata quella del giorno, impettito e pieno di energia, del giorno pieno di coraggio, di sprezzo del pericolo, che si inoltra in un bosco fitto all’imbrunire e decide di sfidare la notte, in un duello, lungo il tempo di addormentarsi. Un duello inesorabile in cui avrebbe vinto, forse. In cui la notte avrebbe ceduto e lui avrebbe potuto riposarsi. La notte nei segreti dei bambini, nelle forme che prende, nei pensieri che porta. Quella notte mandata a dormire, per non nuocere. Forse è per questo che la bellezza di rimanere a letto di giorno ogni tanto resta una sorta di rivincita. La rivincita del silenzio, delle fiabe sui mostri di sempre, che si lasciano fuori, col sole alto o con il buio più nero.

(E.)

Published in: on febbraio 2, 2010 at 9:16 am  Comments (6)  
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Il compleanno dell’Imperatore

Lake Tōya - photo by Ming-chun Kao

Ci sono giorni in cui quando esce il sole pare davvero sia in grado di curare tutti i mali. Di pulire il mondo dalle brutture, di cancellare il natale per chi non lo vuole e di darlo a chi lo cerca. Mi ritrovo sotto ad un albero vero con gli aghi conficcati nel maglione a sette anni. Con due babbucce ai piedi e calze di lana bucate sulle ginocchia. A montare le luci e le palline, di corsa prima dell’ora di cena. Sottane viste dal basso, le sottane degli anni sessanta nel millenovecentottanta, con due stivali a controllare tutto, che nessuno si faccia male, si fulmini con il filo. E cotto a terra, lucido, una cassapanca di legno del seicento di lato, piena di buchi, un ingresso visto dal basso, che pareva enorme. L’attesa era carica, ci sarebbero stati papa` e mamma, che in una stessa stanza non li ricordavo più e non ci sarebbero più stati a natale, e natale non sarebbe stato più. E adesso il natale è solo dormire un po’ di più quel mattino e cucinare a cena i calamari ripieni e sperare che l’anno che viene possa portare qualche viaggio, qualche buon libro, qualche mattina stretti sotto le coperte, un paio di buone foto e tanta pazienza. E oggi in Giappone è festa nazionale. L’imperatore fa il compleanno e stanno tutti a casa, senza scarpe, molli, stanno a casa e gioiscono del piacere effimero di festeggiare un cesare del duemila, un Akihito che ha chiamato il suo regno Heisei. Il regno della pace imminente. Che imminente sia. Ecco, questo mi auguro, nel giorno del compleanno dell’ultimo imperatore.

(E.)

Arbeit macht frei

Se ci portano via anche quello.
La nostra dignità.
Che un passo dopo l’altro lasciamo le orme su queste strade, unica prova per dimostrare che di qui ci siamo passati.
Il lavoro ci nobilita, ci rende liberi, ci permette di camminare senza sentire il freddo, il caldo, il sonno, la fatica, gli anni che passano.
Ci illudiamo sia così.
Hanno rubato quella scritta, quel simbolo. L’hanno staccata dal cancello.
L’antro dell’inferno.
Eppure quelle parole non ci dicono altro che fallimento.
Che se ci resta solo il negotium per dimostrare che siamo, allora l’otium torna peccato e la vita vera sprofonda sotto una coltre di neve, sparisce.
Che ci raccontavano che dovevamo soffrire per essere grandi, che poi saebbe arrivato il nostro riscatto.
E lo sapevano che non sarebbe stato.
Che la menzogna l’avremmo scoperta troppo tardi.
“Per me si va ne la città dolente,
per me si va ne l’etterno dolore,
per me si va tra la perduta gente”.
 
(E.)
Published in: on dicembre 21, 2009 at 10:39 am  Comments (9)  
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Non considero il ritorno. O non sarei partito mai.

VW - photo by Jangel19

Mi ricordo di una casa in campagna. Una campagna a due passi dal mare, come solo una natura rocciosa può permettere.
Un giardino part time con cani e un frutteto. Credo con aranci ma anche ulivi d’argento svettanti.
Ricordo vasco in sottofondo che non mi piaceva già allora.
Cantava liberi liberi e a me pareva fosse una bugia.
Vedevo natura mescolata, di persone cose e di solitudine chiassosa. Di capelli raccolti da bambina e di scarpe inzaccherate, di fango e frutta.
Ricordo una campagna calda e lacrime da moto da enduro.
Troppo presto a girare intorno, senza quattordici anni addosso.
Calzettoni arrotolati in basso e la voce di mio padre. Che faceva tremare gli alberi.
Part time  anche lei. Ma quanto bastava per farsela addosso.
Ricordo pomeriggi di sollievo nascosta nell’incavo di un tronco a sognare sorrisi sconfinati.
A pensare che nulla sarebbe durato per sempre.
Aspettando la fine illesa.
Ricordo i ritorni. Ho sempre considerato il ritorno.
Come una cura, come una  casa che avrei avuto e  che mi avrebbe accolta senza chiedere nulla.
Che il bello dell’amore è questo. Che non  dovrebbe chiedere nulla.
(E.)
Published in: on novembre 26, 2009 at 1:07 pm  Comments (14)  
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Se gli angeli sono inquieti

TV, photo by Benoit.P

Il silenzio che si staglia intorno a certi malati è sintomatico.
Paura di essere infettati.
La malattia come etichetta, come separazione fra buoni e cattivi, fra normali e non.
Il bisogno di non sentirsi emarginati, ma accolti nella comunità dei savi racconta una storia ben più lunga, ben più articolata.
Nessuna sofferenza ammette follia. E il contegno richiesto di fronte al dolore deve essere accettato come plausibile.
Paletti, limiti disegnati a matita, ma profondi come solchi sul terreno a segnare confini, rotte da non percorrere, terre che non è concesso di calpestare.
Eppure la follia è la ribellione al destino di morte che ci aspetta.
Una sorta di scarica elettrica che interrompe il flusso regolare dell’elettroencefalogramma.
E i manicomi. O come li chiamano adesso. Quegli antri infernali, quei luoghi in cui insegnano a chi si ribella come si muore. Quei luoghi raccontano storie miserabili, profonde, insulse, cariche di sogni, di speranze, piene di vuoto assoluto.
Quei luoghi custodiscono le nostre paure e i nostri mostri.
Li tengono stretti col coperchio chiuso.
E certi poeti inquieti ci insegnano che non è bene cancellare, togliere dallo sguardo.
Serve guardare in faccia il cane rabbioso e scoprire che ci somiglia.
Ciao Alda.
(E.)

Published in: on novembre 2, 2009 at 11:02 am  Comments (19)  
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No talking ‘bout the rain, no more

Ci torno sempre.
Quando ho bisogno di trovare un posto che raccolga tutti i miei pensieri e che non me li restituisca, quando cerco un luogo onesto che non faccia nulla per piacere.
Torno nel bar sotto al mare.
Un posto in cui il tempo pare non sia mai passato. Le stesse mani, le stesse gambe intrecciate, i sapori nitidi della giovinezza, che torna a sedersi al tavolo accanto, come se non se ne fosse mai andata.
E riporta il profumo di zagara, si specchia coi capelli lunghi e gli scarponi sempre troppo grandi, percorre strade sconosciute e disegna dall’alto i campi come fossero figure geometriche.
Una giovinezza che dura il tempo delle immagini di una canzone o di un paio.
Che pare abbia ripreso forza, che debba restare lì e non andarsene lasciando il conto da pagare.
Il bar c’è sempre.
E la musica pare sia fatta per questo.
Che non ti accorgi, ma quando vuoi puoi tornare lì.
E svegliarti, ancora, in una mattina qualunque, a vent’anni.
(E.)

Scavi archeologici e tecniche di rianimazione

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La philosophie est à l’étude du monde réel ce que l’onanisme est à l’amour sexuel (Marx)
Anarchia e bizzarria.
Oggi vi racconto una storia, che voglio raccontarvi da mesi, ma non trovo mai il tempo e la voglia.
Pare il momento giusto, questo, detesto parlare di quello che non sta accadendo in questo momento, detesto la non politica, l’arroganza del potere, il silenzio sulle cose che contano, i posti a sedere dei milanesi sulle metropolitane, il silenzio su una donna che si uccide a ponte galeria, con in tasca l’espulsione da un paese che dovrebbe auto-espellersi, gli accordi con la libia sulle esplusioni scavalcando i diritti umani, detesto tutto questo e mi dispiace detestare, pertanto racconterò un’altra storia, una storia vera, una pagina dimenticata.
Il calcio ha sempre fatto parte della mia vita.
Ho raccontato di mio padre, non ho detto delle mie squadre (perché non ne ho una sola) prima fra tutte la maggica, ho taciuto sul disgusto che provo per questo calcio intossicato e del ruolo che esso ha assunto come narcotico di stato.
In ogni caso ho sempre tenuto per i più deboli, per una sorta di predisposizione naturale.
Il toro e non la juve, il genoa e non la samp. La roma poi è altra cosa, scorre nel sangue, sotto porta metronia, attraversa via gallia e cammina a piedi mentre ti chiamano zecca sotto alla bandiera dell’emmesseì.
Gigi Meroni.
Cresciuto nel como, zompettava da bambino nei cortili col pallone fra i piedi. Senza pensare chi sarebbe stato. Tanti dei bambini che alleviamo pensano prima che saranno qualcuno e poi calciano in porta.
Lui non sapeva e faceva cose da pazzi.
Lui giocava e basta. Giocò nel genoa, e fece grandi cose, non senza errori.
I controlli antidoping li facevano anche allora, negli anni sessanta, anzi erano più seri di adesso, se potessi raccontarvi come e chi li fa adesso ridereste, ma sono segreti professionali.
Anfetamine, dissero, ma non fu mai provato.
Lui andò al toro. Dopo i tempi bui del toro, quando il toro si stava riprendendo ormai, dopo la tragedia.
Sorrido, penso al caso e a come gira.
Se digitate luigi meroni e toro su google viene fuori la tragedia di superga, in cui non c’entra nulla. E lo sapete perché? perché il pilota di quell’aereo si chiamava pierluigi di nome e meroni di cognome, ma non era nemmeno suo parente, ma lui, gigi, per sempre sarebbe rimasto legato al toro. A nereo rocco, alla città, alla morte.
Matto, dicevano, beat lo chiamavano altri. Lui pareva oscar wilde o il quinto beatle. Dipingeva anche, portava galline al guinzaglio, segnava gol magnifici.
Faceva cose folli, almeno per i tempi, disegnava abiti, bloccò la cerimonia di matrimonio della donna che amava che stava per sposare un altro.
Correva, si travestiva.
Correva, volava.
Correva.
E camminava, come quella domenica in cui fu travolto da una macchina vicino casa sua.
Al volante Romero, proprio lui, il Romero presidente, diciannovenne, suo tifoso.
A 24 anni e con un modo di vivere che pare lontano anni luce da oggi.
Anni sessanta ruggenti, di vita pulsante.
Anarchia e bizzarria.
Che ricordare questa storia fa quasi male. Perché viene subito in mente come la passione sia morta e meno male che è venerdì, così spengo tutto.
E accendo la voglia di essere diversa da come sono.
Accendo il mondo che dorme.
O meglio provo a rianimarlo.
(E.)
Published in: on maggio 8, 2009 at 11:59 am  Comments (12)  
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Musique silencieuse


L’homme moderne stressé, devrait écouter de la musique silencieuse di Benoit.P

L’uomo stressato dovrebbe ascoltarla, dice Benoit.
Illuminante.
Per elevarsi dalle sue miserie.
Ma perché silenziosa?
Come si fa uno show di musica silenziosa?
Stamattina sentivo la musica negli occhi, una musica che non fa rumore, ma che si infrange e rincuora, precipitando sulle lenti abbrustolite per guardare il mondo.
Mai vista la luce quando finisce fra l’occhio e la lente?
E proietta sulla lente l’immagine delle proprie palpebre, con le ciglia e le pieghe?
Ho pensato a quanti anni sono passati dalla prima volta e a quante volte ho cercato di vedere la pupilla e le efelidi.
Ho pensato alle pieghe nuove e ho pensato a quante ne vedrò nei prossimi anni.
La musica della luce sulle pieghe.
Ho visto nelle linee la mia vita, senza far rumore.
L’ho vista senza poterla toccare.
Proiettata come un quadro astratto, carica di note e di curve.
Musica, per chi ha gli occhi per poterla ascoltare.
Ho immaginato il tempo che vedrò cantare sui miei occhi e sugli angoli di questo concerto di luce, tutto privato, e a quando ricorderò linee dritte e suoni puliti, incontrando onde increspate e suoni dolenti.
(E.)

P.s. per riflessioni supplementari vi invito fortemente a cercare in Proust la sua visione della musica, anche silenziosa,  il libro di Götting “La Symphonie Silencieuse”, Jef Lee Johnson e “la Chanson silencieuse” e gli esperimenti di Bell Orchestre.