Filtri

filtros dos sonhos – dreamcatcher – foto di fermastriani

Ci prendono per stanchezza.
Si tratta di un bombardamento, senza interruzioni pubblicitarie.
Ogni mattina le notizie vere, false, travisate, scomposte, ricomposte, ci vengono iniettate come un vaccino.
Il risultato è una frittata mentale, fatta di sovrapposizioni dei nostri intendimenti e dello sdegno, assommati agli intendimenti che dovremmo avere e allo sdegno che dovremmo avere.
Iniziamo davvero a tentennare fra il bene delle nostre cellule cerebrali e il bene del singolo terrorista dell’informazione.
Nella mia frittata oggi c’è:
– santa rita e dichiarazioni strappalacrime di indefessi professionisti che lavorano al servizio dei loro pazienti
– intercettazioni, volemose bene, non serve intercettarsi se poi andiamo a confessarci tutti dal parroco
– alitalia e prestito ponte, chè ormai tanto è stato approvato è inutile che protestino, liguaccia aggiunta
– Bush a Roma, ma che ci è venuto a fare?
– il filtro mentale per cocktail, una roba scoperta recentemente che ti serve a distinguere nel caos tutto quello che devi sapere e captare
– il clan dei mammut, pare che un clan avrebbe soppiantato un altro, quindi la Camorra non ha inventato niente e i Casalesi sono solo una brutta copia di lotte fratricide millenarie
– sdegno contro i pianisti! Non si suona in Parlamento!
Mi serve un filtro mentale. Non suono nessuno strumento.
Non mi resta che cantare.
(E.)

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Published in: on giugno 11, 2008 at 11:56 am  Comments (11)  

Tu as de la chance!

la fortuna domenica, vicino al lago di garda

Si tu peux voir la lumière qui se pose sur le vert et le fait briller, qui s’amuse de danser sur le blanc e se rougit doucement pour laisser en surbrillance le jaune des étamines, oui, tu as de la chance.
(E.)

Published in: on giugno 3, 2008 at 11:56 am  Comments (18)  
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Due cosmico

Picasso – due donne che corrono sulla spiaggia – 1922

Sono giorni che mi arrampico su teorie, in cerca di una risposta che dovrebbe, come direbbero i saggi, venire direttamente dalla vita.
La matematica di solito mi tranquillizzava. Avere certezze silenziose e tonde è sempre stato confortante.
Elevare a potenza poi non ho ben capito a cosa possa servire nella vita pratica, ma mi fido.
Poi la storia dei numeri reali davvero mi ha sempre appassionata, il fatto che possano svilupparsi, ecco.
I numeri che si sviluppano in una sorta di evoluzione.
Che magia.
Ma la cosa che più mi interessa è che quasi tutti i numeri reali sono irrazionali.
A parte la spiegazione strettamente matematica, l’enunciato è fantastico.
E poi che dire dei numeri trascendenti? Sempre irrazionali loro, beh sono trascendenti direte, certo. Il pi quadro per esempio, ecco, è un trascendente ed è lui il colpevole che rende impossibile la quadratura del cerchio. E quindi rende la sua perfezione.
Quindi nemmeno la matematica, nonostante il suo fascino, può darmi certezze inoppugnabili, ma senz’altro può dirmi ciò che non è, ciò che non è possibile, consentito, assumibile.
Tornando alla realtà che coincide con l’irrazionale, mi sento di tentare di allargare questo principio al resto dello scibile.
Può la realtà coincidere con l’irrazionale?
In tanti, giù nelle tombe, mi risponderebbero di sì, certamente.
La realtà sfugge dalla razionalità, imprevedibile e mutevole, sgusciante e inafferrabile.
Eppure i numeri sono quelli: la convenzione del due che raddoppia l’uno.
Convenzioni che confortano, che trovano una regola al mutare delle possibilità.
E la barbarie sta nella nostra voglia di incasellare e di razionalizzare qualcosa che trascende per natura, che sfugge, ma nonostante tutto ci fonda.
Un non essere che diventa essere nel fluire dei conti e delle assunzioni. Un essere che è altro essere difforme da quello dell’attimo prima.
E noi barbari civilizzati che diciamo barbari ai nuovi arrivati.
Come se due non fosse uno più uno, ma un due fisso, statico, cosmico.
E due è una convenzione. Necessaria ma utile.
Mentre uno è sempre solo e imparagonabile sinché resta tale.

(E.)

Published in: on maggio 7, 2008 at 7:18 am  Comments (18)  

m’buti

Oggetto in disuso, pratica in uso.
Credo di aver usato l’imbuto negli ultimi anni una sola volta, per imbottigliare del thè e metterlo in frigo. Odio il thè freddo industriale.
Di imbuto parla Dante, a forma di imbuto è anche l’inferno.
Il gorgogliare e intasare, il canalizzare e il ridurre.
Sono leggi umane, ma copie della natura, che riproduce la forma dell’imbuto per non sprecare, per convogliare.
La logica dell’imbuto ha guidato le scelte politiche degli ultimi mesi in Italia.
Strettoia. Per passare bisogna aspettare, mettersi in fila.
La bottiglia da riempire è quella. Chi entra la riempirà. Se il flusso è sostenuto la strozzatura si intaserà. In ogni caso non tutti arriveranno.
L’imbuto è ovunque. L’imbuto siamo noi. L’imbuto non si vede, ma questo non significa che non esista. Da secoli ci si chiede che forma abbia l’universo. (Potrei dire che la risposta è su rieduchescional channel).
La teoria dell’imbuto reperita sul web è una teoria per la quale la vita è una sorta di risposta alle scelte e alle strade percorse, una risposta sintetica e fisica.
L’imbuto.
Per poter comprendere questa avvincente teoria, bisogna partire da alcuni enunciati di base:
– L’uomo vive per la propria felicità, in modo egoistico vi tende.
– La felicità non è di questo mondo, è una illusione.
– È l’ottimismo di cui è fatto l’uomo a salvarlo dalla durezza della realtà.

Ed ecco l’imbuto. Una sorta di discesa conica nella quale gli uomini si inseguono, tutti verso il traguardo, la strettoria, terrorizzati da non riuscire a farcela. I più veloci vinceranno.
Un girone dantesco, corpi calpestati, lamenti, corse, cazzotti, ma speranza.
Quella di arrivare. Chi perde la speranza non potrà farcela.
Alla fine della strettoia può anche non esserci nulla.
Ma anche un fiume, o un tritacarne.
M’buto!
chi ha inventato il primo M’buto?
chi ha usato il primo M’buto per travasare l’acqua? Come faceva il primo M’buto?
Si servivano di uno solo o di più M’buti?
M’buti. Su rieduchescional channel!
(E.)

Published in: on maggio 5, 2008 at 8:08 am  Comments (18)  

Block notes

le nuvole che corrono davanti alla finestra di casa di mia sorella

Ripasso da questa vita, come se non ci fossi da un’eternità.
Ripasso e scopro che i miei luoghi sono gli stessi, sanno di me, come se anche le cose avessero stampato sopra il mio odore, mi appartenessero come la ditata che ho lasciato sul vetro, mia, unica e irripetibile.
Mi ritrovo e a volte non mi rassomiglio nemmeno un po’. L’immagine di me, quella che ho lasciato, torna a sembrarmi lontana e familiare. Come un parente riaffiorato dai ricordi, che non vedi da tempo.
(torno presto)
(E.)

[Audio https://milanovalencia.files.wordpress.com/2008/04/negramaro-solo-per-te-2.mp3%5D

la musica dei negramaro e il resto a lei
Published in: on aprile 17, 2008 at 9:56 pm  Comments (11)  

Hudson? Amen

sera in arcadia – thomas cole – 1843

Conoscevo l’arte americana ottocentesca, i suoi colori, le sue estensioni.
Mi ero però fermata a pochi suoi maestri pur conoscendo oltre che la vastità dei suoi territori, la prolificità delle sue terre in fatto di arte e di nuovi modi per farla.
Cole e Durand senza dubbio sono i padri della scuola conosciuta come la Hudson River School, improntata sul nuovo rapporto fra la natura e lo spazio, dell’impegno di farsi bulbo oculare al servizio di una resa di luce e della immensa vastità della natura nella sua essenza intima e divina.
La mostra a Brescia presso il Museo di Santa Giulia raccoglie le opere più importanti e dimostrative di questa ricerca, la ricerca della scuola americana di costruirsi un suo spazio, una sua dignità, una sua unicità, in tempi in cui la scuola francese, i romantici inglesi e gli impressionismi regnavano nell’occidente più à la page.
Ed eccoli raffigurare la vastità, la bellezza del loro nuovo mondo, un mondo di spazi immensi, di vallate sconfinate e di fiumi, con colori di natura incontaminata e luci dal rosa all’arancio nei tramonti e nelle albe più belle del mondo.
E anche se questi stessi artisti viaggiando incontrarono Roma, Paestum, paesaggi osannati e ritratti da tutti i loro colleghi, è nel ritorno nelle loro terre che diedero il loro meglio, nel rendere paesaggi sconosciuti e dar loro la stessa magnificenza, lo stesso stupore e meraviglia suscitata dai paesaggi mediterranei o dagli acquedotti romani.
La conquista del loro territorio e delle sue migliaia di miglia nascoste all’uomo, all’arte, alla conoscenza.
Le sale della mostra segnano un percorso, a tratti commovente, all’interno dell’arte e della espressione americana, conducono verso una sorta di estatica riabilitazione, se ce ne fosse stato bisogno, di un’arte considerata, almeno nel periodo, minore rispetto a quella rispettabile e munifica del vecchio continente.
Oltre alla Hudson River e ai viaggi dei loro esponenti di spicco, oltre agli omaggi alle terre esotiche con lussureggianti vegetazioni e colori di fiori mai visti, oltre alle vedute d’arcobaleno delle cascate del Niagara, ecco il tuffo vero, quello al cuore.
L’arte western.
Le immagini di giovani cheyenne, i quadri di sciamani che sembrano parlare, le cacce di bisonti e Buffalo Bill con i suoi stivali, la sua colt. E le bambole sioux, perfette, vestite con le perline come ogni perfetto sioux, con le frange, con i colori sgargianti, con la pelle scamosciata, con le bocche cucite di perline rosse.
Le fotografie di uomini, dimenticati e vivi davanti ai nostro occhi, che si sporgono da un treno, di indiani d’america sulle gondole a Venezia o Buffalo Bill al Colosseo. Nell’Ottocento. Come se noi avessimo dovuto sapere prima e non ci è stato concesso di sapere ed ormai è troppo tardi per andare in quei luoghi e cercare le tracce del loro passaggio.
Un viaggio nei territori dei padri, dei fonemi dell’america, nel wild west show.
Non senza commuoversi davanti a volti che scoperti in quell’istante entrano per sempre nella tua mente, come fossero sempre stati lì.
Proseguendo nell’itinerario e accostandosi anche al tentativo impressionista americano del tardo ottocento, ecco arrivare i ritratti. Una sala a serpente attorcigliato con pareti colme di immagini di donne, di ogni età, di giovinetti col sigaro, di vecchi impettiti. E sembra di poter indovinare i loro pensieri e le loro indoli, tanto sono resi i loro occhi, le linee dei loro volti, persino le dita nervose di una signora in nero di mezza età fa intuire molto di più che un semplice ritratto di signora.

Dopo un sabato sera al Rolling Stone per il magnifico concerto dei Baustelle, con un Francesco Bianconi maestoso e musicisti di prim’ordine, per cui sembrava impensabile poter scovare una domenica che potesse offuscare due ore di musica talmente perfetta da non sembrare nemmeno italiana, ecco il sapore di questa domenica in America. A Brescia.

“Tutto lo spazio del mondo
tutto ciò che rimane
è qui
adesso
senza più luoghi
poiché tutto si è consumato
ogni cosa ha oltrepassato
il tempo

È lì l’America

senza sapere       senza più conoscere
se il tempo        sia stato
sia stato
o da qualche parte
invece         ritorni”

(M. Goldlin)

(E.)

Published in: on marzo 16, 2008 at 8:47 pm  Comments (21)  
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Nati sotto il segno dei pesci

Mercoledì da leoni, sotto il segno dei pesci però.
Sfogliando le pagine insfogliabili dei giornali virtuali, ché si è persa l’abitudine di sfogliare quelli veri e li si relega al fine settimana, scopriamo come si guadagnano da vivere giornalisti e ricercatori.
Mi sento sollevata nel sapere che “i pesci sanno contare”. All’università di Padova, non me ne voglia un amico che fa ricerca proprio lì, hanno scoperto questa magnificenza. Il dipartimento di psicologia generale ha scoperto che i pesci solitari messi in un angolo di una vasca tendono a riconoscere i gruppi più numerosi posti agli altri lati e ad aggregarsi appunto ai più numerosi.
Pratica conosciuta come saltare sul carro del vincitore.
Ma, sanno contare fino a quattro pare, perché riescono a riconoscere la differenza solo fra gruppi di due e di quattro, quando si arriva a mettere gruppi di sei o cinque e farli aggregare dimostrano inequivocabili di non riuscire a scegliere.
Qui mi fermo ancora per riflettere. Inizio anche a pensare ai gruppi parlamentari a questo punto.
Più sono i galli a cantare meno si sa scegliere dove posizionarsi per ottenere una poltrona.
Ma, cosa più esilarante quando sale il numero dei pesci aggregati diventano davvero esperti nel contare ad occhio: riescono nientemeno a distinguere un gruppo di otto da un gruppo di sedici!
Questo, dice il dottorando che non cito per rispetto, “ci porta a considerare che i pesci utilizzano una sorta di ‘accumulatore’ interno per individuare il gruppo più numeroso, ovvero stimano la quantità di area che il gruppo occupa”.
Mi chiedo se li abbiano intervistati, se Piepoli abbia fatto le sue rilevazioni.
Detto questo e invitando tutti a riflettere sul motivo per il quale la ricerca sia così un settore di nicchia in italia e porti inevitabilmente molte menti a fuggire dai nostri confini, non solo per motivi di stanziamenti, credo ci sia qualcosa da imparare.
Sono giorni che sentiamo che il PDL accusa il PD e viceversa sul non saper contare.
I punti di distacco sono dieci, no sono sei!
Ecco, direi che ad occhio i punti ci sono.
Per rendersi conto che la similitudine, infelice per i pesci, ci permetta di suggerire all’università di Padova di provare a mettere nella vasca i nostri politici branchiati.
Se si comporteranno come i pesci solitari in cerca di autore allora la teoria che l’uomo discenda dai pesci finalmente scalzerà quella delle scimmie.
E con le pinne, fucile ed occhiali, guarderemo la nostra bella tavola blu contando fino a quattro.

(E.)

Published in: on febbraio 27, 2008 at 7:44 am  Comments (10)  
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Punto

Lentamente mi accorgo che sto abolendo i punti
Li sto semplicemente ignorando, ci sono altri modi per far finire una frase
Le maiuscole le metto quando vengono in automatico
Abolisco i segni che troncano, che danno finitezza, chiusura, definizione, classificazione
Nel caso in cui il ritmo non bastasse lascio usare la fantasia
E vado a capo
Senza coda
Qualora il peggio sia vicino ad arrivare stringo le mani fra le gambe e le scaldo
E mi accorgo che è solo il tempo di ricominciare a guardare
Senza vertigine, dentro il vento, sopra i segni di interpunzione
Occhi e silenzio

(E.)

sotto la foto,  Indifference – Pearl Jam
Published in: on febbraio 13, 2008 at 8:10 am  Comments (11)  
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Light Tuesday

La mattina, fra il sonno e la veglia, quando ancora non sai che tempo farà fuori, se c’è luce o la nebbia ha cancellato tutto, anche il cortile, quando non ricordi chi eri la sera prima, per quel nanosecondo che è una liberazione, ecco, in quell’istante la vita irrompe tutta insieme, sputata fuori dalla stanza, come acqua sul viso immediata.
In quel momento apprendi che sei lì e ricordi tutto, senza poterci fare più niente, come se il risarcimento fosse scaduto.
Quelli sono i momenti in cui è il mondo esterno a rammentarti quello che hai lasciato prima di addormentarti.
E prende le forme più disparate. Il mio mondo del mattino è la radiosveglia.
Che racconta quello che è stato e quello che sarà con oroscopi e politica mescolati in frullato.
Ieri era quello che gli inglesi chiamano blue monday. Il terzo lunedì dell’anno, la giornata più triste. Motivazioni decadenti, basate sul fatto che le feste se ne sono andate e non ci si sente né carne per la brace né un pesciolino di scoglio.
Per me blue monday rimane altro, tuttavia se ci penso, ieri mentre mi industriavo per cancellare il resto del mondo e concedermi una serata di pace, ad un concerto per pianoforte di un giovane ucraino, poteva essere considerato un giorno del cavolo.
Ho appreso che le borse sono crollate tutte e che nessuna è riuscita a rimanere aggrappata.
Non è rimasto altro che guardarle rotolare mentre per il Martin Luther King day gli americani l’hanno scampata bella perchè sono rimasti chiusi, spernacchiando a destra e a manca, mentre Francoforte gemeva e Tokyo aveva le palpitazioni.
Pertanto oggi voglio creare, mi sento in vena, rinascendo come la fenice ancora un’altra mattina.
Oggi è un light tuesday. Un tiepido, lieve martedì dopo la tempesta.
Come il cielo che si asciuga dopo un bucato.
Buon martedì pastello.
E speriamo che basti.

(E.)

Published in: on gennaio 22, 2008 at 9:39 am  Comments (20)  
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La somiglianza del vero

Adoro i cestini, di paglia, grandi e piccoli.
Li conservo per ogni eventualità, anche solo per metterci dentro caramelle o per portare alla vicina di casa una marmellata, non mia.
Il cestino è fragile, ma si piega, elastico quanto basta, per contenere gli oggetti, i profumi che si mettono dentro.
E la paglia, il legno di cui sono fatti, mantengono questi profumi, li restituiscono in momenti inaspettati.
Si consumano, resistono, fanno bella mostra con belle arance dentro, si chiudono in dispense dimenticate, riappaiono come una maledizione e non sai dove metterli.
Contengono, questa è la cosa migliore, senza soffocare.
Lasciano liberi di respirare e di essere visti.
Lasciano nudi.
Proteggono, senza darlo a vedere, senza averne il fisico.
Mescolano, senza ragioni precise, senza gerarchie, senza privilegi.
Scaldano, perché uniscono cose che non si unirebbero senza, che rotolerebbero via e si perderebbero.
Amiamo le cose che ci somigliano.
Forse amiamo ciò che vorremmo essere.

(E.)

Published in: on gennaio 16, 2008 at 11:34 pm  Comments (15)  
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