Me myself and I

comme coquilles - paolo pizzimenti

comme coquilles - paolo pizzimenti

Il tamburello. Ieri l’ho scoperto.
Dopo una giornata infernale, di strapiombi, di cornici taglienti e di inutile affannarsi, tanto resta tutto lo stesso, ho scoperto il tamburello.
Lo sport che pare un incrocio fra il tennis di squadra e il sparala dall’altra parte che va sembre bene.
E ho scoperto che la vita in cui mi dibatto tutti i giorni è proprio una partita a tamburello.
Incessante, snervante.
Un tamburello che ha storia antichissima e direi che si vede tutta.
Si vede nei gesti, nella mancanza di urletti in ricezione, nella compostezza così demodé dei suoi giocatori.
Il fatto è che nella vita vera le squadre esistono solo temporaneamente.
I gruppi si formano con scopi e si sgretolano con il cambio campo.
La verità è che ho bisogno di una vacanza e di rivoltare un’ennesima volta il panorama che mi circonda.
Per farlo userò il tamburello.
Indosserò la pazienza e attenderò una meta che arriva.
Palla al volo del cavalletto e vittoria.
Tre.
Due.
Uno.
.

(E.)

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Published in: on luglio 24, 2009 at 1:00 pm  Comments (4)  
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Breaking news

C’è stata l’eclissi, non l’hanno potuta apprezzare in una Beijing nuvolosa e inquinata. Ci sono giorni in cui le eclissi non paiono così rare, né le piu lunghe del secolo. E poi ci sarà l’eclissi più breve e quella a testa in giù.

Ci parlano di attese di secoli, mai più potremo apprezzarne una come questa. 2132. E ci crediamo, sappiamo che l’unicità ha una valenza personale. Ogni cosa può essere unica.

La prima volta che ho mangiato un gelato tenendolo con la mano sinistra, per esempio. Memorabile. Un solo particolare ed è fatta la differenza.

Ed ecco il sensazionalismo. Quello che mastichiamo come chewing gum. A rinfrescare l’alito di un secolare masochismo, di una millenaria atavica tendenza a non dire il vero. Perché il vero spesso è banale e le novità , anche se non ci sono, possono farci credere di vivere giorni diversi.

Di ballare senza inibizioni di fronte ad un uditorio da raccordo anulare.

O da eclissi anulare.

(E.)

p.s. sotto allo scheletro danzante, sugar ray, che ridonda, anche lui.
Published in: on luglio 22, 2009 at 10:15 am  Comments (11)  
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Dire bugie mentre si muore

bresson

cartier bresson

Oggi proprio mi va di scrivere scrictu sensu di me.

Uso questo spazio come disse un certo asino tanto tempo fa come fosse un diario di una adolescente mestruata. Mi sentii offesa quando lessi questo commento quando io scrivevo di ben altre cose che di personali sensazioni. Ma il senso era chiaro. Anche se attaccava me in quanto donna, risaputamente priva di contenuti al di là di quelli dello shopping e delle vacanze ai caraibi, in fondo al mio corazòn la pensavo anch’io cosi.

Ho sempre amato scrittori uomini, come se in loro trovassi il respiro che mi mancava leggendo la maggior parte delle donne. Dovute eccezioni, esemplari, eccelse, a parte. (Sorvolo volutamente, ma non col pensiero, su utilizzatore finale e sulle donne vituperate e svilite)

Ma non aveva tutti i torti l’asino anche se non vorrei saltaste subito voi donne che leggete, non scandalizziamoci se spesso parliamo di moccolosi e di unghie laccate, non tutte, per fortuna, e non scandalizziamoci se anche quando non lo facciamo non scriviamo benissimo.

E dunque questa avventura, nata in due, donne per giunta, e poi proseguita sin da subito da sola, oltre alla rivincita personale vuole essere anche un tentativo di distaccarsi dal diario, ma di non disquisire sui massimi sistemi, da scienziato avulso dal mondo pulsante e poco edificante che nuota intorno alle provette di fronte.

Davo un’occhiata stamattina alle chiavi di ricerca con le quali si giunge da me, su questo divano sgangherato, un po’ demodé.

E ho scoperto misteri incomprensibili, misteri della fede: uomini con gli occhi di fuori, rene magritte il principio di incertezza, “chi sta in alto dice”, dire bugie mentre si muore, donna capelli corti, buttate ogni opera in versi e in prosa.

Mi sono accorta che queste chiavi mi rappresentano perfettamente e non riesco a capacitarmene.

La cosa più interessante è proprio quel dire bugie mentre si muore.

La cosa peggiore, più becera.

Detesto chi mente, un tag utilizzato spesso è appunto bugie, come fossero i reati peggiori.

Mentire sapendo di andare verso la fine poi, tutti i giorni, è quello per cui protesto, quello per cui mi scaldo tutte le volte.

E tutte le volte penso che tutto venga generato e termini con o nelle menzogne, come una affannosa corsa in circolo di cui accennavo ieri.

La vita dei criceti.

E pensare che, ascoltando uno stupido esito di una ricerca scientifica anni fa, il mio compagno apprese che le donne assomigliano ai criceti e quando vuol far lo spiritoso mi chiama col suo verso.

(E.)

…e visto che oggi siamo proprio sul personale e sui propri gusti e sul proprio modo di vedere e vivere e respirare, sull’incertezza ancestrale e sui suoi contrari che in questo momento mi sfuggono totalmente, visto che oggi siamo in tema di non sappiamo chi siamo o chi sono quelli che ci stanno di fronte, visto che siamo in tema che ce ne andremmo se sapessimo dove diamine andare, vi segnalo questo post e il suo autore, che leggo e che apprezzo.
Published in: on giugno 18, 2009 at 12:16 pm  Comments (8)  
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Snake

the hidden insult of hot water – foto di GustavoG

Mi accorgo che il tempo passa dal rapporto che ho con lui, con la mia faccia, con i momenti della giornata.
Fatica ad addormentarmi, io che parevo un sasso, io che ho dormito dovunque.
Colorito giallino che migliora solo col sole, che quindi può aspettare.
Adoro il mattino, prima non lo vedevo nemmeno, lo attraversavo di corsa colpita dalla sua necessità ma non presa da lui.
Come fosse il tuo compagno di banco, che è sempre stato lì per anni che ti pareva parte dell’arredamento.
Adoro la mattina, quella fredda e inospitale e quella che presagisce il caldo più afoso, ma che mantiene le promesse della notte con un cielo quasi vero e le ombre ancora morbide dietro ai palazzi.
L’adoro perché ti fa camminare, in tutte le stagioni ti regala profumi, odori pungenti, rumori meno netti, più ovattati. È dolce perché ti lascia leggere in pace, in attesa arrivi l’ora per andare, ti lascia immaginare che il mondo che vedi intorno sia la prosecuzione delle parole che stai leggendo sul bus.
E l’Africa che leggi pare di toccarla, senti il caldo in ogni pagina, senti che gli animali ti scrutano, ti attendono fino a sera, quando il caldo calerà e potranno agguantarti.
Sorridi, degusti il vino bianco fresco che scorre sotto, pensi che il senso di tutto in fondo stia nel prendere tutto che di buono c’è, saperlo riconoscere.
E con questi pensieri, con gli occhiali da sole e le cuffie, guardi i tuoi piedi camminare.
E sussulti. Ti fermi.
Come se i pensieri avessero preso forma, incredula, in bilico fra l’allucinazione e l’impossibilità.
Un serpente morto sul marciapiede. Intorno nessuno che lo abbia messo lì a bella posta.
Morto. Lungo, con la pancia all’aria, bianca, e la striscia della bocca lievemente aperta.
Un serpente morto a Milano.
(E.)

 

Published in: on maggio 22, 2009 at 9:14 am  Comments (4)  
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The postman

Il postino si prestò per questo scatto e il neonato nella sua sacca lo fece inconsapevole.
Come quando si ascoltano i vecchi dischi e le voci incise sono gli unici ricordi tangibili di anime ormai svanite, così questi occhi e questo profumo di sottofondo, che sa di campagna e fumosi treni che attraversano il panorama.
La foto è del 1900 e il servizio postale di pacchi fu introdotto nel 1913.
Ecco quindi la posta che si sostituisce alla cicogna e dimostra che può consegnare due bimbi con francobolli attaccati alle vesti, attraverso la ferrovia e i postini cittadini, sino alla destinazione finale.
Chiaramente c’è chi prese alla lettera in tutti i sensi questa cosa e il Servizio Postale Americano si affrettò, appena se ne avvide, di proibire questa pratica, con apposito divieto.
La foto appartiene al Museo Smithsoniano di Washington DC e racconta, come tante foto fanno, il mondo in cui è stata scattata.
Ci sono storie che si inventano, che debbono essere costruite, studiate.
Altre che superano ogni fantasia, si costruiscono da sole come castelli in aria a sfidare le leggi del tempo e del mondo corcostante.
Certe storie si leggono senza parole, si trovano in immagini di sconosciuti che narrano senza fiatare.
In ogni piega del vestito del postino, in ogni ombra del viso del bimbo, si scorge un giorno che è stato e che urla agli altri la sua dignità e il suo coraggio di resistere.
Dentro una sacca, con un francobollo.
(E.)

Published in: on ottobre 23, 2008 at 9:30 am  Comments (11)  
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*Milano*

la foto è di confusedvision – sotto gli style council – you’re the best thing

Guardavo dal finestrino Milano accaldata, in mezzo alle sue strade spopolate, alla sua periferia est così rumorosa.
La guardavo e mi veniva in mente il perché ci sono finita.
A quando ho davvero preso questa decisione.
E a quando essa è divenuta inevitabile, come il tramonto dopo il giorno. Come quando dopo il caffè ci sta la sigaretta, in silenzio, magari, senza troppe parole di contorno, ché se ti parlano ti verrebbe da chiedere di smettere e di ascoltare la pace, quella dell’appagamento.
Ho imparato ad amarla in silenzio, pur cacciando via questo pensiero dalla mia mente.
Come quando si ama un uomo troppo distante, o un uomo sbagliato.
Come quando ti guardi allo specchio e ti dici qualunque cosa, ma se qualcuno osa dirti le stesse cose lo sbraneresti.
Milano è da lasciare andare.
Non da amare, non da cercare, ché non verrà mai.
È da portare a spasso, come un cane sonnolento, che quando meno te l’aspetti ti guarda con due occhi unici e non sai resistergli.
Milano ti stringe e ti lascia esanime senza fermarsi. Ti abbandona e ti cura dal male della solitudine con altra solitudine.
Ti cuce addosso il suo cielo bianco e livido, che quando non lo vedi quasi ti preoccupi.
Ti piace perché non è tua e non può esserlo di nessuno.
Milano ha i tacchi alti e cammina poco. Corre e si dimentica.
Spia e ignora.
È la donna che tutti vorrebbero.

(E.)

(Oggi è il compleanno di questo blog, iniziato appunto con il post “Milano”, continuo da qui, quindi. La mia compagna di viaggio che ha iniziato con me questa avventura è a Valencia, a lei oggi vanno i miei saluti e ai viaggi che faremo e che facciamo tutti i giorni)
Published in: on settembre 4, 2008 at 8:13 am  Comments (29)  

Incoscienza

the key di NaNa

Nel silenzio di due occhi socchiusi e di una tastiera familiare, ma non usata da giorni, si ritrova un giorno che è sempre stato lì ad aspettarti ma che non c’era mai stato.
Come quando stai per avere un appuntamento con una persona che non conosci e poi scopri che era lì nella tua mente e che toccava solo prenderla e portarla fuori.
Questo giorno ancora incartato, dentro la sua carta di cielo a pecorelle, di una città ancora senza un nome, perchè lo acquista quando sono in tanti a popolarla e a correrla affannosamente, questo giorno, dicevo, è un giorno di passaggio.
Un giorno che sapevi sarebbe avvenuto ma le parole non sono ancora state create.
Un giorno di ritorno, in cui ciò che ti era familiare prima è una sorpresa e le facce di coloro che incontri sono quasi piacevoli.
Perchè hai dimenticato completamente quello che sono capaci di fare.
L’incoscienza delle cose dimenticate.
Il tempo per ricordarle viene presto e senza avvisare.
(E.)

Published in: on agosto 25, 2008 at 9:42 am  Comments (17)  
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Hock hock hock

lo zucchero fa male ai denti, lo zucchero fa male ai denti, lo zucchero fa male ai denti… (la mia interpretazione di una foto di Sunshine Hanan)

In questo venerdì da prima della presa della Bastiglia, da luglio col bene che ti voglio, voglio condividere con voi un amore e un paio di riflessioni.
Ebbene, nonostante i consigli peraltro dotti di alcuni amici e di alcuni blogger, quando ho bisogno di stare bene, di riflettere e di sentirmi a casa, leggo sempre Roth.
So che delle mie abitudini può importarvi poco, ma è venerdì quindi conto sulla vostra comprensione.
Hock è un termine yiddish che, come spesso accade coi termini yiddish, necessita di un bel contesto per esprimere appieno il significato per cui è messo lì in bella mostra.
Quindi prendo in prestito Roth e vi do un contesto: “…non soltanto puoi portare un cavallo all’abbeveratoio, ma puoi anche costringerlo a bere: basta stargli addosso, hock hock hock, finchè comincia a ragionare e lo fa”.
Ecco un contesto, in cui quindi il termine significa stimolare insistentemente, tormentare, perforare la testa del tuo uditore sinchè non si piega.
Adesso ci sono tante riflessioni che spuntano all’orizzonte, dopo aver scoperto che se ci si comporta come con i cavalli con gli esseri umani, forse si ottiene qualcosa.
In un mondo in cui le tecniche di comunicazione diventano un importante servizio al telegiornale e in cui gli iPhones sostituiscono i più importanti desideri degli esseri umani, c’è da chiedersi: può una tecnica vecchia come il cucco, ovvero il martellamento ossessivo, essere ancora efficace?
Risposta: tutte le tecniche utilizzate, anche se si ammantano di innovazione e di stimoli nuovi e di esigenze nuove e di obiettivi stellari, poggiano e attingono a piene mani nel martellamento, sia esso di gingles su prodotti da acquistare, sia esso elettorale o post-elettorale.
Il paragone coi cavalli, nobili loro e me ne scuso, centra il punto e fa capire che sia il tuo martellatore la tua consorte che ti sfrantuma i cosiddetti per ricordarti di caricare il bagagliaio nel modo più corretto e veloce prima di partire, sia il venditore di callifughi (come diceva mia nonna che non c’è più), quello che vuole venderti al telefono urlando di tutto, da un abbonamento ad una cosa inutile alla polizza antifurto per una macchina che non hai, sia esso tuo figlio che ti guarda con gli occhi dolci e ti ripete papy papy papy insistentemente sinchè non gli compri tutto l’acquistabile, sia esso chiunque, il martellamento funziona!
Per non parlare dei nani con le ballerine. In quel caso va alla grande.
Ma Roth dopo aver parlato di cavalli e di persuasione, ecco che la giustifica. Tra la gente ci sono due tipi di filosofie: la gente che fa e che gli importa e quella a cui non importa nulla, che procrastina, che s’en fout.
Ecco, senza dubbio il martello fa, non procrastina, il martello agisce.
Hock hock hock, sempre, senza sosta, finchè chi abbisogna di consiglio lo prenda, ceda, si pieghi, accolga, si fidi.
È un segno d’amore in fondo. Chi si importa martella.
Direi, se proprio si debba applicare, di applicare la cosa agli amici e familiari. E sarebbe meglio applicarla essendo noi i martelli e non i martellati.
Alla comunicazione tout-court no, altrimenti finiamo col pensare che il nostro bene sia comprare quella vettura o, perchè no, pensare che quando si è contenti si debba gridare tutti popopopopopò. Che non è nemmeno un bel motivetto, ecco.
Buon fine settimana.
(E.)

Published in: on luglio 11, 2008 at 11:55 am  Comments (17)  
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Tango!

la foto è di -Noot-

Profumo d’Argentina, immagine sfocata dalla mia immaginazione fervida.
Scava sotto l’asfalto, il passo, l’incrocio, l’ocho adelante, la medialuna.
Si mescola alla lingua, alle scarpe su misura, agli abiti fruscianti.
Respira nella sua lingua, che è diversa dalle altre, è l’argot degli emarginati, che nella milonga, nel vals, trovano la loro espressione, il loro mondo, le loro parole. Il lunfardo.
In lunfardo nascono le canzoni, che cantano la tristezza e le gioie, la nostalgia e la distanza, le speranze e le aspirazioni, la solitudine, in una sorta di consolazione in musica. E la canzone chiama il movimento, un movimento da vicoli, da strada, ma che porti dentro di sè ogni cosa, la lingua, la passione, il dolore. Il tango.
Con un bandoneòn e un marciapiede si può tutto.
E nelle strade si danza e si racconta di leggende, su come nacque il tango, prendendo ispirazione dalla milonga, dalla habanera, dal candombè e su come nasce il bandoneòn.
Nei vicoli non c’erano pianoforti per accompagnare la danza, nè violini, nè arpe.
I bassifondi sono della povera gente, che improvvisa.
Questa specie di fisarmonica arriva dalla germania, importata come strumento di liturgia ecclesiastica, con lo scopo di sostituire l’organo nelle parrocchie meno dotate di mezzi economici.
La leggenda dei tangueri narra che gennaio del 1868 una nave svedese, la “Landskrona”, gettò le ancore nel porto di Buenos Aires e parte dell’equipaggio fu invitato ad abbondanti libagioni per tre giorni. Durante questa permanenza un marinaio, avendo speso fino all’ultimo peso, barattò il suo bandoneòn per un’ultima bottiglia di liquore.
Il primo bandoneòn del Sud America.
Uno strumento che con il suo timbro riuscì a restituire la profondità, la malinconia e la corposità a quella musica.
E il profumo dei vicoli, misto alle albòndigas, alle empanadas o ai chioschi di churros, restituisce tutto lo spirito, tutta la melodia dei dimenticati, dei suoi creatori, nel loro slang creato per non farsi comprendere dai carcerieri e che ora assurge a lingua di un genere musicale. E si fa ricordare, senza bisogno di appuntarselo alla mente.
E’ inconfondibile.
“Il Tango è un pensiero triste che si balla” (Enrique Granados)
(E.)

Published in: on luglio 7, 2008 at 12:16 pm  Comments (12)  

Dervisci

la mia lampada di Aladino – solo la foto è mia*

Di porta in porta, attraverso il mondo.
Stamattina mi è venuta in mente la lampada di Aladino. Sarà che rip vuole un miliardo per mettersi a posto per la vita, sarà che le atmosfere di questa foto possono far pensare al mondo arabo, al massimo nord africano, mi ritrovo con il termine darviscio/derviscio che mi ronza nella testa.
L’asceta lo lascio da parte che mi interessa meno, vado al nocciolo del termine quel “cercatore di porte” che pare interessante.
Le porte come aperture come usci come ingressi come dipartite come acessi come decessi come luce come notte come accoglienza come chiusura.
Siamo un po’ tutti mendicanti di aperture.
Cerchiamo pertugi dove infilarci, scampoli di aria dove insinuarci, crepe di muro dove scivolare. Per inserirci, per immetterci, per inocularci.
Nel tessuto. Un tessuto qualunque, che sia una stoffa o una società, ci basti non essere soli.
Ma le porte non sono tutte uguali, tocca saperle cercare e sapere imboccare quelle giuste.
E i dervisci non sono tutti onesti. Alcuni ci invitano e poi ci chiudono dentro.
Alcuni in cambio di millantate prelibatezze prendono le nostre impronte, dicendoci che lo fanno per rispettarci di più.
Scendi quei gradini e quando sarai in fondo vedrai che quella porta si aprirà da sola davanti a te: ti troverai in un grande sotterraneo, diviso in quattro vani comunicanti, e in ciascun vano troverai quattro vasi pieni d’oro e d’argento. Bada bene: non lasciarti trascinare dal desiderio e non toccare nulla di quei vasi, non sfiorarli nemmeno con il lembo della veste, perché se tu facessi ciò saresti immediatamente tramutato in un blocco di pietra nera. Nel quarto locale troverai una porta: aprila pronunziando il tuo nome, quello di tuo padre e quello di tua madre, e passa oltre. Ti troverai in un giardino meraviglioso, pieno di alberi carichi di frutta saporosa, ma bada di non toccare nulla. Cammina invece sempre diritto davanti a te per cinquanta passi, e ti troverai davanti a un padiglione al quale si accede per mezzo di una scala di trenta gradini. Al centro del padiglione vedrai una lampada di bronzo: prendila, vuotala dell’olio e nasconditela in seno; non temere per gli abiti perché quello è un olio che non macchia. Ciò fatto torna indietro e portami quella lampada che sarà la cagione della nostra immensa ricchezza.
(dalla storia di Aladino – Le mille e una notte)
E noi, dervisci del mondo, che possediamo pulsioni, differenze gli uni dagli altri e spinte verso questo o quello, siamo uniti sotto lo stesso tessuto, quello del cielo, anche se alcuni di noi vorrebbero averne uno tutto per sè.
(E.)

Published in: on luglio 3, 2008 at 9:43 am  Comments (26)