Old and wise

Cab chase - photo by *Loomax*
Cab chase – photo by *Loomax*

Tutti i tramonti la stessa cosa. Indipendentemente dal fatto se ci sia o no, se sia col naso all’insù o meno. Tutti gli uccelli danzano. Senza pudore, anche se nessuno di loro ha preso lezioni. Tutti insieme. Vorticosi, come se sfogassero tutti i loro canti, le loro volute, il loro sporco lavoro di tutto il giorno, fatto di beccate, di rami di alberi rinsecchiti dai tubi di scappamento. Scampati, come crostacei di scoglio, risparmiati al sauté. Oscurano il cielo quando passano, grigio che sia, si muovono ritmici, come se tutti sapessero dove stanno andando e che figura mostreranno in formazione. E le ombre, quelle che il mio occhio miope vede nei loro contorno, paiono allontanarli da tutto questo, come se non fossero di qui, non appartenessero a queste strade dove invece si agitano vite che cercano ragioni anche per fermarsi in coda in panetteria e che si affannano a chiamare un taxi che li terrà fermi dietro i finestrini. La loro invece è danza fine a se stessa. Che possa far dimenticare o semplicemente che sia rito istintuale. E tutte le volte, al tramonto, li immagino, anche se non posso vederli, e quando li vedo mi rammarico di non poterlo fare sempre. Come se liberandosi di queste strade e prendendo le curve del cielo, fosse possibile invecchiare saggiamente. E con le mani sfioro fili immaginari, come quelli dei panni stesi sui balconi, immaginando la musica che possa accompagnarli.

(E.)

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Published in: on novembre 19, 2009 at 11:08 am  Comments (8)  
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L’acqua e la pazienza

Voglio crescere. Fammi crescere i denti davanti.
Voglio andare. Fammi tornare senza essere mai partito, fammi bere senza vuotare il bicchiere, fammi sfamare l’africa delle nostre menzogne.
Fammi laureare i sogni di tutti, correre senza muovere un muscolo.
Vorrei raccogliere il fiore senza lasciarlo morire. Fammi soffiare la vita e non trovarmi in cima alla salita e non sapere se potrò mai tornare giù senza restarci secco.
Voglio l’erba del vicino. Fammi avere la pazienza di aspettare un giorno che anche se non arrivasse mi basterebbe per colmare tutto, per riempire il vuoto e andare senza di te.
Che senza di te, di qualunque te tu sia fatto, anche se nulla cambierebbe, ci sarebbero le stelle, i calendari, le briciole di pane, non potresti sentire questa ballata.
Questo delirio dell’amor perduto che non c’è mai stato.
Questo canto disperato senza disperazione, questo esercizio di equilibrio fra ciò che dovrebbe essere e ciò che mai sarà.
Senza di te.
Ci vuole sete e tempo.
Per bere e avere la pazienza di non pulirsi del tutto.
Che sporchi lo restiamo, tutte le volte che ci laviamo e il tempo ci attraversa.
(E.)

per la musica, qui

Nag champa on the burn

the pic is Sumo by ElectriqueKingdom

Ci sono giornate perfette che immagini, come una specie di cura a tutti i mali del mondo.
Come i pensieri superficiali, come le creme per le occhiaie, come i silenzi dopo un tuono lacerante nel cuore della notte.
Cure ad ogni male presente, futuro o passato. Cure come sciarpe contro il vento del mattino.
Che “contro” pare una guerra e vorresti comunque cancellare la parola.
Nei sogni capita di morire e di poterlo raccontare, come di volare e non cadere mai, di urlare contro un prete che non capisce nulla, di svegliarsi altrove senza aver fatto il tragitto che ti ci porti.
E così in alcune giornate, quando mentre tutti corrono verso le solite cose che li aspettano e sono rimaste ferme lì senza muoversi dal giorno prima, arriva il sole, che a dispetto di tutti, sta lì, nel suo posto fisso, che è quello da cui partire per costruire una famiglia.
Ci sono giornate in cui basta la musica giusta e l’incenso giusto da bruciare che tutto il resto pare un affannarsi di pesci nell’acquario.
Un paio di scarpe comode, se proprio sono necessarie, e due passi, dove passeggiare non sia un sacrilegio.
Giorni che paiono passeggiate.
Che restano nella mente ma ti pare di toccarli.
(E.)

Published in: on ottobre 20, 2009 at 9:01 am  Comments (7)  
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Nel sogno andavi di fretta

photo by making coffee

photo by making coffee

Le cose stanno così. Chi mi ama mi sogna che corro.

E la cosa in tempi di vacche magre e di giocati i numeri al lotto potrebbe assumere tante connotazioni. Sulle quali farò finta di niente. Come è del tutto normale fare per sentirsi terribilmente alla moda.

Questo spazio è nato da una mia idea; sono sempre stata una col pallino della scrittura, pur non avendone il sufficiente talento, il tempo, la fortuna e altre decine di doti delle quali sono altrettanto sprovvista.

Proposi l’idea balzana alla donna migliore che conosca, che ho la fortuna di conoscere da oltre trent’anni, quindi da quando entrambe avevamo lasciato da poco il pannolino.

E l’esperimento partì.

Durò poco la cosa a quattro mani, del resto due donne, anche se si amano alla follia, restano donne, competitive e anche, soprattutto la sottoscritta, rompiscatole.

In realtà la mia compagna di viaggio, la spagnola del duo, in questi anni ha cambiato la sua vita, specialmente dal 10 agosto in avanti.

Insomma ci sentiamo meno, ma ci amiamo lo stesso. A modo nostro, come abbiamo sempre fatto.

Sin dai tempi in cui le passavo i mandarini sotto il banco. Sin da quando la ricordo con la parrucca da damina e il neo disegnato con il kajal.

Il tempo di dirsi le cose è rimasto fermo ad aspettare un bus, ci restano pochi scampoli di righe e una chiamata sporadica in cui alla fine ti rendi conto che volevi dire altre cose e che non hai avuto il tempo di dirle.

E allora abbiamo deciso di incontrarci nei sogni. Per parlare.

Era inverno e ti incontravo sotto i portici di Via Ugo Bassi, a Bologna, quelli che incrociano via Indipendenza. La gente creava confusione e io che ti intravedevo cercavo di attirare la tua attenzione per salutarti correndoti un po’ dietro. Io avevo avuto un incidente in Via Rizzoli dovuto a una nebbia tremenda, così fitta da non lascire intravedere nulla. Riuscii a sentire solo l’impatto dell’incidente. Io in bici, con una moto di due giovani ragazzi un po’ ubriachi. Poi proseguo e cerco di beccarti, ma tu viaggiavi con delle cuffiette e a piede sospinto per cui se non mi avvicinavo davvero non mi avresti né vista né sentita. Ti sentivo che non stavi bene, che avevi molto da fare e da pensare e che tiravi avanti col freddo della cittá. Indossavi un enorme cappotto nero, un po’ old fashioned. Ecco ti ho sognata e mi è rimasta la voglia di parlarti visto che nel sonno andavi di fretta e il pianto di Mat ha interrotto il sogno.

E per una volta quindi che ci incontriamo, a Bologna, lontane da tutto, quasi tornate indietro nel tempo, senza fretta, senza bisogno di prendere un aereo, io vado di fretta e ho le cuffiette.

E mi sono detta che la cosa sarebbe potuta benissimo accadere stamattina. Che di fretta ci vado sempre, che rubo il tempo e che prima o poi verrò condannata.

Anche se l’applicazione della legge non è uguale per tutti, almeno così dicono.

(E.)

Detroitification

planet detroit - photo by G. Martin

Planet Detroit - photo by G. Martin

Ci sono mattine che nascono attorcigliate, come rami di glicini intorno ai balconi. Alcune formano figure bellissime, nudi di donne, dita infinite, altre mostri inguardabili. Che la natura ci ricorda che noi possiamo sempre fare di peggio, perché il nostro occhio può distruggere e dare nuovamente vita. Bello e brutto in un attimo, cancellati o glorificati. La differenza fra un moncherino e la Venere di Milo.

Non sono mai stata in America, come in tanti altri posti, ma quei posti amo guardarli con gli occhi di chi ci vive. Nelle loro pupille, nascosta. Vivere in un luogo però non significa per forza conoscerlo. Nemmeno nascerci. E poi la cultura, le tradizioni, il cibo, le religioni, il colore della pelle, le nuances dei vestiti. E le culture imposte, quelle calzate come scarpe strette. E invece bisognerebbe spogliarsi e non avere alcun imbarazzo per gli altri.

Lasciare i vestiti e le rughe rotolare via, che la vecchiezza o la giovinezza rendono brutti coloro che le notano.

Anche se il confine fra il bello e il brutto è labile, così come fra il giusto e l’ingiusto. Gli occhi di chi guarda fanno la differenza. Quindi gli occhi, continuano a contare, come unico punto di distinguo fra l’esistenza e il non essere mai stati.

(E.)

Published in: on settembre 24, 2009 at 11:07 am  Comments (12)  
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Man on the moon

Ci sono comici con vite patetiche e maschere tragiche con intime allegrie.
C’è un lieve distacco fra ciò che è e ciò che viene restituito alla nostra comprensione.
Il divario fra la rappresentazione e il canovaccio, per esempio.
Ovvero la differenza che fa una voce rispetto ad un’altra per rendere la stessa frase, lo stesso contenuto.
La differenza che fa una pausa.
Un silenzio. Messo lì a respirare in mezzo a tutte quelle parole.
Che a volte dicono meno.
Dicono poco.
Ci sono sguardi che parlano, altri che dicono nulla.
Altri che sono offensivi come uno schiaffo in pieno volto nella piazza centrale della città e altri che mansueti dicono casa e pace.
Anche in mezzo al traffico dell’ora di punta.
Ci sono giorni che affiorano dalla memoria e ti chiedi come abbiano fatto a volare via inesorabili, che ti pare siano stati ieri.
Ci sono battute che rimangono a portata di risa, ma che abortiscono, ingoiate da laghi di nebbia di mattine assonnate.
E lune, di insalate capresi, che coprono funerali di salame dai capelli verderame.
(E.)

Published in: on dicembre 4, 2008 at 10:10 am  Comments (15)  
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