Di tre quarti

photo by ELIGIUSZ LANGNER

La durezza delle cose.
Che a volte paiono meno dure, capisci che lo sono solo quando ci finisci contro.
Entrare placidi in acqua, lasciarsi fluttuare, quello dovrebbe essere il senso.
Solo che nell’acqua trovi pesci di tutti i tipi, per non parlare delle chiazze di petrolio, delle mucillagini e delle cose che non si vedono, che sono le peggiori.
E allora vien voglia di tuffarcisi a muso duro, per non pensare, tapparsi il naso come fanno le bambine nella piscina dei piccoli, e prendere il muro d’acqua tutto davanti.
Che se sopravvivi forse dall’altra parte ci arrivi.
La durezza delle cose.
Dei silenzi, delle parole.
Delle cose raccontate, che quelle fisiche le puoi tastare, le puoi vedere come sono fatte.
Dei simboli quindi.
La durezza dei simboli.
Quanto contenuto inutile e doloroso, quanta storia buttata a marcire come fiori impresentabili dopo una settimana in un vaso.
Contenuto.
Esserci dentro e non volerci stare.
Nel contenuto.
Che il contenuto degli altri non ci calza mai a pennello, è come un vestito di anni fa, che sappiamo un giorno poteva andare, che la giovinezza rende ogni straccio una meraviglia.
Ma adesso resta uno straccio.
E volere essere forma.
La forma di una bicicletta, snella e indipendente.
Ma anche le forme, da sole, non vanno da nessuna parte.
(E.)
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Tempi di posa

Ci sono istanti che paiono interminabili strazi.
Come il tempo di posa del balsamo sotto la doccia.
Che durano un mattone di tempo e invece si vorrebbe una finestra per volare via.
Ci sono attimi che volti lo sguardo per poi riposarlo e sono passati anni.
Senza nemmeno una fotografia.
Come tempi muti e senza volto, come tramonti senza che nessuno possa salutare.
Chi parte e chi va.
Io resto, almeno così pare, resto che pare non ci sia nemmeno per quanto faccio piano.
Ho chiesto al tempo di essere benevolo, mi ha risposto che l’unica cosa che può darmi è altra pazienza di starmi a guardare.
Tanto non lo trovo. Si è nascosto bene.
Mi hanno portato via tutto, questo posso dirlo.
L’ironia non tutta.
E con quella mi metto in posa, vediamo se lì il tempo viene nel suo profilo migliore.
(E.)

Life dangles your dreams in front of you

photo by BNCTONY

I calci in faccia servono.
Tocca saperli prendere, reagire quando concesso, ma soprattutto saperli incassare.
Ingoiare il dolore che viene e pensare che i barbari veri non li riconosci.
Sto leggendo un libro, un libro da compagnia, di quelli che ti illudono che il tempo ci sia, sei solo tu a non vederlo, perché si nasconde bene.
Leggo di barbari, in un tempo di barbari.
Paesaggi infreddoliti, relazioni accennate ed appannate, nascoste da silenzi interminabili e da pensieri quotidiani.
Mi sembra sempre di leggere non per caso i libri o forse mi accuccio in loro cercando parole che aprano porte.
E paesaggi, ancora, luci fioche e tempo smarrito.
Dondola la vita e i sogni. Dondolano senza un ritmo preciso, fra dita che si muovono e sorrisi che non sanno di verità ma di abitudine.
Dondola, e come con i bambini che non prendono sonno, serve a ipnotizzare.
Come se per affrontarla serva un po’ di oblio.
O è soltanto un periodo sbagliato e il mondo ha messo una benda sugli occhi per non vedere dove le rapide lo stanno portando.
Dondola.
Che.
Quasi quasi.
Mi addormento.
(E.)

Published in: on marzo 3, 2010 at 10:59 am  Comments (16)  
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Green plastic watering can

Mi piacciono i ritratti.
Scritti, fotografati.
Quelli sconditi, fatti di pure rughe di tempo, di giorni scompigliati di vento, di nevischio che non arriva a poggiarsi sull’asfalto.
Mi piace scoprire il silenzio negli sguardi delle persone.
Eppure non amo molto la gente. Penso di esserne affascinata, ma di sentirmene distante.
Come quando una vetrina ammicca dall’altra parte della strada, piena di luci e di colori, e la si lascia dov’è, non le si corre incontro.
La falsità mi spaventa. Quella di cui ci si veste, di cui ci si copre.
Coi vestiti, le parole.
Mi piacciono i ritratti letti sui libri, in cui si scoprono le persone da parole messe una dietro l’altra a comporre un mosaico. I ritratti accennati, come tratti di lapis, o slavati come acquerelli a raccogliere il cielo luminoso che si affanneranno a riprodurre.
Mi piacciono i ritratti muti fotografati, messi sui cataloghi. Di persone che senza parlare dicono tutto.
Eppure la gente, quell’ammasso di cuori, di vite, di fango, spesso la rifuggo, pur sorridendogli senza un motivo ferma ad un semaforo.
La verità è che mi piace guardarla, attraversarla la gente. Mentre cammino con la musica nelle orecchie.
Proprio in quel momento il mondo mi pare meraviglioso.
Colorato e lento. A tempo.
E mi piace costruire storie o lasciarle fluire dai passi e dalle note.
Vedere nelle pieghe dei volti un racconto irraccontabile, che si svela senza mistero nel briciolo dell’attimo dell’incontro.
Se solo potessi essere ciò che vuoi.
O fossi ciò che voglio.
Se solo potessi vedere anche tu ciò che vedo io, tutto questo silenzio, questa gente muta, potrebbe parlare.
Sentiremmo la sua voce. Anche con le cuffie nelle orecchie.
Come sentiamo la voce delle piante al sabato mattina. Con in mano il nostro annaffiatoio di plastica.
(E.)
Published in: on febbraio 9, 2010 at 10:45 am  Comments (7)  
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Goodbye my lady

photo by aftab

Svegliarsi trent’anni fa. Che si potrebbe fare una volta. Così per cambiare. Cancellare tutto, le scadenze, il trucco sotto gli occhi a cancellare il sonno mancato, la tastiera sotto le dita. A cancellare. Che cancellare pare una cosa impossibile, eppure sarebbe meraviglioso. Forse proprio perché impossibile. Che io sono affascinata dalle cose che non si possono fare avere dire raggiungere guardare toccare lasciare alle spalle. Verbi tutti in fila, cancellare le punteggiature. Mettere i calzettoni, una sciarpa, vestire il silenzio e sé stessi. Una volta. Ci sono lacrime che non vogliono scendere, perché decidono di restare sul bordo. Perché stanno bene lì al calduccio e di fare un giro non ci pensano nemmeno. E ci sono giorni come quelli che crediamo di aver vissuto perché ne abbiamo un vago ricordo, in cui sognavamo di essere una signora. Una signora con i collant. E adesso che ci chiamano signora sotto al cappello di lana dal tabaccaio, pensiamo ai calzini che indossiamo.

E non per il casual friday.

(E.)

La strana storia del giorno che manda a dormire la notte

paula – photo by byfer

Ascolto distratta la radio, succede spesso, la radio accompagna, non invade, non agisce come catalizzatore, può stare li senza disturbare e lasciare che il mondo nel frattempo viva, parli, scriva, lavori. Bob Marley se ci faccio caso, ma non importa, il volume si sposa con questa luce filtrata dalle finestre alle mie spalle. E con la luce al neon, spenta sopra la mia testa. Mi è venuta in mente una storia, una di quelle che ho costruito da bambina. Una storia mescolata alle parole delle fiabe ascoltate prima di dormire. Che finché mi raccontavano fiabe e accarezzavo le labbra di chi me le raccontava non avevo paura del buio. Lasciavo che le parole nascondessero l’oscurità e la illuminassero di personaggi fantastici, di colori di cieli azzurrissimi e di prati perfetti, compatti e fioriti. Poi, smesso il racconto di fiabe ho riacceso la luce. Una piccola fioca luce a nascondere la mancanza di parole e di colori. Il racconto di fiabe inventate è il migliore e la mancanza di questa fantasia libera sprigionata prima di lasciare la coscienza riportò luce nel buio della solita stanza, conosciuta a memoria ma piena di ombre, di piante che parevano mostri, di mensole dalle ombre allungate e arancioni cupe. E questo è stato l’inizio di una grande storia, di una fiaba nuova. La luce si è spenta e si sono alternati i pensieri, quelli del giorno dopo, quelli del libro letto prima di spegnere, quello dei vestiti da indossare al mattino, in una sorta di carrellata dell’armadio, per morire dalla noia prima che dal sonno. Ma la storia più bella è sempre stata quella del giorno, impettito e pieno di energia, del giorno pieno di coraggio, di sprezzo del pericolo, che si inoltra in un bosco fitto all’imbrunire e decide di sfidare la notte, in un duello, lungo il tempo di addormentarsi. Un duello inesorabile in cui avrebbe vinto, forse. In cui la notte avrebbe ceduto e lui avrebbe potuto riposarsi. La notte nei segreti dei bambini, nelle forme che prende, nei pensieri che porta. Quella notte mandata a dormire, per non nuocere. Forse è per questo che la bellezza di rimanere a letto di giorno ogni tanto resta una sorta di rivincita. La rivincita del silenzio, delle fiabe sui mostri di sempre, che si lasciano fuori, col sole alto o con il buio più nero.

(E.)

Published in: on febbraio 2, 2010 at 9:16 am  Comments (6)  
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El viaje

photo by byfer

Smettere. Si smette prima o poi.
Di fare dire baciare. Si decide, o nemmeno, e si smette.
Certe volte bisognerebbe farlo.
Come per convincersi che, dopo, il prima e il poi diventino del tutto diversi.
Bisognerebbe, anche se questo non avvenisse.
Svegliarsi e smettere, così, senza preavviso.
Di respirare, di sorridere, di camminare.
E fermarsi. Che smettere è difficile, ma fermarsi pare ancora peggio.
Lasciare tutto com’è e ridursi a parte del mondo statico.
Che pare ormai nessuna stasi sia ammissibile.
E mi ritrovo a guardare l’ombra di una foglia tremante, rimasta sola su un ramo.
Pronta anche lei a partire per il suo viaggio.
Smettere quindi.
E partire.
(E.)
Published in: on gennaio 22, 2010 at 12:01 pm  Comments (19)  
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Paris, dimanche

the photo is mine

Un tramonto come un altro. Tinto di arancio in fondo. Il vento sparpaglia le cose senza senso. Capelli, emicranie, foglie dimenticate, colori, belle ragazze, fontane intirizzite dal freddo, una musica sottile che accompagna la vista delle case sotto ad un cielo che ha ospitato il sole e sa che può farlo ancora. Il cielo di una domenica da cartolina, di lunghe passeggiate come se il tempo avesse smesso di passare e fosse rimasto lì ad osservare. Cercare una meta al di là del Ponte George V, dietro ad alberi nudi e di bandiere stese a sventolare, in un tripudio di rumori a ricordare che anche se tutto corre lì sotto qui c’e` qualcuno che sa aspettare. E persone e volti e ancora strada, di tassisti con l’auricolare, di giacconi pesanti e di bistrots sempre troppo pieni. Di odori mescolati, di africa e di occidente. Arrivare a Chatelet e non sapere il proprio nome, ricordare flebile che la mente tutto può e non è ancora il tramonto, c’è ancora tanto da vivere. Torno a casa. Un po’ più sola e fredda, con le tasche vuote e le dita che stringono un trolley azzurro, confusa dalla fretta e dal rumore. In un cerchio immaginario, con il freddo fuori e il caldo dentro, con il passato recente negli occhi e la voglia di chiuderli per non perdere nulla. Come si fa con le scatole che conservano i nostri ricordi.

(E.)

Published in: on gennaio 18, 2010 at 3:22 pm  Comments (16)  
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BBQ

Welcome. To the pleasuredome, cantavano i Frankie oltre venti anni fa. Benvenuti dove friggiamo tutto, il mondo, i sogni, il nostro orgoglio, la nostra faccia. Bruciamo sull’altare sacrificale di fronte al vialetto del nostro scontento le salsicce della nostra identità. Scontenti o in attesa, di fretta o ipnotizzati. Tappetino di fronte casa, la soglia della nostra marcia. La fine ultima del nostro sbattere i piedi sul terreno, senza sapere a volte il motivo per cui lo facciamo. Se bruciassimo davvero. Se lasciassimo gli ultimi cerini per accendere ciò che non abbiamo avuto il coraggio di lasciare scivolare nella nostra giornata. E invece camminiamo in una strada lunga e ventosa, piena di buche e di cappelli di lana calati sugli occhi, a cercare di dormire anche nei pochi minuti in cui dura la corsa. La corsa al barbecue. E camminando con gli occhi lucidi di freddo mimiamo nell’aria la batteria, canticchiando come per liberarci. Che il tempo brucia, baby, brucia e consuma l’aria.

(E.)

Published in: on gennaio 15, 2010 at 9:30 am  Comments (4)  
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Ordinary people

caracol - snail - photo by pedro pacheco

Propositi di inizi che tardano ad arrivare, trascinati su strade che non vogliamo più percorrere, ci piacerebbe prenderne una diversa una volta e vedere dove ti porta. Accontentarsi. Che pare un miracolo quasi, che significa che già qualcosa si ha e allora non si può chiedere oltre. Decadenza intellettuale. Decadenza. Come prescrizione, come perdita, come allontamento. Gli uomini invecchiano, si deteriorano, terminano. E quindi basterebbe riuscire a distinguere l’essenziale dal superfluo per smettere di perdere tempo con inutilità e prendere tutto il tempo che abbiamo e farne qualcosa di buono. Che il tempo non lo acciuffo nemmeno se corro da forsennata. Che se tutte le mattine trovo lo stesso sguardo allo specchio forse dovrei far qualcosa per cambiarlo. Cambiare punto di vista, liberare qualche scaffale, fare una cernita dei vestiti e tuffare tutto come un biscotto da thè nel tempo che rimane. Fare spazio per il tempo che rimane. E camminare apparentemente come gente ordinaria senza il tempo che soffia intorno.

(E.)