Paris, dimanche

the photo is mine

Un tramonto come un altro. Tinto di arancio in fondo. Il vento sparpaglia le cose senza senso. Capelli, emicranie, foglie dimenticate, colori, belle ragazze, fontane intirizzite dal freddo, una musica sottile che accompagna la vista delle case sotto ad un cielo che ha ospitato il sole e sa che può farlo ancora. Il cielo di una domenica da cartolina, di lunghe passeggiate come se il tempo avesse smesso di passare e fosse rimasto lì ad osservare. Cercare una meta al di là del Ponte George V, dietro ad alberi nudi e di bandiere stese a sventolare, in un tripudio di rumori a ricordare che anche se tutto corre lì sotto qui c’e` qualcuno che sa aspettare. E persone e volti e ancora strada, di tassisti con l’auricolare, di giacconi pesanti e di bistrots sempre troppo pieni. Di odori mescolati, di africa e di occidente. Arrivare a Chatelet e non sapere il proprio nome, ricordare flebile che la mente tutto può e non è ancora il tramonto, c’è ancora tanto da vivere. Torno a casa. Un po’ più sola e fredda, con le tasche vuote e le dita che stringono un trolley azzurro, confusa dalla fretta e dal rumore. In un cerchio immaginario, con il freddo fuori e il caldo dentro, con il passato recente negli occhi e la voglia di chiuderli per non perdere nulla. Come si fa con le scatole che conservano i nostri ricordi.

(E.)

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Published in: on gennaio 18, 2010 at 3:22 pm  Comments (16)  
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Ordinary people

caracol - snail - photo by pedro pacheco

Propositi di inizi che tardano ad arrivare, trascinati su strade che non vogliamo più percorrere, ci piacerebbe prenderne una diversa una volta e vedere dove ti porta. Accontentarsi. Che pare un miracolo quasi, che significa che già qualcosa si ha e allora non si può chiedere oltre. Decadenza intellettuale. Decadenza. Come prescrizione, come perdita, come allontamento. Gli uomini invecchiano, si deteriorano, terminano. E quindi basterebbe riuscire a distinguere l’essenziale dal superfluo per smettere di perdere tempo con inutilità e prendere tutto il tempo che abbiamo e farne qualcosa di buono. Che il tempo non lo acciuffo nemmeno se corro da forsennata. Che se tutte le mattine trovo lo stesso sguardo allo specchio forse dovrei far qualcosa per cambiarlo. Cambiare punto di vista, liberare qualche scaffale, fare una cernita dei vestiti e tuffare tutto come un biscotto da thè nel tempo che rimane. Fare spazio per il tempo che rimane. E camminare apparentemente come gente ordinaria senza il tempo che soffia intorno.

(E.)

Come gli automobilisti che si dimenticano di essere stati pedoni

paris - orly - the photo is mine

Il tempo racconta un sacco di bugie. Nonostante da piccoli ci venga detto che insegni tante cose. Racconta che scorre tutto, anche gli ingorghi peggiori. E trasfigura anche, il tempo. Gli occhi per guardare, se ci si sforza, restano gli stessi, corretti o meno, come caffè di vecchietti strizzati dentro ai bar, ma sono quelli. E come ciò che si guarda muta inesorabile, anche noi mutiamo. Con le nostre pieghe del viso, come dei vestiti, col nostro tempo balordo che non si ferma ad aspettarci e ci attraversa come non fossimo materia. Con il nostro mondo che pare ci sfugga dalle dita, che corre fra un aereo e l’altro e stringe facce come fossero mani viscide e vede corpi dietro a scrivanie, e entra in camere d’albergo che non si accorgeranno del passaggio e che verranno dimenticate. Col nostro mondo che non esiste anche se ci sforziamo di farlo essere, di dargli un senso. Ed eccoci, per quel che è rimasto di noi. Stanchi come dopo una battaglia e siamo solo rientrati da un breve viaggio. Stanchi perché ci hanno portato via le cose che amiamo e ci hanno restituito solo una immagine veloce da una vettura. E invece volevamo solo passeggiarlo questo giorno.

(E.)

Privazione di stelle

soffiando sotto la foto di ziobudu la canzone di paolo benvegnù

Il dolore più forte e più vero è quello che vive in silenzio, quello che non urla e che non strepita.
Dall’alto le città possiedono il silenzio, nessun turbamento le sfiora.
Atarassiche.
Le città sembrano atarassiche, eppure sono attraversate da un mare di roboanti macchine ed esseri vocianti.
Eppure dentro le loro case si consumano drammi inenarrabili, colano sangue e lacrime.
Ma il dolore, quello corale, quello sommato e moltiplicato, del cielo, dei fiumi, degli alberi, degli uomini, non fa rumore.
Come la girandola dei colori tende al non colore, anche il frullo di lamenti cancella loro stessi.
E dall’alto si vede la terra. Silente.
Che non è stella.
Ma che possiede il desiderio. Che delle stelle è privazione.

(E.)

Published in: on settembre 22, 2008 at 9:38 am  Comments (21)  
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