L’acqua e la pazienza

Voglio crescere. Fammi crescere i denti davanti.
Voglio andare. Fammi tornare senza essere mai partito, fammi bere senza vuotare il bicchiere, fammi sfamare l’africa delle nostre menzogne.
Fammi laureare i sogni di tutti, correre senza muovere un muscolo.
Vorrei raccogliere il fiore senza lasciarlo morire. Fammi soffiare la vita e non trovarmi in cima alla salita e non sapere se potrò mai tornare giù senza restarci secco.
Voglio l’erba del vicino. Fammi avere la pazienza di aspettare un giorno che anche se non arrivasse mi basterebbe per colmare tutto, per riempire il vuoto e andare senza di te.
Che senza di te, di qualunque te tu sia fatto, anche se nulla cambierebbe, ci sarebbero le stelle, i calendari, le briciole di pane, non potresti sentire questa ballata.
Questo delirio dell’amor perduto che non c’è mai stato.
Questo canto disperato senza disperazione, questo esercizio di equilibrio fra ciò che dovrebbe essere e ciò che mai sarà.
Senza di te.
Ci vuole sete e tempo.
Per bere e avere la pazienza di non pulirsi del tutto.
Che sporchi lo restiamo, tutte le volte che ci laviamo e il tempo ci attraversa.
(E.)

per la musica, qui

The human zoo

the-human-zoo

an untrained eye, vede parigi e il mondo con questi occhi e con questo titolo

Mon dieu de la France !
Come si fa a ignorare il sole e a prendersi d’aceto ?
Il sole sulla neve è bastardo, cela pericoli e si scivola che è una bellezza.
Gli equivoci sono dietro l’angolo. Si scambia una lastra di ghiaccio per una pozzetta d’acqua.
E ricominciare non è sempre facile, inutile pensare d’esser rodati, prima o poi le gambe cedono, gli occhi falliscono.
Dimenticare. Si fa presto.
Stamattina pensavo che un giorno o l’altro non sentirò più miagolare la mia gatta e il suo fastidioso lamento che ormai si è sostituito al miagolio delicato che non ricordo più, mi mancherà. Dimenticherò presto anche lei, come spesso facciamo in amore.
Siamo fatti per sopportare le assenze e sopravvivere ad esse.
Ma le lastre di ghiaccio si celano sempre e non possiamo prevederle.
Quindi rischiare e andare.
Che la bellezza anche se la perdiamo la sappiamo riconoscere.
(E.)

Published in: on gennaio 9, 2009 at 11:02 am  Comments (8)  
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Colui che spera

Torno sulla ricerca della perfezione, che è da sempre molla di spunto a spiccare il volo, molla necessaria e fantastica che mi permette di affacciarmi ogni giorno con uno sguardo diverso al circostante.
Le lingue e la loro mutabile perfettibilità, il loro fascino e la loro infinita potenza di rendere pensieri e concetti solo nel loro idioma puro, nella loro primigenia natura.
L’esperimento del Doktoro Esperanto* fu appunto un tentativo di racchiudere proprio tutte le bellezze ed imprigionarle in un idioma non parlato, non vissuto.
La partenza era meravigliosa: rendere la bellezza di tutti i fonemi per lo stesso concetto e racchiuderla in un fonema nuovo, simile, imparentato, comprensivo, accogliente e impronunciabile, anarchico nella sua diversità.
La resa assomigliò ad un accoppiamento in vitro.
Ad un bisogno di impadronirsi del volo dell’uccello rinchiudendolo in gabbia.
Eppure “colui che spera” era un buon inizio.
La purezza del linguaggio dei latini, l’immediatezza degli anglosassoni, la rudezza dei germanici, i suoni mozzi degli slavi.
Perché le lingue sono convenzioni e levare loro la convenzione per riconfezionarle poteva sembrare un esercizio di libertà.
Ma le lingue sono anche vite, irripetibili sensazioni rese perfettamente nella tradizione dell’idioma, con sfumature irraggiungibili in altre.
E idem non è come the same thing.
Nella ricerca della perfezione questa sosta curiosa può solo servire a proseguire la strada.
Le parole devono fluire nell’immediatezza dell’idioma che scegli per esprimerle.
Colei che spera si augura che non resti solo l’inglese. Nudo e povero, poetico solo nel to be or not to be.
Lezioni di esperanto.
Istruzioni per una speranza, una delle tante.
Uniformare non è mai la soluzione.

(E.)

* Zamenhof, padre dell’esperanto
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Published in: on gennaio 29, 2008 at 8:30 am  Comments (25)  
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